Per colpa di chi?

Ho letto in questi giorni un articolo di Paul Kennedy sulla bomba demografica: pare che entro il 2100 saremo 10 miliardi e rotti a vivere su questo pianeta, ma il dramma è che popoli già ora svantaggiati saranno quelli ulteriormente penalizzati da questa crescita abnorme di popolazione, che determinerà degli effetti devastanti sul mondo intero. Un solo esempio per tutti: la Nigeria passerà dai 162 milioni di abitanti attuali a 730 milioni, una popolazione più numerosa dell’intera Europa.
Perché vi scrivo queste cose?
Per chiedervi se pensate che la bomba demografica rientri tra gli eventi ineluttabili. Per parte mia credo che questa crescita di popolazioni, perlopiù in nazioni del terzo mondo, non sia né inevitabile né soggetta a essere considerata un’ingiustizia.
Vi faccio un piccolo esempio: l’altro giorno un signore senegalese ha fatto l’esame dello spermiogramma (esame che determina se, da parte dell’uomo, ci sia ancora la possibilità di avere figli) nel centro prelievi in cui lavora mia moglie. Questa persona ha due mogli: una in Senegal, con otto figli, e un’altra in Italia, ovviamente più giovane, con un figlio solo (per adesso). Quest’uomo ha già nove figli, ma ne vorrebbe altri. Ora, vi domando: come si può combattere contro le “culture, i costumi, le religioni, certi modi di pensare” che determinano conseguenze catastrofiche su scala globale (la bomba demografica, in questo caso), quando si tratta di questioni così intime e personali?
Ciò che voglio arrivare a dire è che ci sono sì al mondo delle evidenti ingiustizie ma ciò che pochi osservano sono i quadri globali culturali che determinano eventi ancora più disastrosi, e che dipendono non tanto da un nemico “esterno” (capitalismo, liberismo, globalizzazione, ecc) quanto da una nostra insufficiente crescita personale. E questa crescita personale dipende esclusivamente da noi.
Vediamo come macroscopiche certe prepotenze, prevaricazioni, soprusi inflitti da altri, e minimizziamo quelli di cui noi siamo responsabili. Certo: è più facile spostare l’attenzione sull’esterno, su capri espiatori generici, evanescenti (il sistema, la società o altre entità impalpabili ) perché questo ci esime dall’analizzare a fondo i nostri comportamenti, che però non sono mai esenti da responsabilità.

Annibale

Foto: Desirée Munter

Non smettere mai di guardare le stelle…

Oggi il tempo ha rinfrescato. Mi ricorda molto quelle giornate di ottobre, quando alla sera si alza un’aria fresca fresca, pulita, ma che contiene già l’autunno, il vento e i primi freddi. Alcuni dicono che l’estate sia già finita, ma io non ci voglio credere, perchè il tempo mi passa troppo in fretta che non me ne accorgo più, e solo a fine stagione mi rendo conto che è andata davvero. Eh sì, perché si aspetta con tanta ansia per tanti mesi di mettersi la maglietta a maniche corte, anche alla sera, di far respirare i piedi senza calzini, nei sandali, di prendere un po’ di sole, di lasciarsi alle spalle tutti quei mal di gola e raffreddori dell’inverno, di asciugarci fuori l’umidità dalle ossa. E quando è già l’ora non ci sembra vero, non l’abbiamo goduta abbastanza ci sembra e ci si aggrappa all’autunno, con tutte le forze, nel disperato tentativo di restare un po’ più a lungo al caldo, almeno di giorno, sotto il sole, ma anche quello inesorabilmente è destinato a lasciarci e farsi ricoprire dalla neve. Così come le stagioni anche le persone vanno e vengono e per quanto si sforzino di fermare il tempo non possono fare a meno di vivere, in un modo o nell’altro, e vivere i giorni, le settimane, i mesi, almeno finché stanno qua. Così il tempo ci aiuta tutti alla fine, che sia inverno o estate, perché scorre e si rinnova sempre, dandoci l’esempio, senza paura di andare avanti, di rialzarsi una volta di più, perché ieri ormai è passato, e quello che è successo è ormai accaduto, e oggi è un nuovo giorno, diverso dagli altri, ancora da scrivere, pieno di vita se riusciamo a vederla, e sarebbe un peccato credere di saper già come va a finire, o non aver più voglia di esserci, di fare, di combattere, di stupirci, di sorridere e di piangere, perché è proprio l’ignoto che ci vibra nell’anima e che ci fa sentire vivi, è proprio grazie all’ignoto se abbiamo sempre, ancora, e ancora, un’altra possibilità di essere felici.

Giacomo

Lettera aperta ai dentisti

Stimati dentisti,

vi scrivo per porvi alcune domande dettate da un’esigenza di comprensione della vostra categoria professionale e del suo orientamento valoriale. Premetto che mi sottopongono regolarmente e senza eccessivo timore alle vostre cure e che presumo abbiate scelto la professione che esercitate mossi – in primo luogo – da una genuina passione per l’odontoiatria.
Ho suddiviso le domande che vorrei porvi in due categorie: domande di ordine oggettivo (conoscenza di fatti) e domande di ordine soggettivo (le vostre interpretazioni dei fatti).

Domande oggettive:

  1. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti si indebitano per pagare le cure da voi dispensate?
  2. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti alla domanda: “Andrete in vacanza?” rispondono “No, quest’anno ci va il mio dentista”?
  3. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti non possono permettersi le cure odontoiatriche che voi suggerite e restano pertanto senza uno o più denti?
  4. Siete a conoscenza del fatto che i pazienti di cui sopra (cfr. domanda 3) non vivono su un altro pianeta, né in un altro continente, bensì a pochi km di distanza dai vostri studi e dalle vostre abitazioni?

Domande soggettive:

  1. Ritenete onesto chiedere ai pazienti se vogliono ricevere la fattura del pagamento e poi, sulla base della loro risposta, modulare il prezzo del trattamento?
  2. Ritenete giusto che tutti – a prescindere dal ceto sociale, dall’età, dal genere, dalla nazionalità… - abbiano accesso a cure odontoiatriche? Se sì, quali azioni intraprendete/avete intenzione di intraprendere per andare in questa direzione?
  3. Vi sentite in colpa se confrontate la vostra situazione economica con quella dei vostri pazienti (di alcuni di essi, in particolare)? Se sì, come affrontate il senso di colpa?
  4. Siete orgogliosi di essere dentisti, e del modo in cui lavorate?

Grazie,

Una paziente

Default, capitalismo, povertà,

Dal feudalesimo al colonialismo.
Dall’imperialismo al capitalismo.

Oggi direi che viviamo nell’economismo.
L’economia comanda e le sue leggi governano tutto. Le scelte politiche sono estremamente influenzate dai loro risvolti economici, tant’è che i politici sono uomini d’affari, gestori di appalti, imprenditori, e scambiano favori con altri imprenditori, fanno leggi ad hoc, e si favoreggiano l’uno con l’altro. E così dal grande al piccolo nella vita di ogni persona le scelte vengono fatte in misura del rendiconto economico e sempre più la morale e l’etica vengono calpestate dalle leggi dell’economia. L’economia permette sovrabbondanza e sprechi in certe nazioni e povertà fame malnutrizione in altre. Le guerre nascondono tutte macchiavellici scopi economici e non è raro scoprire la multinazionale che fa i soldi da uno scontro piuttosto che da uno sterminio. L’inquinamento ambientale è una voce di spesa valutata e predetta  sui conti economici delle più grandi aziende. Ci siamo talmente abituati a questo sistema che ci sembra normale che in inverno un manichino vestito di tutto punto stia al caldo dietro una vetrina e un barbone malconcio muoia di freddo sul marciapiede davanti.  Esiste persino un libro che conta le morti causate dal nostro sistema economico.

A me sembra che i segnali d’allarme che il sistema non funzioni più sono tanti, troppi.

Gli stati ricchi fanno default.
E’ partita l’Islanda, poi la Grecia è stata salvata da un miracolo e continua a chiedere maxiprestiti per sopravvivere. L’Irlanda è messa malissimo, l’Ucraina molto male, Portogallo e Spagna pure, Slovenia e Slovacchia a seguire. E solo per citare alcuni tra gli esempi più gravi.
L’Italia ha appena avuto una crisi recentissima durante la settimana scorsa e ci siamo salvati dal default per un soffio, gli USA hanno un conto alla rovescia con scadenza il 2 di agosto per risolvere la questione e mettersi d’accordo sul tetto del debito se no faranno default pure loro.

Cosa sta accadendo?
Siamo giunti al termine?
Il sistema non funziona più?

Sto aspettando un cambiamento radicale, su vasta scala, che sconvolgerà le vite di tutti. E’ finita l’era del capitalismo. Oggi occorre rimboccarsi le maniche e studiare un nuovo modo di vita, sostenibile, equo, giusto, da capo, dal principio.

Non è possibile che accada questo:

Mentre noi pensiamo a questo:

Giacomo

Cocaina e Viagra, così si combatte la vecchiaia!

Oggi tuo nonno, invece che fare il nonno, può continuare a lavorare meglio di un quarantenne, sentendosi ancora un leone nel pieno  della forza (e col piffero che se ne va in pensione!). Può occupare posti di lavoro importanti, e impedire ai giovani di cominciare a farsi una vita, può farsi di cocaina perché tanto c’è la pillola del cuore, e scopare come un ventenne perché c’è il viagra o l’iniezione magica simile a quelle che si fa il premier sei volte la settimana.
Così la società che già gira su sesso-droga/viagra-cocaina continua come una trottola, con i giovani che sono disoccupati e i nonni che invece di dare consigli e starsene buoni fanno gli irriducibili come se la potenza sessuale e i soldi fossero gli unici valori in cui investire, unici valori che rendono la loro vita ancora vivibile.
D’altronde se il cervello si ferma a 30 anni e rimane lo stesso senza mai crescere in saggezza allora non ci stupiremo se oggi possiamo vantare un parco trentenni ampissimo, solo che l’età anagrafica risulta essere piuttosto variabile (dai 30 ai 90).
Consiglio vivamente alle donne tutte di non trovarsi di notte, assolutamente e per nessun motivo, in un vicolo buio in compagnia di un anziano signore, specie se ha una pillola blu in mano e il naso infiammato. Il panorama di quello che potrebbe accadere è che leggeremo sui giornali scandali di stupri da parte dei nonni o, per chi se lo potrà permettere, fiumi di prostitute anche minorenni e cosche di favoreggiamento alla prostituzione, come quelle a palazzo Chigi.

Giacomo

Chi trova un amico trova un tesoro

Luca giocava a calcio. I suoi amici erano le persone che vedeva più spesso, i suoi compagni di squadra.
Poi venne il giorno in cui Luca decise di provare il tennis, così lasciò il calcio e cominciò il tennis.
Al gruppo di amici di calcio venne automatico non sentire più Luca e non chiamarlo più perché non più parte della squadra, così Luca si ritrovò solo, e dovette di nuovo farsi degli amici e così fece, seppur triste per l’accaduto, tra i suoi nuovi compagni di tennis.
Luca si gettò quindi a capofitto nel tennis, perché gli piaceva e perché era l’unica cosa che gli era rimasta. Così passò del tempo.
Negli anni successivi, ansioso di provare tutto e di vivere tutti gli sport, cambiò ancora e passò al nuoto, alla corsa, agli sci, poi vela e canottaggio, danza e arrampicata, windsurf e parapendio, ballo liscio e pingpong… e ogni volta che cambiava sport, sebbene lui fosse diventato un uomo adulto, si ritrovava nella stessa situazione di quando, da bambino, lasciò il calcio.
La stessa cosa, analoga a quanto gli capitava nello sport, gli accadeva per il lavoro. Ogni volta che cambiava lavoro, senza un motivo perdeva i contatti con i suoi vecchi colleghi.
Ogni volta infatti gli amici lo abbandonavano, ogni volta chi lasciava non si vedeva più, spariva dalla sua vita come un fantasma e lui doveva ricominciare da capo.
Forse, si domandava, se uno con cui hai giocato al pallone per tanti anni decide di cambiare può sembrare che rifiuti non solo il gioco del pallone ma anche te, che ancora ci credi, ti piace e ti senti coinvolto. Allo stesso modo se un collega cambia lavoro forse tu che continui potresti sentirti il coglione che rimane e accetta una condizione che a quell’altro non gli va più bene. Forse ti senti inferiore, perché non hai il coraggio di andartene, o forse ti sembra che chi se ne va sia arrogante e presuntuoso.
Ad ogni modo Luca non capiva perché un’amicizia dovesse essere, per forza di cose, così fragile da rompersi al minimo accenno, così condizionata dall’attività svolta assieme al punto che, mancando quella, veniva a mancare ciò che teneva in vita il legame che si era formato.
Luca si rifiutava di credere che la poesia dell’amicizia fosse dettata solo dal caso e che, sempre per caso, essa potesse sciogliersi, come neve al sole. Fu così che comprese le parole “chi trova un amico trova un tesoro”.

Chi deve fidarsi di chi? Questione colloquio di lavoro

Postulato:
E’ sconsigliato chiedere quanto sarà la paga in sede di colloquio.
Domanda:
Quanto prendo?
Domanda sbagliata!
Devi fidarti di loro, firmare e scoprire la paga dopo il primo mese. Questo devi fare. Un’operazione di fiducia, perchè:
1) il lavoro non lo sai fare o non esattamente come ti viene richiesto
1bis) dovrai imparare a fare quello che ti richiedono
2) per i primi mesi sarai solo un costo, una palla al piede per l’azienda
3) è già tanto se ti pagano
4) non è il caso di chiedere nulla per i primi tempi, soprattutto in colloquio. E’ già tanto se ti danno un posto di lavoro. Al colloquio stai zitto e dì di sì e che ti va bene tutto.

Postulato:
In sede di colloquio il datore di lavoro spiegherà esattamente il salario
Domanda:
Perché lavorare per questa azienda?
1)Perché io lavoro solo per il salario e cazzo finalmente ho trovato qualcuno che mi fa vedere cosa sto accettando. Termini definiti chiaramente.
2)Esiste solo un semplice interesse commerciale: io ti servo per il lavoro, te mi servi per il salario, se i nostri interessi non collimano è giusto saperlo prima.
3)Eliminato il dubbio di prendere fregature, so esattamente a cosa vado incontro e sono messo nella reale capacità di valutare se è di mio interesse. Nel momento in cui scelgo sarò sicuramente più convinto, e ci saranno sicuramente meno “sorprese”.

Riflessione finale e domanda per i cari lettori:

Deve essere il dipendente prima a fidarsi dell’azienda o l’azienda a fidarsi del dipendente?
Deve essere il dipendente a far finta di non essere là solo per i soldi o deve essere chiaro fin dal principio?
Chi deve conquistare chi? L’azienda il dipendente o il contrario?

Io credo che dovrebbe essere l’azienda a “fidelizzare” il dipendente, dargli fiducia dal principio e instaurare un rapporto commerciale-lavorativo chiaro e trasparente dall’inizio. Queste sono le richieste di lavoro, questo ti verrà pagato. Noi ti assumiamo correndo il rischio, e te ci lavori bene e con impegno. Credo che prima di fidelizzare i clienti occorra fidelizzare il “capitale umano”, investire sui lavoratori, in formazione e quant’altro, per farli sentire indispensabili per l’azienda, con la certezza che non si ritroveranno sulla strada il giorno dopo, per gratificarli, e ottenere così il perfetto dipendente che lavora per te come se fosse sua l’azienda, che ha piacere nel lavoro che fa e lo svolge con impegno, con intenzione di migliorare. Occorre creare nel dipendente una sensazione di “sentirsi in debito” con l’azienda, solo in questo modo si potrà affermare che è conquistato e farà esattamente ciò che gli chiedi, senza bisogno di controllare, nella piena e totale fiducia. Suona come un’utopia, ma ci sono già aziende con questa mentalità. E’ più reale di quello che credete.

Voi cosa dite?

Giacomo

Babylon

Legge che governa,
ora il vassallo
si atteggia da Re:
l’economia impera.

Il Re attonito
lascia che accada
è sceso dal trono
non se n’è accorto.

Come può l’uomo
governare Dio?
Come può l’economia
regnare sull’uomo?

La natura
sbalordita
osserva
questo
assurdo,
il denaro
ne si atteggia
a padrone.

Giacomo

La società

Qualche anno fa ho scritto qualche verso in riferimento alla società. Rileggendoli, mi sono fatto un grande sorriso e ho deciso di condividerli con i lettori di questo blog.

La società è un pupazzo che cerca di tenere insieme le persone.

Coloro che rispettano

tutti i suoi dettami,

non hanno trovato un punto d’incontro,

ma forse uno specchio e della loro immagine si sono imprigionati.

Così il mondo, il teatrino dei pupazzi,

che rinnova le scelte e le trasforma in diritti e doveri,

che elimina i sogni mutandoli in aspirazioni finalizzate,

e che vela le emozioni dietro il sipario..

..si fa gioco dell’energia, dei colori e della grandezza dell’universo.

…fai la cazzata ogni tanto! Gira lo specchio e trova te stesso in quello che sei e NON…

in quello che vedi riflesso!

Raji