Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

Arianna

Lettera ai miei amici, razzisti.

Alcuni miei amici sono razzisti. E’duro ammettere che il razzismo strisciante se ne sta anche nelle cerchie affettive più strette e che durante un discorso qualsiasi è possibile che qualcuno faccia un commento razzista. Sommessamente, razzista, come può essere razzista un trentenne con laurea magistrale. E’ ancora più duro ammettere che quando sento un commento razzista uscire dalla bocca delle persone a cui voglio bene è ancora più difficile reagire, perché, dare del razzista a qualcuno, significa metterlo in una situazione di disagio e lì, nel bel mezzo di una cena o di un aperitivo, nel più e nel meno, è più difficile prendere il discorso e scaraventarlo nei meandri della pochezza umana. Così scrivo alcune parole qui, nella speranza che magari, qualche amico razzista, legga e prima di aprir bocca rifletta un poco (o semplicemente di più).

Caro amico razzista,
è bello incontrarti, star con te, far quattro chiacchiere, condividere una cena, un abbraccio, parlar di come stai e di quel che ci succede. Vorrei solo chiederti un’attenzione, più del solito. Sforzati di non cedere al razzismo. Il razzismo ti striscia dentro, come quella volta che hai detto “con dei vicini così, non è zona per crescere i miei figli”, oppure quella volta che hai detto “gli albanesi sono così, maleducati”, oppure ancora quando mi racconti di come quel signore che sul bus parlava in arabo ad alta voce e… “non si vergognava, dopo quello che è successo.” Io lo so, che è dura in questo mondo, non cadere nel razzismo. Soprattutto se ti bevi la tv e i giornali a colazione, ma proprio devi far qualcosa. Prima di aprir la bocca, prima di tagliare un bel giudizio condito con generalizzazione, chiediti: “non sarò razzista?”. Perché si, lo sei. Sei razzista quando fai di una religione un difetto, di un popolo un atteggiamento, quando riduci, semplifichi, quando ti vuoi allontanare dal diverso solo perché distante da te. La signora con il velo che ti ha rubato il posto, è semplicemente una signora maleducata. Il marocchino che spaccia è semplicemente uno spacciatore. L’albanese che svaligia le case è un ladro. Il negro che ti ruba il lavoro è semplicemente un signore che il datore di lavoro ritiene possa fare meglio di te (è così ad ogni colloquio, in qualsiasi settore). L’arabo è una lingua, semplicemente una lingua (sembra incredibile dover affermare questo, eppure oggi è necessario).
Il razzismo tuo è quello di tutte le epoche, proprio uguale a quello di tutte le guerre, proprio quello che il futuro studierà con compassione, quando difficilmente si riusciranno a distinguere le genti e quando apparterremo tutti allo stesso nucleo di valori, umani, universali.

Ti sono vicino, anche se una parte di me vorrebbe cancellarti dalla rubrica. Ma tu, in fretta, datti un occhio, fatti una revisione e frena, frena le parole. Dei tuoi albanesi, dei tuoi cinesi, dei tuoi musulmani, dei tuoi marocchini, dei tuoi zingari, io ho in mente i volti. E i volti, ahimè per te, non corrispondono.

Giulio

Dentro a un cielo bianco

C’è una finestra sopra il cemento, dei palazzi di fronte, della strada. C’è una finestra e poi c’è anche un cielo, bianco. E dentro al cielo, con i piedi sopra il cemento, c’è una ragazza: alla fermata del tram, aspetta, ha freddo, pensa e sente. Sente la rabbia che arriva.
Non sa in quale punto cominci, questa rabbia. Magari comincia dai piedi e poi sale, ma è così leggera che non sembra neanche rabbia, e poi invece, di colpo, arriva in pancia e lì si trasforma e diventa, come una cosa che ti stringe e ti fa più corto e più curvo, come un nodo, un groviglio. La ragazza ha già visto cosa fa la rabbia quando viene fuori, e non le piace. Ma ecco che la rabbia nella pancia si sposta, salta (sì, fa proprio un balzo) e si aggrappa alla gola, a qualcosa dentro la gola che la fa stare appesa. Adesso la ragazza la sente in quel punto (e intanto il tram non passa, e sicuro poi sarà pieno, sicuro proprio), in cui può diventare pianto. La ragazza sente la rabbia in gola e poi, d’un tratto, riesce a vedere sotto la rabbia, o forse dentro, come un sofficino ripieno, e nel ripieno vede se stessa, una ragazza uguale a sé, ma più piccola. Allora pensa che la rabbia è come quando una bambina si sveglia di notte e piange, e piange, ma dopo un po’ – se nessuno la prende in braccio – il pianto diventa un urlo arrabbiato, fino a far dimenticare che, all’inizio, era solo un pianto.

Arianna

Intermezzo parte I

Il cielo si era fatto scuro, nuvoloni neri si erano addensati contro il cielo terso, fino a poco prima, della sera. Arabeschi di nuvole ora soffici ora minacciose, disegnavano la volta e gli occhi dei passeggiatori estivi. L’aria appesantita preparava il temporale, le persiane si aprivano, si chiudevano, sbattevano. La luce dell’acqua e il tramonto rosa erano come dimenticati. In una cucina spoglia e non squallida, occhi azzuri inquieti si erano anche di colpo come annuvolati: i pensieri correvano per terra, sotto il lavandino, tra i piedi, e quegli occhi sempre più grigi e profondi li inseguivano passo passo, nascondiglio su nascondiglio. Spesso si fermavano, calamitati, sul violino poggiato come distrattamente, come obliato, nell’angolo della stanza. Impauriti e speranzosi al contempo interrogavano lo strumento come oracolo capace di risposte, forse miracoli.

Il temporale ritardava, indugiava, accresceva l’umidità dell’aria e l’apprensione nel cuore del giovane. Battiti bassi, a volte regolari improvvisamente poi accellerati, scuotevano il petto come i tuoni in lontananza, da dietro certe montagne. Il pensiero della natura prossima e già lontana, per qualche ragione, diede un senso di realtà alla stanza, al violino, all’ora della sera e a quei pensieri irrequieti. Così accese una sigaretta, il vento soffiava forte.

Irene

Per caso

Non è necessario
essere cattivi
per dire
basta
rimanere molto concentrati
soltanto l’ansia, ciascuno la sua,
di essere visti autorizzati a
esistere
così, com’è capitato.

Ci vuole molto tempo
per accettare come cosa
senza senso
l’esserci, così
la vita.

Arianna

Diversamente diversi

Da una settimana sono afona, conseguenza di una laringite.
Niente di grave, ovviamente, c’è di peggio.
Ho fatto però l’esperienza di essere “diversa”.

La diversità è sempre reciproca (sono diversa dagli altri, ma anche gli altri sono diversi da me) e, paradossalmente, uguale per tutti, poiché ogni essere umano è diverso, in quanto unico. Eppure, c’è qualcuno che è più diverso degli altri, perché la sua condizione si associa alla solitudine: è “l’unico” a vivere una data esperienza, non condivisa da e difficilmente condivisibile con la maggior parte delle persone che lo circondano.
Pensieri in ordine sparso, sull’esperienza di questo secondo tipo di diversità:

1) Sono andata al lavoro, anche se ho diritto alla malattia. Ne ho diritto, in teoria, ma in pratica siamo talmente pochi e sovraccarichi, che se uno sta a casa, è un vero casino. Però, forse, sono andata al lavoro anche per sentirmi meno diversa: non volevo essere malata.

2) Dopo i primi giorni di quasi-divertimento in cui tutti cercavano di capire il labiale e i miei gesti, diverse persone si sono stufate.
“Eh ma non è che lo fai apposta?”IMG_4225
“Ma come fai a non avere più voce per niente… dai, non è possibile!”
“Secondo me ci prendi in giro…”
“Oh, io mi sono rotto di questo mutismo! E parla, dai, non ci credo che non puoi dire nemmeno una parola!”
(tra parentesi: una parola la posso pure dire, però se sforzo la voce è peggio).

3) Pochissimi hanno espresso empatia nei miei confronti (la “diversa”), quasi tutti la esprimevano nei confronti di chi subiva le conseguenze più fastidiose dell’afonia, vale a dire i miei colleghi diretti, che dovevano fare anche le telefonate che avrei dovuto fare io. Interessante: non ero io ad aver diritto di lamentarmi, bensì i colleghi (e appena mi torna la voce: doppia razione di telefonate!).

4) Se una cosa capita alla maggioranza, è normale; se capita a pochi, è sfortuna; se capita a pochissimi, ci dev’essere qualcosa di sbagliato in questi, ché la sfiga che ci vede benissimo non esiste:
“Ma sai che sei la prima che conosco a cui succede una roba così? Ma com’è che capita solo a te??”
“Beh magari non ti sei curata bene… avresti dovuto andare dal medico prima!”
“Oh, te la sei presa proprio brutta, eh!” (sguardo diffidente-indagatore).

5) Noto sempre più spesso che l’atteggiamento del blame the victim si declina negli ambienti della sinistra-fricchettona nell’equivalenza sano = bravo = stile di vita “naturale” = se lo merita; equivalenza che ne implica un’altra, a mio avviso pericolosa, e cioè malato = cattivo = stile di vita non sano = se l’è cercata.
Ecco, vorrei ricordare a bassa voce (anche perché di più non ne esce) che non prendere farmaci è anzitutto una fortuna, non un merito. Poi va bene non abusarne, fare attenzione a cosa si mangia e a come si vive ecc. ecc… però, insomma, anch’io mi sono un po’ rotta, se devo dirla tutta (e non potendo dirlo, lo scrivo).

Arianna

Foto: Lanzarote 2015

Le trafic est interrompu

“Le trafic est interrompu sur la ligne 5, dans les deux sens”.

A Parigi capitava spesso. Ieri, invece, a Milano, ci hanno comunicato che non si poteva accedere alla metro perché c’era stato un suicidio. Non “traffico interrotto” bensì “suicidio”: una persona ha detto ad altre persone che una terza persona si era suicidata.
“Ma quindi adesso come facciamo? Per quanto tempo è bloccata la verde?”
“Nooo! Vabbè, ma non è possibile! Bloccata fino a quando?”
“Ma pensa te che sfiga… proprio oggi che ero già in ritardo…”
“Sì, ma non ci pensano ai disagi che creano? Se proprio si devono suicidare, non possono farlo nel weekend?”.

06. semaforiMi sono fermata, a piangere, per la disperazione di questa persona che non conosco e per la fretta di arrivare ai nostri insignificanti luoghi di lavoro, così la metropoli gira gira, e non pensa.
Ho fatto tardi, ovviamente.

Arianna

Foto: Mosca 2012

radiojournal

Si je m’écoute, je n’entends plus tellement l’écho d’horreur des nouvelles au quotidien.

Des crises qui empirent jour après jour, des miliers de personnes (désignées réfugiés, migrants et par beaucoup d’autres noms) qui fuient, qui meurent, qui sont rejetés par nos démocraties (qu’on pourrait désigner sans faute autrement) au XXI siècles. Ce matin au radio journal, ils parlaient de futures déportations. L’europe déportera après les avoir imprisonnées des miliers de personnes (migrantes, pauvres, clandestines).

Rien de nouveau, dans le silence et l’habitude aux tragédies qu’on endure jour après jour. Seulement, un constat, bien sûr triste, d’un manque de force, tout à fait personnel, vis à vis de cela.

 

Se mi ascolto, non percepisco più così tanto l’eco dell’orrore delle notizie quotidiane.

Crisi che peggiorano ogni giorno di più, migliaia di persone (chiamate rifugiati, migranti e con molti altri nomi) che fuggono, muiono, sono respinte dalle nostre democrazie (che potremmo chiamare tranquillamente in altro modo) del XXI secolo. Questa mattina al radio giornale parlavano di future deportazioni. L’europa deporterà, dopo averle imprigionate, migliaia di persone (migranti, povere, clandestine).

Niente di nuovo nel silenzio e nell’abitudine alle tragedie che oramai sopportiamo ogni giorno. Solo una constatazione, senza dubbio triste, della mancanza di forza, sicuramente personale, di fronte a tutto ciò.

Senza dimenticare i penultimi

Qualche tempo fa, un certo signor Andrea di Genova (dalla voce si direbbe un anziano) ha telefonato a Radio Tre, nel corso della trasmissione “Prima Pagina”. Ha dichiarato, tra le altre cose, di vivere in un quartiere in cui ci sono tanti “immigrati” e ha anche aggiunto che non è contento di vivere lì: è sporco, brutto e (a suo dire) pericoloso. Ha inoltre espresso invidia nei confronti di una certa signora maliana che – sostiene il signor Andrea –  torna in Mali tutte le estati, mentre il signor Andrea non ha nemmeno i soldi per andare a Milano (eppure avrebbe bisogno di andarci).
Il giornalista che conduceva la trasmissione ha risposto al signor Andrea che il suo disagio era comprensibile, però sbagliava ad arrabbiarsi con la signora maliana: non era con lei che se la sarebbe dovuta prendere, bensì col sindaco, che evidentemente non stava facendo bene il suo lavoro.
Poi c’è stata un’altra telefonata, di un signore di Torino che ha affermato di vergognarsi del signor Andrea, ha detto proprio “mi vergogno” e ha espresso solidarietà ai migranti. Ha detto che a Torino c’è stato un tempo in cui non si affittavano le case ai meridionali, e ora si fa la stessa cosa, con gli africani.

Io ho provato tristezza, ma anche rabbia. Avrei voluto dire al signor Andrea che mi dispiaceva che lui non avesse i soldi per andare a Milano e mi dispiaceva anche che vivesse in un quartiere brutto, sporco e in cui non si sentiva sicuro. Certo: non avrebbe dovuto dirigere la sua rabbia contro la signora maliana, ma la rabbia, in sé, la si poteva capire.
Avrei poi voluto dire al signore di Torino che non mi è chiaro il motivo per cui la solidarietà la si debba solo agli ultimi, dimenticando i penultimi. Il signor Andrea sbaglia, d’accordo, ma vive pur sempre una situazione di disagio: perché essere così duri?
Secondo me, la paura e la rabbia devono poter essere dette, non agite, ma dette, sì. E che si cominci a lavorare da lì, dalla paura dei penultimi: sarebbe bello essere tutti aperti e accoglienti e bene informati e con spirito critico… ma non è così.

Siamo qui, non lì.

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Arianna
Foto: Atene 2015, quartiere di Exarchia

La grande rabbia e l’amore

La grande rabbia, che ti sbuca dalle mani, come se d’un tratto aprissi le palme e fuori ne sgorgasse la pressione dell’ingiustizia. E’ tutto sbagliato, ovunque. Solo gli esseri umani mantengono una propria umanità, ma a momenti. In altri momenti l’hanno smarrita già, oppure l’hanno semplicemente dimenticata, per un po’. Tutto il resto è sbagliato. La società, la politica, la finanza, la guerra, la disuguaglianza, l’ambiente, l’immigrazione, l’edilizia, la scuola, il lavoro, l’alcol e le droghe, la sessualità, la religione. E’ tutto potentemente distorto, volgarmente contraffatto da far venire il vomito. Poi ci potremmo dire molte cose, autogiustificarci, perdonarci o defilarci nelle responsabilità.

Ma, a me, sbuca la rabbia dalle mani, mi viene da piangere di fronte all’enormità della deviazione che abbiamo intrapreso, come umanità, dal senso dell’esistere su questo pianeta. Se chiudo gli occhi e ripenso ai passati nascosti, a quelli non divulgati, alla bellezza estetica di certe vite lontane…

…l’unico desiderio che prende forma, è quello di ritirarsi, di astenersi. L’unica protesta che mi viene davvero in mente è quella di disertare questa umanità, per amore. Per amore della stessa. Nel frattempo sono ancora qui, a fare. E pur sapendo che anche altri, mi sento solo, ché siamo troppo pochi.

Giulio