Insegnando si impara il mestiere di sorridere: “Il Faro”

ammennicolidipensiero:

cari aironi, vi giro questa proposta/richiesta del discutibile collega WishakaMax, con l’invito di diffusione

Originally posted on i discutibili:

Attenzione ai naviganti: post a quattro mani per un Faro! Resistete e e non perdete di vista la luce, ne vale decisamente la pena.

Tempo fa ho frequentato una scuola di scrittura, e durante una delle tante cene “di classe”, fra altre persone, ce n’era una che lavora per la fondazione “Il Faro”. Abbiamo molto parlato di cosa sia, ma siccome io sono peggio di San Tommaso, sono stato invitato a conoscere la Fondazione in occasione di un openday dedicato, il 1 aprile e ci sono tornato pure, il 9 per la Festa di fine corsi!
Non avrei mai immaginato di emozionarmi tanto. E’ stato un tuffo in atmosfera a me totalmente sconosciuta, rinascita a nuova vita.

Il modello de “Il Faro” è semplicissimo: insegna, a titolo totalmente gratuito, mestieri italiani a ragazzi di tutto il mondo, giovani italiani e stranieri dai 17 ai 30 anni. I mestieri offerti sono…

View original 727 altre parole

Dichiarazione

IMG_20140219_204733Vorrei dire far sapere che ci sono
nel mondo
pieghe sul tuo collo ci sono
dita ondulate
le tue
increspate appena fanno su giù
ci sono poi occhi
come il cielo a volte
grigi a volte blu, ci sono
le tue ginocchia con l’osso in avanti
e un sorriso a metà.

Ci sono tutte queste cose
e ci sei tu.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

La strana storia del vivere alle spalle dei genitori

Sempre, in ogni articolo che tratti di giovani, di emigrazione, di lavoro in Italia, emerge in ogni luogo un fatto: vivere supportarti dalla propria famiglia è un male. In qualche modo il mito del self-made-man pervade ancora oggi la nostra logica di vita e, se non ce la facciamo da soli, meglio emigrare, oppure è una vergogna. Ma com’era, prima? Non è forse logico che chi ha già vissuto abbia nelle proprie mani la ricchezza della propria famiglia, mentre chi inizi a costruire una vita non abbia nulla in mano? Perché dobbiamo farcela da soli?

Giulio

Un ramo secco

DSC_0052_2Hai pianto ti senti come
un ramo secco
gli esami, le visite, i dottori
un ramo senza
fiori
frutti manco, neanche
la speranza che un giorno.
Un ramo secco
che ci fa nel mondo?
Aspetta di finire
nel camino
aspetta
di spezzarsi
sotto a un piede, una zampa, un sasso
e fare “crack”.

Per te
cerco oggi la parola
che non ho
la parola, amica,
che guarisce
la parola che consola.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Oltre la falsificazione

ammennicolidipensiero:

cari aironi di carta, vi invito a conoscere un autore, gaberricci, attraverso questo pezzo scritto per i discutibili. contiene punti di vista, certo, ma contiene anche dati di realtà e una tensione all’onestà intellettuale che, penso, si possa solo ammirare.

Originally posted on i discutibili:

Ci ho messo dieci giorni, a completare, con l’articolo che state leggendo, il dittico che, dicevo qui, avrei potuto intitolare Caviamoci il dente o, in altri termini: “Di questo argomento non avrei proprio voluto parlare, ma…”.

View original 1.046 altre parole

Heaphy 08

Almost in  Lo Mantang - Upper Mustang 2012

Almost in Lo Mantang – Upper Mustang 2012

Santander, Cantabria, Spagna, primi giorni di giugno. La città a me ignota era una piacevolissima scoperta. Non l’avevo mai visitata; ci ero solo passato una volta in precedenza, in volo da Milano, proseguendo direttamente per la stazione degli autobus per andare ad Oviedo nelle Asturie. Era bello, dopo qualche anno, reimmergermi nell’atmosfera dell’amata Spagna e scoprire che quel precario castigliano appreso per strada “hablando con la gente” era ancora vivo sotto la polvere di tante altre cose.

Al brindisi inaugurale della conferenza incontrai Gramie. Erano solo cinque mesi che non ci vedevamo, dall’addio a Christchurch, ma l’incontro era inaspettato. Chiamai Mick Jagger a Zurigo. Rimanemmo quasi sospesi e senza parole per l’emozione.

Qui per ora si chiudono i racconti neozelandesi. Ci sarebbero altri cammini, altre notti all’addiaccio, altre montagne e cascate e valli e mari di cui parlare, ma non ora. C’è poi una serie di storie che a queste si allacciano, di circostanze e rimandi che non ho chiarito, e che vanno dalla Spagna al Canada all’Australia alla Russia, intrecciandosi sempre in Italia. Magari un giorno mi rimetto a scrivere; magari racconterò a voce a chi è interessato.

Kia ora tatou e buona fortuna.

…the end.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 07

Tsarang Palace - Upper Mustang 2012

Tsarang Palace – Upper Mustang 2012

“Da dove vieni?” avevo chiesto.
“Dal Canada”
“Il Canada è grande”
“Dal Quebec”
“Sono stato. Dove in Quebec?”
“Il Quebec è grande. Non è detto tu conosca …”
“Scommettiamo!”
“Vengo dalla penisola della Gaspesie”
“Ci sono stato, qualche anno fa. L’estuario del San Lorenzo. Rimouski, Rivière-du-Loup. Sainte-Anne-des-Montes. Mont Albert. Fourillon, Gaspè, Percè. L’Île-Bonaventure, dove nidificano le sule, per poi migrare in Messico prima della cattiva stagione. E poi c’era quel villaggio, come si chiamava? Sulla strada per il New Brunswick, là dove comincia l’Appalachian Trail, il sentiero che ti porta a Sud attraverso gli Appalachi fino in Georgia, là dove c’è la confluenza tra le Riviere Restigouche e le Riviere Matapédia …”
“Matapédia. Sono di Matapédia”
Matapédia, un borgo di 500 anime sperduto nel Quebec rurale, dove trovare qualcuno che parli inglese non è immediato e spesso, per chi non parli il francese, è meglio provare ad intendersi con lo spagnolo. Matapédia, dove mi divertii con una uscita in kayak e camminando per un po’ di Appalachian Trail, tra gli aceri dalle foglie rosse in settembre e le betulle d’argento.
Incontrare una Québécoise di Matapedia a Christchurch, nella South Island della Nuova Zelanda, qualche settimana prima, era stata una discreta sorpresa.

C’era anche lei al un barbecue di addio a Christchurch il mio ultimo giovedì. Di quella festa si ebbe poi a dire “we partied like rockstars!”.

Non fece in tempo a passare invece il collega indiano, rimasto a casa con la moglie e la bimba di un mese. Allora passai a salutarlo io a casa sua il sabato mattina, sulla strada dell’aeroporto; la moglie mi mostrò l’unico superstite degli orecchini di giada screziata d’oro di Hokitika.

Arrivò il decollo a rimescolare i pensieri. Ero sulla via dell’Europa; seduto vicino al finestrino sul lato sinistro, in pochi minuti vidi la South Island stagliarsi sotto di me da costa a costa e distinsi chiaramente il fiume Rakaia. Nella testa andava “All the roadrunning” cantata da Mark Knopfler e Emmylou Harris:
“… and if it is all for nothing
all the roadrunning
is in vain”.

Cominciai a meditare a come trovare il modo di tornare. Sto meditando tuttora.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Shopping

Originally posted on Hotel del Disinganno:

Il giovane entrò nel negozio con la testa china. Si avvicinò al banco, dietro il quale troneggiava un uomo grosso quanto un armadio, vestito di un camice unto, con le maniche arrotolate sino ai gomiti e le braccia pelose conserte nel vasto petto. L’uomo guardava il ragazzo come dall’alto di un pulpito, quasi in attesa della sua ammissione di colpa.

Il ragazzo si fece ancora più piccolo e si strinse nel misero cappotto. Non alzò neanche lo sguardo quando parlò. Le sue parole erano sommesse come il sospiro di una corrente che trapassa una soglia socchiusa.
– Vorrei del silenzio
– E quanto ne vorresti? – chiese l’uomo del banco
– Non so… ho solo queste…
E nel dirlo trasse dalla tasca un piccolo fagotto, formato da un fazzoletto, neanche tanto pulito. Lo svolse con cura, sempre col viso chino.
Sollevando la mano rovesciò il contenuto del fagotto. Sul piano…

View original 124 altre parole

Heaphy 06

Scar detail - Upper Mustang 2012

Scar detail – Upper Mustang 2012

Come raccontare cento chilometri di pericolosi saliscendi tra Westport e Greymouth percorsi su un lurido furgoncino giapponese a motore centrale, che ansimava in salita e sembrava perdere l’equilibrio in discesa? Come descrivere quel meccanico americano cordialissimo ed enorme, che si fermò a raccogliermi a bordo della highway e perse mezz’ora a dare una rassettata al sedile passeggero per renderlo minimamente presentabile e potermi fare spazio? Lasciai lo zaino in uno dei vani esterni della cabina, unto di grasso e sudiciume, e montai a bordo. Per rendere l’atmosfera ci vorrebbero tutti i suoi “hey bro”, il suo accento inimitabile e i suoi modi di dire del tutto nuovi per me.
Quando seppe che sono veronese, si illuminò: aveva vissuto a Verona, appena ventenne, quando riparava i cingolati dell’esercito americano nella base NATO. Di questa esperienza era rimasto folgorato: mi disse in tutta serietà che non ci sono al mondo donne belle come le veronesi. Si dilungò in molti dettagli boccacceschi, ma questi li riporterò a voce a chi me li chiederà.
Dopo tante peripezie, il meccanico si era infine sposato e stabilito in questo remoto angolo di Nuova Zelanda, dove si manteneva riparando tutti i mezzi agricoli della West Coast tra Karamea e Greymouth e giù fino oltre Hokitika. Mi raccontò della sua ultima disavventura in una fattoria, quando era stato attaccato da un toro mentre riparava un trattore ed era riuscito a rifugiarsi nella cabina per poco.
Mi porterò dietro, di lui, il tono di genuino stupore e ammirazione del mondo e delle sue infinite varietà e la sua semplice contentezza del tutto.

Mi lasciò vicino alla stazione di Greymouth, la “metropoli dell’Ovest” posta alla foce del fiume Grey. Dopo aver tentato invano di trovare un passaggio in autostop per gli ultimi duecento chilometri, mi risolsi a prendere un autobus per Chrischurch. Il coast to coast attraverso Arthur Pass fu piacevole e a metà pomeriggio scesi al capolinea a Christchurch. Dalla fermata in Riccarton Road fino alle pendici delle colline, dove viveva il mio ospite Reg, camminai. Oramai avevo preso il passo e non potevo ammettere di tornarmene a casa coi mezzi: non dopo Abel Tasman e Heaphy.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

http://www.youtube.com/watch?v=0SH0V9V0Pf8