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Originally posted on Hotel del Disinganno:

Il giovane entrò nel negozio con la testa china. Si avvicinò al banco, dietro il quale troneggiava un uomo grosso quanto un armadio, vestito di un camice unto, con le maniche arrotolate sino ai gomiti e le braccia pelose conserte nel vasto petto. L’uomo guardava il ragazzo come dall’alto di un pulpito, quasi in attesa della sua ammissione di colpa.

Il ragazzo si fece ancora più piccolo e si strinse nel misero cappotto. Non alzò neanche lo sguardo quando parlò. Le sue parole erano sommesse come il sospiro di una corrente che trapassa una soglia socchiusa.
– Vorrei del silenzio
– E quanto ne vorresti? – chiese l’uomo del banco
– Non so… ho solo queste…
E nel dirlo trasse dalla tasca un piccolo fagotto, formato da un fazzoletto, neanche tanto pulito. Lo svolse con cura, sempre col viso chino.
Sollevando la mano rovesciò il contenuto del fagotto. Sul piano…

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Heaphy 06

Scar detail - Upper Mustang 2012

Scar detail – Upper Mustang 2012

Come raccontare cento chilometri di pericolosi saliscendi tra Westport e Greymouth percorsi su un lurido furgoncino giapponese a motore centrale, che ansimava in salita e sembrava perdere l’equilibrio in discesa? Come descrivere quel meccanico americano cordialissimo ed enorme, che si fermò a raccogliermi a bordo della highway e perse mezz’ora a dare una rassettata al sedile passeggero per renderlo minimamente presentabile e potermi fare spazio? Lasciai lo zaino in uno dei vani esterni della cabina, unto di grasso e sudiciume, e montai a bordo. Per rendere l’atmosfera ci vorrebbero tutti i suoi “hey bro”, il suo accento inimitabile e i suoi modi di dire del tutto nuovi per me.
Quando seppe che sono veronese, si illuminò: aveva vissuto a Verona, appena ventenne, quando riparava i cingolati dell’esercito americano nella base NATO. Di questa esperienza era rimasto folgorato: mi disse in tutta serietà che non ci sono al mondo donne belle come le veronesi. Si dilungò in molti dettagli boccacceschi, ma questi li riporterò a voce a chi me li chiederà.
Dopo tante peripezie, il meccanico si era infine sposato e stabilito in questo remoto angolo di Nuova Zelanda, dove si manteneva riparando tutti i mezzi agricoli della West Coast tra Karamea e Greymouth e giù fino oltre Hokitika. Mi raccontò della sua ultima disavventura in una fattoria, quando era stato attaccato da un toro mentre riparava un trattore ed era riuscito a rifugiarsi nella cabina per poco.
Mi porterò dietro, di lui, il tono di genuino stupore e ammirazione del mondo e delle sue infinite varietà e la sua semplice contentezza del tutto.

Mi lasciò vicino alla stazione di Greymouth, la “metropoli dell’Ovest” posta alla foce del fiume Grey. Dopo aver tentato invano di trovare un passaggio in autostop per gli ultimi duecento chilometri, mi risolsi a prendere un autobus per Chrischurch. Il coast to coast attraverso Arthur Pass fu piacevole e a metà pomeriggio scesi al capolinea a Christchurch. Dalla fermata in Riccarton Road fino alle pendici delle colline, dove viveva il mio ospite Reg, camminai. Oramai avevo preso il passo e non potevo ammettere di tornarmene a casa coi mezzi: non dopo Abel Tasman e Heaphy.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

http://www.youtube.com/watch?v=0SH0V9V0Pf8

Heaphy 05

Walking - Upper Mustang 2012

Walking – Upper Mustang 2012

Bisogna mangiare pasta senza sale, un po’ di uva passa e una mela al giorno per una decina di giorni per capire quanto possa mancare una bistecca. Bisogna bere tè liscio per lo stesso tempo per capire quanto si possa desiderare una birra. Sì, sono d’accordo con voi: la moderna tecnologia applicata all’alimentazione del camminatore mette a disposizione pasti liofilizzati dotati un sapore. Ma non sia mai investire denaro in tali mollezze borghesi quando si ha a che fare con lo Heaphy, avevo pensato; quanto al sale e allo zucchero, semplicemente e prosaicamente, pesano, e al trentacinquesimo chilometro di cammino la sera, per ogni grammo risparmiato, le spalle e le ginocchia ringraziano. Per farla breve, il mio desiderio di una bistecca era tale che l’ultima notte del mio tramp, nella Heaphy hut, ero giunto a sognarla.

Ero dunque a Westport con l’Irlandese, che aveva trovato il modo di scolarsi da par suo una cassa di birra mentre ancora io mi godevo il tepore del sole morente al largo della West Coast nel giardino dell’ostello. Uscimmo decisi a cercare delle proteine animali, ma le nostre istanze furono frustrate dai prezzi dei ristoranti. Allora comprammo al supermercato dell’ottima costata di angus e cipolle e verdure e funghi. L’Irlandese si occupò della carne, cuocendola magistralmente nella birra e nella margarina, mentre io preparai il contorno da accompagnare. La mia ammirazione va a quell’uomo di pelo fulvo stanco e fuori forma, visibilmente scottato, con tutte le lentiggini che protestavano del sole preso sulle montagne, disidratato e ubriaco, che riuscì a produrre un piatto così saporito a tarda sera.

Irish si dedicò poi, probabilmente con poco garbo e stile, e temo con poco successo, ad una viaggiatrice canadese. Qualunque cosa abbia detto e fatto in quelle ore della prima mattina e in quello stato di mente in cui tutto sembra a portata, glielo passeremo bonariamente e non lo riporterò qui.
Io mi ritirai a dormire un paio d’ore. Scivolai fuori dell’ostello di prima mattima e camminai verso l’estremità meridionale di Westport. La mia intenzione era di trovare un pendolare che uscisse dalla cittadina verso Sud per fare autostop. Non dovetti aspettare a lungo: presto si fermò un furgoncino e il suo padrone, un meccanico di mezzi agricoli, mi fece salire.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 04

Statuetta - Upper Mustang

Statuetta – Upper Mustang

La marcia sullo Heaphy era cominciata dalla Brown Hut. La prima mattina fu un lento e dolce salire tra i boschi e all’ombra della montagna dalla valle del Brown River al punto più elevato del sentiero, per poi ritrovarmi d’improvviso e quasi con sorpresa al sole della terrazza di Perry Saddle Hut, che dominava la valle rivolta a Nord. Non ebbi molto tempo di fermarmi e ripartii dopo il tè, per proseguire su quell’aspro altipiano coperto dalla brughiera e solcato di pericolose incisioni scavate dall’acqua corrente. Il tempo durante il cammino fu sempre bello, ma quella vista mi fece pensare che i temporali non debbano essere lievi su quelle montagne e che non sia piacevole nè sicuro il passo durante le giornate tempestose di autunno.

Vidi un commovente cimitero di pedule con un totem, come un monumento alla memoria, costruito dai camminatori; ho promesso alle mie di seppellirle lì in buona compagnia quando saranno troppo stanche per proseguire: avranno da raccontare di tanta polvere calpestata. Attraversate le Gowlan Downs e i loro guadi, con il loro carico di desolazione e solitudine, l’assenza di alberi e l’erba alta, arrivai all’imbrunire a Saxon hut. Mi immersi nel torrente in una pozza denominata con ironia “mountain spa”, mentre il sole tramontava sulle Downs. L’acqua era gelida e ristoratrice. Quella notte nel bivacco, quando si spense la stufa, patii il freddo nuovamente e mi risolsi a partire prestissimo.

Il secondo giorno non ha storia per le prime ore. I passi andavano, liberandosi faticosamente dal fango sul terreno pesante, ma la testa era spenta. Dopo qualche ora, mi fermai a fare il tè sulla terrazza di Mackay Hut e da lì guardai giù. Gli altipiani erano finiti; per venti chilometri la vista si spingeva fino alla West Coast, alla foce dello Heaphy river. Lì dovevo arrivare, lì dovevo scendere. Ricordo il lungo e tortuoso sentiero che si avvitava nella valle dello Heaphy; il piccolo e vecchio hut vicino al fiume, quasi in rovina, infestato di sandflies; le barre sabbiose, i pigri meandri del fiume e il ponte sospeso per passare sulla sua riva sinistra; l’ultima marcia sul terreno impalpabile della foresta riparia fino a Heaphy hut. Fu con sollievo estremo che lasciai lo zaino e mi immersi nell’acqua gelida dell’estuario. A qualche centinaio di metri, oltre un cordone di sabbia, la selvaggia West Coast e le sue scogliere e spiagge fronteggiavano il mare di Tasman. Sorpresi un gruppo di pinguini, che si gettò goffamente in mare.

L’ultimo giorno fu quasi una passeggiata: solo quindici chilometri, poco dislivello, lo zaino più leggero. Il sentiero a volte saliva nell’entroterra nella foresta per scavalcare a guado o su ponti “tibetani” i torrenti che portavano a valle massi enormi e si lanciavano in mare. Altre volte correva sulla spiaggia, dove i passi affondavano nella rena.
Raggiunsi infine l’estremità del sentiero: il mio tramp, cominciato una decina di giorni prima a Nelson, era finito. Fu una breve corsa in shuttle-bus sulla strada bianca a portarmi a Karamea. Lo shuttle attraversò sul ponte della strada il complicato sistema di lagune di marea del Karamea River, protette dal mare da cordoni di sabbia; sterzò quindi bruscamente a sinistra. Lasciandoci il mare di Tasman alle spalle, entrammo nel villaggio per la main street.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 03

Kaligandaki river - Nepal

Kaligandaki river – Nepal

Per i primi due giorni di cammino sugli ottanta chilometri dello Heaphy mi ero sentito estremamente soddisfatto. Incontravo e superavo altri camminatori, che si concedevano quattro o cinque giorni per percorrerlo. Io invece avevo solo tre giorni, non tanto per scelta ma per la necessità di prendere il mio aereo per l’Europa, ed ero deciso a farli fruttare. Dopo aver camminato lentamente e svogliatamente in Abel Tasman, sfruttando ogni cala della sua dolce costa quasi mediterranea per nuotare, su questo percorso più duro e a questi ritmi misuravo davvero la mia voglia di fare mia la Nuova Zelanda.

Il secondo giorno incontrai Relocator. Era un uomo asciutto sulla sessantina e camminava in senso opposto al mio. Viaggiava leggerissimo, con uno zaino minimo. Relocator non camminava per piacere, anche se immagino che la cosa in definitiva non gli dispiacesse; Relocator era al lavoro. Il suo mestiere consisteva nello spostare le auto dei camminatori da un capo all’altro del sentiero, da Collingwood a Karamea o viceversa, e rendere le chiavi ai clienti incontrandoli lungo la via. Per questo servigio si sobbarcava i trasferimenti a piedi da un capo all’altro dello Heaphy Track in due giorni di cammino, fino a tre volte la settimana. Si portava dietro solo la mantellina da pioggia e la cena, zampettando leggero come un passero al cospetto dei lenti camminatori impacciati da zaini di decine di chili. Dormiva sempre nello stesso bivacco a metà del sentiero, dove lasciava il sacco a pelo.

Chissà come deve essere il lavoro di Relocator sullo Heaphy, come sia attraversare a tutti i costi il Little river, in cima all’altipiano, quando il guado diventa impraticabile in piena, e quanta fatica costi fare le Gowlan Downs con la pioggia che trasforma il sentiero in un mare di fango dove si sprofonda alla caviglia. Chissà se si riesca ancora a gioire della bellezza dei luoghi, o se invece si imprechi e maledica, o se piuttosto non si goda sottilmente della propria forza e perizia anche in quelle situazioni. Magari un giorno, se il mio mestiere mi viene a noia, quando Relocator si sarà ritirato, ne rileverò l’attività e saprò dare risposta.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 02

Villaggio di Marpha - Nepal

Villaggio di Marpha – Nepal

Karamea, Nord-Ovest della South Island. Il villaggio più remoto del mondo, per ciò che mi sia mai capitato di vedere: una interminata main street, sulla quale proseguire strizzando gli occhi nel sole implacabile del primo pomeriggio; le case disperse nei campi e il pub a metà della main street, dietro il quale si poteva campeggiare; un alberghetto di fronte.
Proseguendo verso l’interno, si giungeva ad un crocicchio che rappresentava il cuore della cittadina, con il supermercato, l’ufficio postale, la pompa di benzina, l’ufficio turistico. Di lì a cento metri, il paese finiva e la strada si inerpicava immediatamente sulle montagne; un cartello avvertiva minaccioso di controllare di avere benzina per i successivi 100 chilometri, perchè fino a Westport non ci sarebbero stati distributori.

A Karamea abitano essenzialmente agricoltori; qualcun altro vive dei servizi ai camminatori.
Non ci sono autobus che arrivino o partano, ma si può chiamare uno shuttle-bus che venga appositamente da Westport, affrontando saliscendi vertiginosi lungo l’alta e selvaggia west coast. Se si ha fretta, si può noleggiare un piccolo aereo da turismo che parta dalla air stripe di ghiaia per raggiungere Nelson, poichè le strade nella regione sono tanto poche che si preferisce volare. Egoisticamente, spero sarà così per sempre, perchè questo isolamento è ciò che fa dello Heaphy ciò che esso è. Oppure si può provare in autostop, ma “solo il mattino”, come mi disse qualcuno, “perchè il pomeriggio la gente ritorna dai campi, non esce certo dal paese”.

Mi misi in attesa al crocevia nel sole; ogni tanto un’auto arrivava a rifornire, illudendomi, e ritornava in paese. Si aggiunse un Irlandese, venuto dallo Heaphy come me. Finalmente dopo ore passò un’auto di turisti inglesi e ci prese. Arrivammo a Westport in serata.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 01

Boudanath - Kathmandu

Boudanath – Kathmandu 2012

Zurigo, un giorno soleggiato di maggio. Arrivai a Hoch Bahnhof verso mezzogiorno, proveniente da Basilea, dopo aver volato da Amsterdam. Mick Jagger era lì ad aspettarmi. Era passato del tempo dall’ultima volta che lo avevo visto, ma lo riconobbi subito. Lui ci mise qualche attimo di più; mi ricordava capellone, ma in quei due anni avevo perso la criniera.

Percorremmo velocemente quei dieci minuti a piedi fino a casa sua. Mi fece il caffè mentre estraevo dallo zaino i regali a ricompensa della sua ospitalità. C’era dell’oude kaas olandese, ovviamente, e c’era un libro di miti e leggende Maori che gli portavo direttamente dagli antipodi. Partirono i racconti dei vecchi tempi in Nuova Zelanda, dove io e Mick ci eravamo conosciuti. Parlammo del Fiordo di Milford, delle foche a Kaikoura, delle terme di Hanmer, di quella volta a Sydney all’Opera House e poi sulle Blue Mountains, di quando andammo a lavorare la giada a Hokitika, degli orecchini di greenstone screziata d’oro e della loro inaspettata fine, di quella volta che campeggiammo a Mount Fyffe, di quando ci paracadutammo sul ghiacciaio di Fox di fronte alla West Coast. E poi gli raccontai delle cose nuove: di come Christchurch si stesse riprendendo dai terremoti, della Stewart Island e del mio tramp in solitario in Abel Tasman e nello Heaphy, che lui non aveva mai percorso. Parlammo degli amici dei vecchi tempi e di come stesse il suo capo a Christchurch, Gramie, con cui aveva lavorato ad un progetto sulla laguna di Karamea.

La mia cartolina da Karamea, inviata a gennaio, era appoggiata sulla credenza in cucina. Karamea …

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

La fine della gru

Dopo anni di rigoroso servizio20141212_084758
di carichi e scarichi precisi
e d’obbedienza al manovale,
la gru prese a sognare:
si mise a contare le case,
ad orientarsi alle linee degli aerei,
a stendere il collo del traliccio
per  respirare l’aria pura;
a contemplare i comignoli
a sorprendere i gatti sulle scandole dei tetti
a spiare alla finestra del decimo piano
(che era quello sguardo lungo – dietro il vetro?).

Fu per poco.
Fuori controllo, inservibile
fu smontata il giorno dopo.

Epperò si scoprì
dopo
che i comignoli spiati
avevano preso anch’essi a sognare:
passarono l’inverno a scrivere
poesie di fumo
evanescenti
intraducibili.

Poi venne il caldo,
le caldaie spente,
le poesie dimenticate.

Giulio