in punta di piedi

Una piccola riflessione, mi è stata stimolata da un video che ha postato ieri solounoscoglio. La sua è una segnalazione semplice ma preziosa, perché racconta di una realtà, quella degli ospedali psichiatrici giudiziari, che purtroppo non ha voce. Il trailer è stato inoltrato in rete da molti dei blogger che seguo; segnalo in particolare l’accurata analisi dell’esistente legislativo nel serbatoio di pensieri occasionali di wishakamax.

Ecco, riflettevo sull’ennesima riprova del potere mediatico delle immagini. Mi chiedo se un racconto, per quanto drammatico o puntuale, della medesima realtà avrebbe avuto altrettanto impatto sulla sensibilità collettiva.
E poi pensavo al tempo che ho passato all’interno delle strutture psichiatriche e di quelle carcerarie. Luoghi – anzi, forse sarebbe meglio dire non-luoghi – nei quali entri in punta di piedi: ascoltando, osservando, tastando delicatamente, prima di tutto. Se oggi, a distanza di tempo, dovessi dire ciò che mi è rimasto più impresso di quel tempo di vita, la memoria emotiva ricostruirebbe innanzitutto non immagini, ma odori: quell’inconfondibile misto di urina e farmaco; l’odore acre del disinfettante passato su superfici nelle quali la polvere è stata incistata dal tempo; l’odore persistente di umidità sui vestiti indossati da più giorni. E poi, dopo gli odori, il senso dei suoni: colmi rimbombi di cacofonie prevalentemente metalliche (voci incluse) a riempire enormi spazi vuoti.
Solo alla fine arriverebbero le immagini, quelle a cui di norma spetta il compito ingrato della divulgazione: quel qualcosa che, purtroppo o per fortuna non saprei davvero dire, difficilmente riescono a fare in punta di piedi.

Femminilità (al maschile)

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Ieri sono passato in città insieme ad un ragazzino macedone che conosco. Ho incontrato due amici: ciao! più un sorriso ed una mano che si agita nell’aria. La domanda del ragazzo è stata: Giulio ma perché saluti come un frocio? Ma come saluta un uomo? Gli chiedo. E me lo fa vedere. Un ciao secco, duro, con le mano in tasca e un piccolo movimento di scazzo all’altezza delle spalle, una contrazione che “fa uomo”.

Il maschio sta cambiando, se ne accorgono i ragazzini macedoni che vengono dalle montagne. Sta cambiando in un modo che lo mette a contatto con la sua parte più femminile. Spesso si dice che la donna abbia acquisito un modello prettamente maschile per riuscire nella società, ma si tace sull’uomo. Mio padre tutte le mattine si spalma di creme di bellezza. Ho sempre pensato che fosse un comportamento da femmina.

Siamo pronti, oggi, noi uomini, a toccarci? Siamo forse pronti per farci una carezza tra i capelli – tra uomini, siamo pronti a spalmarci la crema solare al mare, siamo pronti ad essere sensibili e fragili, siamo pronti ad essere “deboli” e non “forti” in ogni situazione?

E le donne, ci vogliono così? O ci vogliono maschi, che le si prenda e si dica loro “cose da uomini”, almeno nel letto? Abbiamo ancora voglia di possedere una donna? O la vogliamo amare con rispetto e dedizione? E le donne sono pronte a non essere possedute?

Vibra il cellulare, del ragazzino. Mi fa vedere un sms di una ragazzina di sedici anni con cui esce. C’è scritto: ieri mentre scopavo con il mio ragazzo, pensavo a te. E tu che le rispondi? – gli chiedo. Chi se ne frega – dice lui – se vuole scopare basta che mi chiami e io vado.

Siamo più fragili, più femminili o più uomini?

Giulio

fotografia di Roberto La Iacona

Ditegli di smettere

1575La scorsa estate, il cortometraggio di una studentessa ha fatto scalpore a Bruxelles: attraverso una telecamera nascosta, la ragazza ha filmato gli insulti, commenti e proposte indecenti che le vengono quotidianamente rivolti per le strade della capitale belga. Si è parlato di multare gli autori di tali violenze verbali, si è accusata la studentessa di razzismo, perché il corto è girato in un quartiere abitato principalmente da stranieri. Ora, a prescindere dalla nazionalità di chi si permette di insultare e trattare come una prostituta (con tutto il rispetto per le prostitute, tra parentesi) una donna o una ragazza che cammina per strada, trovo che questi comportamenti siano intollerabili. Proprio nel senso che non si possono tollerare. Perché è pesante, umiliante, e fa venire una gran rabbia sentirsi insultare, interpellare o commentare (da uomini spesso in gruppo, guarda caso) mentre non si sta facendo altro che camminare per strada.
Ovviamente ci sono violenze sulle donne ben più gravi di questa, e i quartieri “bene” non sono certo meno maschilisti, sebbene lo siano in modo diverso. Però, ecco, se conoscete qualcuno che commenta le ragazze per strada, che le interpella, che fischia o addirittura insulta… se conoscete qualcuno che si permette di dire “Ehi bella” oppure “ça va” a una donna che non conosce, per il semplice fatto che questa donna è sola… ecco, se conoscete qualcuno che assume questo genere di atteggiamenti, ditegli di smettere. Subito.

Arianna

Foto: Gegio

un post piccolo piccolo

Ribloggato da ammennicolidipensiero:

Perché per raccontare di una persona grande grande - anzi, gigante, ché quell'one in fondo al nome non era certo a caso - spesso bastano davvero poche parole, poche poche. E poi ne userei poche comunque, perché con le ricorrenze, soprattutto quelle tristi, non ci so proprio fare, scrivere non viene fluente e c'è sempre quel cagnaccio malefico della retorica in agguato dietro l'angolo della tastiera.

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Sangue e spine

Ho un sasso incandescente nel petto
un peso che brucia
come un pugno nello stomaco,
spiantato straniero
senza radici a casa mia,
non c’è più scopo alla mattina
se non gioisco più al tuo fianco.

Eppure il tuo amore era un rovo
che più m’avvicinavo più mi ferivo,
ho scelto così triste l’addio,
la sopravvivenza del vuoto
al sangue delle tue spine.

Giacomo

Generare o non generare

E’ una questione che emerge, non da tanto. Fino a qualche decennio fa, non c’era neanche da porsi il problema. Sarebbe stato assurdo come chiedersi se permettere al cuore di battere o impedirglielo, come se la cose dipendesse da noi.

Ora invece è una domanda, non retorica, sebbene la pressione sociale verso la genitorialità come strada obbligata resti fortissima, soprattutto nei confronti delle donne. Chi dichiara di volere figli, non deve per forza motivare, giustificare la propria scelta. Al contrario, chi non desidera figli è spesso costretto (perché subissato di domande) a fornire spiegazioni, ragioni, a rivelare “dove sta il problema”. Come se fosse un problema, appunto, il fatto di non desiderare d’esser madri. (Tra parentesi: nel caso degli uomini che non vogliono diventar padri mi pare prevalga una pressione sociale meno violenta).

Un’amica è incinta, e dopo aver passato i primi tre mesi con forti nausee, ora soffre di sciatalgia. Un’altra ha partorito due gemelli dieci anni fa, e da allora ha problemi di schiena. Un’altra ancora mi confessa che, se dipendesse solo da lei, resterebbe incinta in continuazione, perché “è una cosa fighissima”.
Insomma: dipende.

Così come chi nasce: dipende. Tantissimo. Ci son quelli che dormono, quelli che proprio no, quelli sani, quelli che nascono malati o che si ammalano dopo. Quelli che da adolescenti rinfacciano ai genitori la fatica di averli messi al mondo, quelli che fanno di tutto per andarsene, da questo mondo, e a volte ci riescono. Ci son quelli bene o male sereni, e contenti di esserci. Dipende. Da tante cose e non solo né principalmente dai genitori, né dalla madre, come ancora troppi credono, e predicano. Dipende anche dalla fortuna e dalla sfiga o, detto diversamente, dal caso. Dall’insegnante che trovano, dal gruppo dei pari, dal fatto se saranno considerati belli o brutti durante l’adolescenza, dalle loro materie preferite e inclinazioni, e dalla coincidenza di queste ultime con le competenze valorizzate dalla società in cui si trovano. Insomma, dipende.

Ecco, io credo che di fronte a questo “dipendismo” sia sbagliato (termine forte, lo so) convincere chi non vuole figli ad averne. Perché essere genitore significa accogliere quello che viene per tutta la vita: può andar bene, ma può anche andar male. E quindi bisogna sentirsela.

Arianna

Uno, Nessuno, Centomila. Ovvero quando la (mia) ignoranza non ha scuse...

Ribloggato da noisuXeroi:

E' una cosa inusuale. Quando arrivi a dare importanza ad essere trattato come un essere umano, vuol dire che ormai è diventato inusuale.

Anche in un luogo come quello, dove mai avresti pensato di dover entrare un giorno nei panni di una speranza. Un quarto di speranza esattamente.

Il dottore è una bella persona, abbronzato, magro e slanciato, probabilmente un podista, ma con una umanità che trasuda dal camice bianco e che cozza con la sua apparenza.

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cari aironi, permettetemi di inoltrare questo post di un blogger che seguo da tempo: non solamente il racconto di un'esperienza personale, ma una riflessione importante sull'importanza delle donazioni di midollo, argomento che sento molto vicino essendo l'ambito in cui lavoro; aggiungo, per chi lo leggerà, che per determinati tumori ematologici il trapianto (sia da donatore compatibile sia come autotrapianto dopo "pulizia") rappresenta l'unica, e risolutiva, terapia.

separazione

Devo oggi alzare gli occhi
ed osservare l’orizzante,
che la speranza mi viva
lontano da questa palude.

Ogni passo una conquista,
ogni metro sprofondo,
ho un fango che mi lega
come l’amore triste il cuore.

Non c’è oggi rondine in cielo
nè fiore nei prati,
c’è solo un vuoto assordante
l’urlo di un’anima costretta al silenzio.

Mi scrivo solitario dal mare
- vedo riemergere i ricordi dall’acqua -
mi chiedo perchè ritornino spettri
i dolori che ho sepolto ancora vivi.

Non c’è acqua che sciolga davvero
la salsedine della sofferenza,
non c’è lacrima che svuoti serena
l’amarezza di un amore appassito.

Così il richiamo del pianto
è come la morte per il suicida:
ciclica irresistibile condizione
il terrore di abbandonarmi ad esso.

Giacomo