La sottile linea della banlieu

E’ che a volte uno se lo scorda, di vivire in un frammento di mondo, che guardiamo attraverso una lente d’ingrandimento. Sembra immenso: beh, invece no.
E poi, a forza di vivere nella bolla, uno non ci pensa che non tutti, non sempre, ma ogni giorno, qualcuno in meno.

Dopo una pessima nuotata (troppa gente, come al solito) faccio la coda per asciugarmi i capelli. E’ mercoledì, ci sono diverse mamme con i loro figli in piscina (mai un papà, però…) perché in Francia i bambini stanno a casa da scuola di mercoledì. Si ascoltano parole dolci, qualche affettuoso rimprovero.
Una mamma si distingue per rudezza e cattiveria: sgrida suo figlio con violenza, mi dispiaccio per lui. Lei coglie il mio sguardo e comincia a raccontarmi di sé, in un francese che comprendo malamente, come se fossi la prima persona che vede dopo un lungo periodo di isolamento: “Abitiamo in banlieu, capisci? Veniamo a Parigi apposta per quest’ora di nuoto, è la sua (del figlio) unica possibilità di uscire dalla banlieu, perché noi abitiamo in banlieu… in banlieu! Non come gli altri qui che abitano a Parigi, noi stiamo in banlieu, in banlieu… capisci banlieu? E mio figlio non si rende conto che, se non si impegna, se non impara bene a nuotare, non uscirà mai dalla banlieu. Questa è la sua unica possibilità, la sua chance!”.

Mi arriva l’ansia e allo stesso tempo il desiderio di riscatto sociale. Un corso di nuoto a Parigi, per uscire dalla banlieu.

Arianna

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messaggi promozionali preterintenzionali

Cos’è questo esaurimento della scrittura? Come se la stessi abbandonando, come se non sapessi più come si fa a volerlo fare. E se mi stesse abbandonando lei, se le parole non volessero più farsi scrivere dalle mie mani (o le dita, fate voi)? Tutto quello che digito è per me solo un esercizio di stile. È disponibile un mio nuovo libro di poesie, il secondo e credo l’ultimo: raccoglie le righe che non erano state incluse nel primo, righe scritte e finite, niente di nuovo. Non ho creato niente, ho solo vomitato quello che avevo digerito, come un pasto mai veramente goduto. Così esaurisco il mio archivio creativo? Cos’altro ho da dire? La notte serve a scrivere romanzi, cantavano i Bluvertigo stamattina nelle mie orecchie, ma ho perso il dominio sulle ore piccole, c’è solo il riposo e la pace del letto. È questo il sacrificio della vita adulta? Travolti dalla necessità filosofica di darci un impegno quotidiano remunerativo, siamo costretti a tralasciare (tradire?) la nostra parte creativa per godere dei benefici di una vita salutare? Allora è vero che l’artista è quello con le occhiaie e che l’arte applicata al tempo è tormento fisico e mentale. Forse non ci sono istruzioni per l’uso (Perturbazione) e nessuno si ricorderà di me, se non per quello che scrivo, come il cronista dei Mambassa. Forse fare non è tempo, è solo azione senza durata, ha bisogno di fermare. Guardo quell’altro mio blog e vedo sempre più musica e meno parole.
Forse ho solo bisogno di ascoltare, ancora per un po’.

Gianmarco

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Ho già l’età

Trent’anni. Anno più, anno meno.
Chi si sposa, chi fa un figlio, chi compra casa, chi si realizza professionalmente.
E poi ci sono quelli in attesa: del lavoro, del periodo, dell’incontro, della guarigione.
“Alla mia età si dovrebbe… Ho trent’anni eppure… Gli altri già…”.
E’ difficile non cedere al sentimento di aver fallito, perché una vita “non ancora” sembra indegna, se misurata con il metro del successo sociale. Ma c’è un pensiero più doloroso del “non ancora”, ed è il “per ora”: per ora, sopravvivo. Per ora.

Arianna

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Soli a non finire

 

 

Giulio

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Dolore a metà

Fino a ieri mi era indifferente.
La sua storia non tangeva la mia.
Poi la notizia.
E’ abitato da un dolore.
Si squarcia il velo, che scopre
la carne viva.
Che riconosco carne mia.
Ma nello squarcio l’abisso:
il dolore degli altri
è dolore a metà

nadia

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Erro

Eccellenza.

Sua Eccellenza, Vostra Eccellenza.

Ma prima di tutto mia.

Erro alla conquista della mia eccellenza

Erro volendo a tutti i costi conquistare la mia eccellenza.

nadia

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Ulisse parte da Itaca

 

 

 

 

 

Illuminate stelle apparvero

da un passato lieve

mute, incantevoli sorelle

si aprirono ridendo

e ci promisero

per il mare enorme, nero

dolce speranza e gloria

negli occhi misero

il miele del ritorno.

E noi lì sotto come scemi

gli occhi fissi ai remi

guidammo sulla schiena

orrenda dell’oceano

come inutili zanzare

noiosa e vana pena al dio

e già la nostalgia

cullava dolce il cuore

mentre Itaca spariva

dietro i flutti.

Nel cavo dell’udito ancora

il tenero rumore

dei grilli fra le stoppie

vennero le stelle

parlandoci dei caldi

abbandonati letti

e lente mani sui telai.

Poi gli dei sparsero

per gli ampi campi del cielo

un gregge nero

vomitando nuvole

e cupo divenne il cuore

cupo si fece il mondo

.

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La trave nell’occhio

Una giovane argentina, che vive e studia a Parigi, afferma che gli stranieri “invadono” il suo Paese, perché l’istruzione è gratuita a differenza di quella degli altri Stati latinoamericani.

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Un ragazzo che ha trovato lavoro nell’azienda famigliare subito dopo il diploma, con un ottimo contratto e salario conseguente, afferma che i disoccupati dovrebbero semplicemente “darsi da fare”. E’ una questione di meritocrazia, del resto.

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Due studenti iscritti al Politecnico di Torino sono stati sfrattati dalla residenza universitaria in cui abitavano, in seguito ai tagli alle borse di studio. Forse è tempo che noi tutti che ci riempiamo la bocca di parole come solidarietà e lotta alle disuguaglianze sociali ci sporchiamo le mani, è venuto il tempo di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per cominciare.

Arianna

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Eppur sei sazio, bambino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai gola dolce principe
di ciò che ti offre la tavola,
eppur sei sazio, bambino,
che la pancia ti scoppia.

Qual è il mostro, mi chiedo,
che ti spinga così oltre,
che non ti permetta di fermarti
di renderti conto che sei felice.

Così insaziabile nel delirio
divori ciò che non dovresti;
ti ritrai Adamo nell’incubo,
tra i denti la tua vita.

Giacomo

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Maldestri

Chiusi in una stanza, al buio, cerchiamo l’uscita. Nient’altro.

Ma la stanza è piena, e pure disordinata: mobili, quadri alle pareti, oggetti d’ogni tipo sparsi per terra. Sbattiamo contro gli spigoli, inciampiamo. Ricoperti di lividi, chiediamo scusa alle cose, ci preoccupiamo per gli angoli taglienti urtati per sbaglio, confusi speriamo in un perdono che  – ci sembra – non meritiamo.

Poveri mobili, quadri alle pareti, oggetti d’ogni tipo sparsi per terra! Ah, quanta sofferenza inutile!

Arianna

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