nascita (3) – figli di provetta ignota

Chissà che cosa racconteranno, un giorno, a quelli che saranno due adulti e le cui sequenze geniche già ora, pur non essendo ancora nati, hanno già abbondantemente sorpassato il loro quarto d’ora di popolarità warholiano, occupando pagine web, quotidiani, rotocalchi e tra un po’ anche fanzine. Chissà se diranno loro che sono nati da un errore, da una provetta scritta male, da un caso di malasanità e pure in un ospedale intitolato ad un uomo nobile di questo paese. Chissà come glielo diranno. Chissà se quei due individui, o anche uno solo dei due, farà il biologo o il ricercatore o quel mestiere l’avrà in odio perché qualche biologo, da qualche parte, deve aver commesso l’Errore. Chissà se saranno amati di meno, per questo.

Embryo selection for IVF light micrograph

Nascita (2) – Canto della autocoscienza

Che fa qui

ad avvizzire tra le crepe del giorno?

Qual è il tuo scopo volgare

e quello sublime?

Quante frecce conti nell’arco della vita

e di quali ammanchi per fare centro?

Cosa ti nascondi, ancora

e quali confessioni, quali bisbiglii

ti sei concesso negli anni?

Ed anche:

sai perché sei nato?

Stai bene incastonato nel reale,

in questa slabbratura vergine del cielo?

Oppure ti manchi

ti manchi terribilmente?

Se anche tu ti mancassi…

 

Ti sono accanto.

Sai, accanto

ti sono inutile come un firmamento

nella notte acerba del mondo

nella notte senz’occhi,

se per niente ti manchi

se per nulla ti cerchi.

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Foto: Algarve 2014

Giulio

Nascita (1)

“Da ateo posso dire che nascere è un miracolo”
scrisse un amico appena diventato papà.IMG_2499

Conosco alcune pance, grosse, con dentro bambini e bambine: nascituri.
I (quasi? già?) genitori mi parlano di curiosità.
E di paure.
Dicono: “Boh! Cambierà tutto… non sappiamo come!”.

Nascita vuol dire che comincia a esistere qualcosa di nuovo.
Proprio nuovo nuovo, roba mai vista prima.

Siamo tutti nati, almeno una volta.

Arianna

Foto: Guimaraes 2013

Maschile plurale

Un amico mi ha inoltrato un’email dell’associazione Maschile plurale. Che mi è piaciuta molto.
Per esempio, mi è piaciuto leggere cose come:

“Il nostro percorso di riflessione e trasformazione maschile si è confrontato e tuttora inevitabilmente si confronta con il problema della violenza nelle sue molteplici manifestazioni, anche perché è un dato di fatto che la violenza nella grande maggioranza dei casi viene esercitata dagli uomini.
Questa assunzione di responsabilità maschile è, almeno in Italia, relativamente recente e mira a riconoscere le radici profonde che il fenomeno della violenza ha nella nostra società, così segnata dalle forme e dalle abitudini di un sistema patriarcale in crisi ma ancora in grado di condizionare fortemente le vite individuali e la dimensione collettiva”.

Ecco. Per esempio.  Poi mi è piaciuto anche leggere che per cambiare bisogna partire dai desideri, così come mi è piaciuto  leggere che il pensiero e le pratiche delle donne hanno aperto la strada al cambiamento, e al tempo stesso che è importante, per gli uomini, aprire altre strade, le loro: ma sempre in relazione a, nel confronto, nelle differenze dei percorsi e degli approdi.

Insomma: qualche ragione di speranza ce l’abbiamo.
Grazie, Maschile Plurale.

Arianna

 

 

La giusta distanza

E’ quella che ti fa immaginare come si sta, ma fino a un certo punto.
Fino al punto che non ti fa paura.
IMG_1953Ti fa stare con i piedi per terra, a fare discorsi campati in aria… tanto i piedi da lì non si muovono.
E’ una cosa tra l’immedesimazione e il distacco.
Una cosa tipo andare a trovare qualcuno che è malato – e qualcuno io lo conosco – però solo alcuni giorni, non proprio tutti tutti. Andarlo a trovare, stare ad ascoltare, non dare consigli, immaginare senza cercare di capire (“tanto tu non puoi capire”… oltretutto).

E lasciare una finestra aperta.
Se vuole… ma senza insistere.

Arianna

Foto: Parigi 2013

 

la prima volta

cocayenneLa prima volta in cui sono salito su di un SUV, da passeggero, è stato ieri sera, per un passaggio di ritorno a casa.

Sì, so che può sembrare strano che la prima volta sia stata alla veneranda età di chi associa la propria adolescenza ai Duran Duran (sottolineo: esclusivamente per concomitanza di tempi e non per interesse, vorrei mai esser frainteso), ma tant’è.
Insomma, la prima volta è stata ieri sera. A fianco ad un guidatore che, per la verità – unica nota di consolazione – ne era stato frequentatore per ben poche altre occasioni, non essendone il proprietario ma unicamente il fruitore. A esser sincero non ricordo nemmeno il modello della vettura, era l’ultima delle mie preoccupazioni tenerne memoria.
Chiudo la portiera, mi siedo sul sedile di pelle tirato come una striscia di bianca illegalità, mi volto verso la “plancia di comando” illuminata come un alberello decembrino e rimango basito di fronte all’immagine proiettata sul computer di bordo, acquisita dalla videocamera posteriore ad alta risoluzione per guidare la retromarcia e prevenire l’impatto con eventuali ostacoli. Fermo i pensieri, non voglio sapere oltre della tecnologia né dei consumi del veicolo che mi sta ospitando.

Mi limito ad una semplice riflessione: la mia prima storia con la fidanzatina fu con una vecchia Cinquecento. Il mio primo bacio fu con una Panda trenta. La prima volta in cui sperimentai la sensualità del corpo fu con una Renault 4 bianca con disegnato un’aquila sul cofano e la sagome dei Beatles sul didietro (se ci ripenso, ancora mi commuovo). La prima volta in cui feci l’amore, in realtà, non fu a quattro ruote, ma a due: una bici da corsa anni settanta, bianca e rossa; non era mia, e questo la rese ancora più desiderabile. E poi, sempre a due ruote, la prima storia seria con una Atala azzurra, la prima relazione importante con una bici da trekking rossa in alluminio e la storia della maturità con una contropedale rossa.

Ecco, ieri sera fu la volta in cui persi l’innocenza. Con una nera prostituta d’alto borgo.

Piccola violenza domenicale

Montagna, neve, una domenica come le altre. Un rifugio lassù, più o meno lontano a seconda delle gambe di ognuno. Fuori dal rifugio, una famiglia. Mamma, papà e tre bambini, il piccolo che razzola intorno alla madre, i grandi che cercano la pendenza perfetta per scaraventarsi giù col bob dalla breve discesa.

Mamma e papà, donna e uomo, siedono su uno slittino. Pare mangino qualcosa. I bimbi trovano il pendio, oltre lo steccato. La neve è bianca, inondata di sole. Si preparano a partire e due voci li rincorrono.

Mamma dice: non di là – attenzione – pericoloso – cadere – caduta – ripido!

Papà dice: buttatevi – forza – dai dai – tienilo – mollalo – vai!

È a questo punto che la donna, seduta accanto all’uomo e sotto i miei occhi, si gira verso di lui e di scatto lo afferra per l’orecchio, glielo torce.

È un attimo, finisce subito.

L’uomo fa finta di nulla, il padre è più zitto di prima.

Una piccola violenza famigliare domenicale, una violenza da nulla, su cui soprassedere.

Papà insiste: tre, due, uno…!

 

Giulio

Precauzioni per non perdere

Tendo a perdere
le cose
che appoggio e poi
lascio, a volte
me ne ricordo,
le ho dimenticate,
e subito corro, controllo,
a volte (spesso) son perse
così.

Si potrebbe pensare
non ci tieni
non t’importa
veramente, se veramente,
faresti attenzione
maledizione
pure gli occhiali
e un libro
non tuo, per giunta,
chi la sente poi
quella della biblioteca.

Ho capito: devo prevenireIMG_2233.
Nei momenti di concentrazione
pinzarti a un filo
ben stretto
legarmelo, che so, a un orecchio
così se poi – com’è certo -
m’appoggio, mi lascio,
m’accorgo e mi rincorro,
trafelata controllo, tracollo
disperata, in lacrime, rassegnata

ma no:
tu ci sei,
tu resti, resisti,
esisti, sei
ancora qui
con me.

Grazie al cielo
alla terra
a tutti.
Grazie: quasi un miracolo.

Arianna

Vicini

Siamo vicini
almeno noi
siamo vicini
e parliamo
parliamo molto.

Al telefono, però:
fisicamente
non siamo poi così vicini.
Almeno un tram
la metro
un treno
un pullman.

Siamo vicini
così vicini
che abbiamo paura
ognuno
delle paure altrui.

A volte, timidamente,
confessiamo:
“anch’io”
“anche tu?”
“sì”
“e come fai?”
“beh, niente…. vado avanti”.

Siamo vicini
e impariamo a vivere
(ci proviamo)
con stanchezze nuove.

A volte sentiamo
forte
il bisogno di arrabbiarci:
facciamo a turno.

Arianna