Prima e dopo

Cose che capitano
più delle altre:
c’è un prima, c’è un dopo.
Mutamento indelebile
del paesaggio,
prima non può essere,
dopo è successo.
Dunque nulla più
niente mai
come prima?
Dopo tutto
diverso?
No, non tutto:
qualcosa.
E’ cambiato qualcosa soltanto.

Arianna

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Famiglia

Quando uno di casa, intimo, viene a mancare, muore,
crea un vuoto così grande e naturale
che chi resta, per forza di cose,
è come attratto da una forza centripeta
su quell’assenza.
La mancanza svela il possibile,
mostra l’insperabile.
Su quel vuoto ci si riconosce famiglia.

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In coda,
per entrare all’interno del Giardino del Requiem eterno.
Come quando c’è la coda al supermercato.
Come quando in ospedale c’è sovraffollamento per le nascite.
Cappotti grigi e neri in attesa tra auto e corone di fiori,
ciascuna che racchiude un dolore privato,
una mancanza,
un vuoto che non si colmerà più.
E sulla soglia di ingresso,
tra chi entra e chi esce,
l’incrocio di sguardi tra sconosciuti
portatori di dolori diversi
abitati dall’unico dolore.
Ci si riconosce famiglia.

Nadia

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Il rito

L’attenzione del gesto
nella cerimonia del thè.
Il fiore del rito
appassisce e secca
se non c’è l’acqua
profonda Presenza
e attenzione da arciere.
La vita è il rito
il rito è arte
e il come è suo il profumo.

Giacomo

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Torre a Levico (1 Maggio 2011)

Immagine

Niccolò

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Spuntini

L’azione, cos’è l’azione? 
Secondo me è una performance, un’esecuzione di senso. Per questo è performativa. Un enunciato performativo (in linguistica) non descrive un’azione né constata un fatto (quindi non è suscettibile di un giudizio di falsità o verità) bensì coincide, in determinati contesti, con l’azione stessa.
L’azione, di cosa è fatta l’azione? 
Senza dubbio l’azione ha sempre un contenuto, pur non essendo un contenitore in senso stretto; insomma, ha un senso, un significato.  Se è un contenitore di significato, deve pur avere una forma. Forma contenuto. L’antica dualità del pensiero occidentale dal Medioevo all’altro ieri? Superabile e con il minimo sforzo, quello che mette in relazione la forma e il contenuto è il modus. Niente di più del come riempiamo quella forma con quel significato.
La forma, cos’è la forma? Eccetera.
La forma è squisitamente culturale se non addirittura sociale (leggi: il sociale viene prima del culturale), affonda le proprie strutture (in senso debole, non marxista, e pluralìs-possibilìs-saimaìsta) nell’interazione. Il contenuto, da canto suo, ha fondamenti individuali, schultzianamente definiti dall’incontro delle soggettività, collettivizzati post  e interiorizzati sic ma ampiamente ridefinibili. Insomma, il significato è sempre un po’ ‘zzitùa. E il modus?
Io quello, a quanto pare, lo sbaglio sempre. Quindi ci ritorno più avanti. Stay tuned.

Gianmarco

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L’amore non fa miracoli

Non fa miracoli l’amore.
Non è di quelli che guariscono i malati, sciolgono l’odio e la rabbia, acciuffano i morenti per un pelo, e li riportano di qua. No, l’amore non basta (o non serve) per questo genere di cose.
Semplicemente, l’amore sta, come un sassolino nella scarpa, o una lumaca aggrappata ai bordi dell’autostrada.
L’amore fa cose come stendere le gambe stanche, guidare nel traffico per venirti a prendere, accarezzare piano le lacrime, guardare senza far domande, chiedere ma non pretendere di capire (ché poi capire non sempre…), ragionare senza arrivare a conclusioni, tenere in vita un attimo prima di cedere e, a volte, aiutare a morire.

Arianna

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Inconsapevole di essere vivo

Fuori dal tempo,
in una stanza,
lascio che il mondo
scorra, io fuori
dalla corrente,
per un attimo,
spettatore
sulla riva.

La malattia
è un fiore
che mi costringe
a fermarmi.

Solo così
mi accorgo
di ciò che ero,
inconsapevole
di essere vivo,
di essere sano.

Giacomo

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