I quadretti del tovagliolo,
il cemento tra le piastrelle,
la coda arrotolata
attorno al gatto,
i fiori disegnati
e i cuscini sul divano,
le crepe nel muro,
i fili appesi
dei tram.
Cose piccole,
che conosco.
Arianna
Tre parole, ventidue lettere, una virgola, un punto:
siediti, dobbiamo parlare.
Paura di ascoltare le parole che seguono, paura di capire la lingua in cui sono pronunciate, paura di vedere parole come etichette sulle cose, coprirsi gli occhi con le mani, invece le orecchie: orecchie, vi prego!
Ma è tardi ormai:
Hai saputo? Sì.
Arianna
La vita, ciascuno vive la sua. C’è poco da fare.
Il dolore di guardare altre persone farsi del male coesiste con la libertà individuale di sbagliare.
Le conseguenze degli errori, però, le paghiamo tutti, e questo a volte fa rabbia.
“Perché non sei stato più attento, accidenti? Non vedi cos’hai combianto?”.
Sul latte versato non si piange, d’accordo, ma bisogna pur raccoglierlo, mica lo si può lasciare lì. Solidarietà forse significa aiutare a pulire il pavimento, anche quando non sei stato tu a sporcare. Pulire senza lamentarsi perché, nel bene e nel male, viviamo insieme. Poi, fare il possibile affinché gli errori non si ripetano. Ma il potere di evitare quegli errori è di ciascun individuo. E quindi, anche se ce la metti tutta, non è detto che non ti ritroverai nuovamente, un po’ più stanca e arrabbiata forse, a pulire quel maledetto pavimento.
Arianna
Di fronte alla morte, uno potrebbe anche parlare di cose serie, serie nel senso di profonde, quelle cose che “solo chi ha conosciuto il dolore, allora…”. Ed eccolo lì il dolore: sulle ferite, i lividi d’un volto caro, un figlio, un fratello, una madre.
Invece di fronte alla morte si parla della vita v minuscolo, cose così, niente di speciale. Di fronte al dolore che ti si appiccica addosso non sai bene come ma, se conti, sai da quanto, di fronte al dolore inghiottito e non ancora digerito, si parla del tragitto del tram, il due, che fa un giro enorme (pare), si parla del caffé della macchinetta (zuccherato non è male), si parla di chi è il medico di turno stanotte (se ha gli occhiali allora non può che essere, eh no, l’altro è nettamente più giovane), si parla di quanto ha fatto il Toro, della marca delle sigarette, di come sono belli i pantaloni della ragazza (c’è una piccola macchia, mi spiace, ma si figuri, forse sono stata io), si parla di cose come “hai mangiato”, “hai dormito”, “mettiti il pigiama adesso”, “non vedi che stai sudando”, si parla del taglio di capelli (ah, ma guarda che è sempre lo stesso), si osservano le orecchie intatte, piccole e ben disegnate, attaccate alla testa come se niente fosse. Si prova sollievo e invidia allo stesso tempo (beate quelle orecchie).
Poi, quando una voce ti chiede: “Cosa posso fare?”, si sta zitti, pensando a qualcosa, ma niente. “Una passeggiata, signora, cammini fino al fondo del corridoio” oppure, e forse è peggio: “Pazienza, signora, porti pazienza”.
Arianna
Non so, non ricordo. Davvero quella mattina non saprei dire, con esattezza, eppure qualcosa avrò fatto, sarò stata in qualche posto, il mio corpo avrà occupato uno spazio, come sempre avrò respirato, mi sarò grattata la fronte in cerca d’un pensiero che senz’altro – per la conoscenza che ne ho adesso, cioè dopo – non era quello più appropriato per il momento, le circostanze, e lo so, lo so che non c’entra, farmene una colpa sarebbe peccare di presunzione, però il divario, la distanza tra i vissuti, ecco la distanza, sì, il ritiro dal mondo (questo) di un io che sei tu, sei tu, ancora una volta, sola.
Mentre tu ti trovavi, io ero in un posto che non so, a fare qualcosa, che non ricordo. Il fatto è semplice: siamo state lontane.
Ora lascia che ti tenga stretta.
Arianna
E’ che a volte uno se lo scorda, di vivire in un frammento di mondo, che guardiamo attraverso una lente d’ingrandimento. Sembra immenso: beh, invece no.
E poi, a forza di vivere nella bolla, uno non ci pensa che non tutti, non sempre, ma ogni giorno, qualcuno in meno.
Dopo una pessima nuotata (troppa gente, come al solito) faccio la coda per asciugarmi i capelli. E’ mercoledì, ci sono diverse mamme con i loro figli in piscina (mai un papà, però…) perché in Francia i bambini stanno a casa da scuola di mercoledì. Si ascoltano parole dolci, qualche affettuoso rimprovero.
Una mamma si distingue per rudezza e cattiveria: sgrida suo figlio con violenza, mi dispiaccio per lui. Lei coglie il mio sguardo e comincia a raccontarmi di sé, in un francese che comprendo malamente, come se fossi la prima persona che vede dopo un lungo periodo di isolamento: “Abitiamo in banlieu, capisci? Veniamo a Parigi apposta per quest’ora di nuoto, è la sua (del figlio) unica possibilità di uscire dalla banlieu, perché noi abitiamo in banlieu… in banlieu! Non come gli altri qui che abitano a Parigi, noi stiamo in banlieu, in banlieu… capisci banlieu? E mio figlio non si rende conto che, se non si impegna, se non impara bene a nuotare, non uscirà mai dalla banlieu. Questa è la sua unica possibilità, la sua chance!”.
Mi arriva l’ansia e allo stesso tempo il desiderio di riscatto sociale. Un corso di nuoto a Parigi, per uscire dalla banlieu.
Arianna
Trent’anni. Anno più, anno meno.
Chi si sposa, chi fa un figlio, chi compra casa, chi si realizza professionalmente.
E poi ci sono quelli in attesa: del lavoro, del periodo, dell’incontro, della guarigione.
“Alla mia età si dovrebbe… Ho trent’anni eppure… Gli altri già…”.
E’ difficile non cedere al sentimento di aver fallito, perché una vita “non ancora” sembra indegna, se misurata con il metro del successo sociale. Ma c’è un pensiero più doloroso del “non ancora”, ed è il “per ora”: per ora, sopravvivo. Per ora.
Arianna
Una giovane argentina, che vive e studia a Parigi, afferma che gli stranieri “invadono” il suo Paese, perché l’istruzione è gratuita a differenza di quella degli altri Stati latinoamericani.
***
Un ragazzo che ha trovato lavoro nell’azienda famigliare subito dopo il diploma, con un ottimo contratto e salario conseguente, afferma che i disoccupati dovrebbero semplicemente “darsi da fare”. E’ una questione di meritocrazia, del resto.
Due studenti iscritti al Politecnico di Torino sono stati sfrattati dalla residenza universitaria in cui abitavano, in seguito ai tagli alle borse di studio. Forse è tempo che noi tutti che ci riempiamo la bocca di parole come solidarietà e lotta alle disuguaglianze sociali ci sporchiamo le mani, è venuto il tempo di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per cominciare.
Arianna
Chiusi in una stanza, al buio, cerchiamo l’uscita. Nient’altro.
Ma la stanza è piena, e pure disordinata: mobili, quadri alle pareti, oggetti d’ogni tipo sparsi per terra. Sbattiamo contro gli spigoli, inciampiamo. Ricoperti di lividi, chiediamo scusa alle cose, ci preoccupiamo per gli angoli taglienti urtati per sbaglio, confusi speriamo in un perdono che – ci sembra – non meritiamo.
Poveri mobili, quadri alle pareti, oggetti d’ogni tipo sparsi per terra! Ah, quanta sofferenza inutile!
Arianna
Più pericoloso ancora è il clamoroso deficit di attenzione verso questi temi (l’impatto sociologico-antropologico del Web 2.0) da parte dei media e soprattutto della comunità intellettuale. Lodevole eccezione, il pamphlet di Jaron Lanier (“You are not a gadget”) sul corso attuale dell’evoluzione di Internet.
Inventore informatico, filosofo, saggista, scenziato, pioniere del Web, tra i protagonisti indiscussi della rivoluzione informatica e autorità riconosciuta nella SIlicon Valley, Lanier ha assunto un atteggiamento critico non tanto verso la “cultura digitale” in sé, quanto verso gli sviluppi e le ultime direzioni che ha imboccato. Fino a ieri del tutto organico alla comunità degli informatici d’avanguardia, ora Lanier è considerato quasi alla stregua
di un apostata.
Provo a riassumere qui la sua riflessione (NB: sto chiaramente e deliberatamente sproloquiando).
Negli ultimi dieci anni la struttura di Internet si è notevolmente modificata: l’utente, inizialmente confinato in una veste puramente passiva – in origine la fruizione della Rete si riduceva alla navigazione tra le pagine Web – ha finito con l’assumere un ruolo molto più partecipativo: interagisce in tempo reale con gli altri utenti (ad esempio attraverso i social network ) e con la rete stessa, contribuendo a modificarla. Sebbene il cambiamento sia stato graduale, la notevole differenza qualitativa tra le due fasi ha spinto alcuni guru della Rete ad tracciare un’ideale cesura tra due stadi evolutivi del Web: la prima fase è stata chiamata “Web 1.0″, la seconda “Web 2.0″, (secondo una nomenclatura correntemente usata per indicare le versioni successive dei programmi). Facebook e Twitter, ma anche Gmail, Youtube, Wikipedia sono fenomeni tipicamente “2.0″.
La scuola di pensiero attualmente egemone nella Silicon Valley ha costruito, e continua a costruire Internet basandosi su alcune idee fondamentali, ad esempio:
- che la Rete sia una vera e propria entità che trascende gli individui che vi partecipano
- che la massa degli utenti sia sempre più saggia e produttiva dei singoli (crowd wisdom)
- che la cultura aperta (open culture) non possa che favorira la curiosità e la creatività
-che la privacy sia impossibile e soprattutto non abbia utilita’.
Questi presupposti sono falsi: non hanno alcun riscontro empirico, e anzi, sono ampiamente smentiti dai fatti. Ma soprattutto, sono pericolosi: stanno infatti orientando la struttura dei nuovi media in un modo che deprime lo sviluppo dell’individuo.
Come Lanier argomenta, occorre fare molta attenzione perché il cambiamento informatico è irreversibile: una volta che certe strutture diventano troppo grandi o troppo usate diventa impossibile modificarle.
Ad esempio, il formato MIDI, usato per far collegare strumenti elettronici (es. tastiere ecc.)
con un computer, contempla solo alcuni intervalli precisi di note riducendo drasticamente
la possibile varietà di suoni. In teoria sarebbe possibile creare alternative a MIDI, ma esso
e’ ormai presente nei callulari, negli ascensori, ecc., ed é di fatto impossibile eliminarlo in favore di formati che permettano una maggiore ricchezza espressiva.
Secondo Lanier questa è una metafora dei rischi che si corrono a progettare strutture infromatiche rigide che possono imbrigliare la fantasia e restringere la varietà.
Ad esempio, la videata di Facebook tende a ridurre l’identità di una persona a un
insieme predefinito di gusti e scelte, impostato secondo la mentalità da matricola
di un’università americana. Oppure, You tube non favorisce affatto l’originalità
musicale ma incoraggia il meshup, cioè l’amalgama scomposto di brani
preesistenti.
Sul lungo periodo, la cristallizzazione di strutture rigide, l’esposizione continua all’osservazione altrui, la prevarivazione della Rete sul singolo utente rischiano di
inibire fortemente lo sviluppo e l’espressione individuali. Questo è il rischio più grande del Web 2.0. Come chiosa Lanier, “you must be someone before you can share yourself”.
Naturalmente il Web racchiude anche un’infinità di potenzialità positive, per esempio
per comunicare con persone a distanza, per condividere passioni con altri anche sconosciuti, per diffondere conoscenze…
Michele