Il poeta, alla fine, è un vile

Il poeta alla fine è un vile,
‘che gli vien l’ispirazione
di scrivere ciò che è,
‘che gli arriva l’emozione nuda
che gli basterebbe ritrarla,
semplice semplice, sfrondarla delle parole
di troppo, e invece, pauroso
di mostrarsi schietto come la sofferenza,
di dire ciò che prova, su due piedi,
si nasconde tra mille artifici;
nasconde se stesso tra i giunchi
di metafore e paroloni,
prende la poesia e la contorce,
la ritorce, la modifica, la complica
che gli altri non lo capiscano,
non sia mai che lo comprendano,
lontano dal rischio di svelarsi l’anima,
e rimane così difeso e protetto
dietro la paura e il distacco,
con l’aria da colto, superiore,
una bella figura decisamente da artista.

Giacomo

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Fisio ovvero La poesia è un fiore

Un giorno dio si sveglia e tocca col suo dito un mortale. Non chiedetemi perché lo faccia. Probabilmente per dio è una cosa altamente divertente. Oppure semplicemente si stira appena sveglio e inavvertitamente la sua mano sbuca dall’empireo e trafigge un passante a caso. Da quel momento però il fortunato individuo è fottuto, perché il dito di dio fa un male del diavolo e quando t’entra dentro la materia celebrale questa non ne può risultare intatta e funzionante come prima.
I “toccati da Dio”, da quel moment0, perdono il mondo e guadagnano il cielo. O per lo meno un cielo tutto loro. Quando ne parlano credono di riferirsi al reale, a ciò che noi abbiamo costantemente sotto gli occhi. Ma quel reale (in realtà) esiste solo per loro. Inutile dire che anche noi, sedicenti “normali”, soffriamo della stessa pietosa illusione.
Nel cercare di recuperare lo iato fra quello che sentono e quello che li circonda, questi discutibili prescelti non hanno dunque altra alternativa che rifugiarsi nell’unico linguaggio umano capace di comunicare con gli altri: la poesia. (siete pregati di non ridere).
Fisio aveva appreso sulla propria pelle la verità di questa elementare legge teologica e tirava avanti a birra e poesia.
La dimostrazione del dito di dio era, agli occhi di tutti, il fatto che nessuno lo aveva visto mai leggere, neppure il giornale dello sport o era a conoscenza del fatto che avesse potuto frequentare un normale ciclo scolastico. Eppure era risaputo che Fisio scriveva poesie.
Rasentava poi l’incredibile sentir raccontare da qualcuno che, un tempo non molto lontano, era stato una persona normale, un impiegato del catasto addirittura, con tanto di famiglia a carico.
Certo era quantomeno misterioso come facesse a procurarsi da vivere. Perché non era pensabile che potesse sfamarsi con la rendita della sua bancarella poetica.
Appena giorno infatti trascinava una specie di affare di lamiera metallica, provvista di maniglia di tela e discendeva verso i portici della Rinascente nel lungomare. Qui la misteriosa valigetta si dimostrava un mini-set da picnic. Un tavolino con delle esili gambe retrattili, una seggetta, sempre in tubolari di alluminio con tela cerata come seduta e schienale e infine  il suo necessaire poetico.
La “bancarella” si riempiva poi in maniera accurata e pignola di quadernetti, gelosamente custoditi e che rappresentavano l’opera omnia di Fisio. Opera che, a beneficio dei mortali passanti, egli era signorilmente disposto a scambiare in cambio di vile pecunia.
Non era però sostenitore dell’avanguardia e dello spregio verso i lettori e a dimostrazione della sua apertura verso il suo pubblico e le sue esigenze aveva anche ideato un cartello: costituito dal coperchio di una scatola da scarpe in cui troneggiava la scritta:
“La poesia è un fiore. – servitevi da soli”.
Seduto, le spalle rivolte alla marina, sistemava pignolamente la sua casa editrice artigianale e, una volta seduto, apriva un quadernetto e si immergeva nella creazione poetica incurante della folla che gli scorreva davanti.
Qualcuno passava e lasciava qualche spicciolo sul coperchio, allora Fisio riemergeva dalla sua apnea lirica e sollevatosi il cappello a mo’ di saluto, si informava sui gusti letterari dell’avventore-mecenate e lo pregava di dare un’occhiata alla merce. “Servitevi da soli” c’era appeso al pilastro dietro di lui e questa era la sua filosofia di vendita.
La poesia, si sa, è per poche anime elette, le altre sono appena in grado di lasciare una offerta per sgravare la propria anima ilica dalla maledizione della sterilità, dalla incomprensione della bellezza.
Insomma, gli spiccioli non erano per lui per nulla offensivi in quanto li riteneva l’obolo dovuto da chi aveva in sorte di abitare dall’altra parte del mondo, quello sterile e (diciamocelo pure) dannato.
I quadernetti erano del tipo ad anelli. I fogli erano avviluppati ciascuno all’interno di una bustina trasparente e avevano alla fine un bollino di carta adesiva contenente il prezzo della poesia. Si andava dalle poesie economiche a pochi centesimi fino a quelle complesse e “in limba” che potevano arrivare anche a costare 2 euro l’una.
I quaderni portavano poi, ad uso dei lettori meno competenti e assidui, la grezza materia poetica di accomunazione: tipo “poesie di amore”, “poesie di guerra”, “poesie di odio”, “poesie di qualunque”, “varie”.
Una volta scelto il brano poetico voluto, Fisio lo estraeva dalla custodia e lo consegnava professionalmente all’acquirente, tirava fuori un taccuino dalla tasca della giacchetta in cui riportava il titolo dell’ ”articolo” appena venduto, in modo che fosse sostituito l’indomani con una copia manuale dell’originale a ripristinare il canzoniere.
Non arrivo a sostenere che Fisio fosse diventato una istituzione cagliaritana come il tizio dei topi che camminano sopra il gatto (qui rasentiamo i vertici del genio). Ma era considerato una parte del paesaggio, come un monumento di nessun valore artistico ma che, svanito per incanto un giorno, avrebbe trasformato il quartiere che lo conteneva in un anonimo e miserabile quartiere qualunque.
Così Rosy, la cameriera del Bar dei portici, gli portava ogni mattina il cappuccino con una pasta e Fisio quasi sempre la ricompensava con una delle poesie del quadernetto “poesie d’amore”. Lui sapeva di non avere nessuna chance di conquista del cuore rosyco, in quanto tutte le sere vedeva Tore, il di lei fidanzato motomunito, che veniva a prenderla al termine della giornata di lavoro. Rosy comunque non mancava mai di salutare Fisio con un sorriso prima di sollevare la slanciata gamba pantacollata,  inforcare il centauro motorizzato e sparire, in una nuvola di gas di scappamento, come una visione fatata.
Per quanto toccato dal dito di dio Fisio era in grado di capire queste cose e accettava dunque il cappuccino come una testimonianza di una affezionata ammiratrice.

 

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Passione per insegnare o passione per la materia insegnata?

Ci sono due qualità importanti per un insegnante: la passione per la materia oggetto di insegnamento e la passione per la didattica, ovvero per l’insegnamento in quanto tale. Detto questo ci sono 4 tipi di insegnanti, quelli che non possiedono nè l’una nè l’altra, quelli che ne possiedono solo una, e quelli che le possiedono entrambe. Direi però, se volessi scremare, che la passione per l’insegnamento e la didattica è il prerequisito per questo lavoro, in quanto essa, essendo la passione per la professione esercitata, è il punto di partenza, fondamenta solide per questa carriera. Mi dispiace un po’ che oggi, questa passione, non venga considerata più di tanto, nè ai colloqui, nè ai test od esami abilitanti, sebbene gli studenti possano indicare con estrema precisione quali sono gli insegnanti che ne sono dotati. Non saprei fare statistica, nemmeno ad occhio, su quanti siano i docenti carenti di tali passioni, so per certo però, che averle entrambe, equivale ad essere un grande insegnante, un grande Maestro.

Giacomo

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Del più e del meno

Di fronte alla morte, uno potrebbe anche parlare di cose serie, serie nel senso di profonde, quelle cose che “solo chi ha conosciuto il dolore, allora…”. Ed eccolo lì il dolore: sulle ferite, i lividi d’un volto caro, un figlio, un fratello, una madre.

Invece di fronte alla morte si parla della vita v minuscolo, cose così, niente di speciale. Di fronte al dolore che ti si appiccica addosso non sai bene come ma, se conti, sai da quanto, di fronte al dolore inghiottito e non ancora digerito, si parla del tragitto del tram, il due, che fa un giro enorme (pare), si parla del caffé della macchinetta (zuccherato non è male), si parla di chi è il medico di turno stanotte (se ha gli occhiali allora non può che essere, eh no, l’altro è nettamente più giovane), si parla di quanto ha fatto il Toro, della marca delle sigarette, di come sono belli i pantaloni della ragazza (c’è una piccola macchia, mi spiace, ma si figuri, forse sono stata io), si parla di cose come “hai mangiato”, “hai dormito”, “mettiti il pigiama adesso”, “non vedi che stai sudando”, si parla del taglio di capelli (ah, ma guarda che è sempre lo stesso), si osservano le orecchie intatte, piccole e ben disegnate, attaccate alla testa come se niente fosse, e si prova sollievo e invidia allo stesso tempo (beate quelle orecchie).

Poi, quando una voce ti chiede: “Cosa posso fare?”, si sta zitti, pensando a qualcosa, ma niente. “Una passeggiata, signora, cammini fino al fondo del corridoio” oppure, e forse è peggio: “Pazienza, signora, porti pazienza”.

Arianna

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E io dov’ero?

Non so, non ricordo. Davvero quella mattina non saprei dire, con esattezza, eppure qualcosa avrò fatto, sarò stata in qualche posto, il mio corpo avrà occupato uno spazio, come sempre avrò respirato, mi sarò grattata la fronte in cerca d’un pensiero che senz’altro – per la conoscenza che ne ho adesso, cioè dopo – non era quello più appropriato per il momento, le circostanze, e lo so, lo so che non c’entra, farmene una colpa sarebbe peccare di presunzione, però il divario, la distanza tra i vissuti, ecco la distanza, sì, il ritiro dal mondo (questo) di un io che sei tu, sei tu, ancora una volta, sola.
Mentre tu ti trovavi, io ero in un posto che non so, a fare qualcosa, che non ricordo. Il fatto è semplice: siamo state lontane.

Ora lascia che ti tenga stretta.

Arianna

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Un musicista

Toccò un tasto. Una leggera nota bassa riempì il silenzio. Lasciò che il silenzio la divorasse poco a poco fino a farla diventare un semplice ricordo, poi tocco tre tasti neri. L’accordo gli portò improvvisamente alla memoria il sorriso crudele di un bimbo che aveva intravisto per caso in strada, il giorno prima.
Frustava con una leggerissima fettuccia di seta rosata una carrozzella in cui  riposava un neonato: molto probabilmente il suo “nuovo” fratellino. La carrozzella pareva abbandonata sul marciapiede alla sorveglianza del bambino più grande, mentre la madre era forse intenta a fare compere nel negozio vicino.
A vederli da lontano i gesti del bambino sembravano nient’altro che i gesti di un gioco aggraziato, il leggero vento di primavera ingentiliva semmai il nastrino rosa torcendolo in delicate volute e disegni.
Ma lui aveva visto, insieme ai gesti, anche “quegli” occhi, gli occhi del bambino. E aveva capito tutto. E il bambino aveva capito d’essere stato capito, tanto che, subito, trasformò i suoi gesti in un sventolare festoso per il neonato, cui, anzi, volle premurarsi di abbassare la cortina di pizzo, come aveva visto fare alla madre, perché non lo toccassero i raggi del sole, che ormai tramontava.
Il pianoforte era diventato ancora una volta muto. Distolte per un attimo le mani dalla tastiera, il giovane le posò piano sopra le magre gambe.
“La mia musica è simile a quel gioco crudele” si disse e avrebbe voluto avere la capacità di dirlo con le uniche parole di cui era disposto: le note.
Sollevò le mani e, chiuse a pugno fino a che le unghie corte entrarono quasi nel palmo, le abbattè sulla tastiera. Il piano al colpo ebbe un leggero scricchiolio prima che un lamento disarmonico uscisse fuori dalla cassa di mogano.
Poi le dita presero a percorrere a loro piacere la scala dei tasti. Quasi frugassero in cerca di chissà quale cibo. In quegli attimi il giovane, curvo, sembrava infatti un animale che scavasse feroce la terra in cerca di prede.
C’era in tutto questo una commozione che pochi avrebbero potuto capire.
Un lungo discorso di dannazione.
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Il cantico dei drogati

Perché non hanno fatto 
delle grandi pattumiere 
per i giorni già usati 
per queste ed altre sere.

Cade lieve la neve, sui nostri cuori. La neve che cade, nel suo candore, affranca gli esseri dalla pesantezza del giorno. Così la sera si mostra in una luce diversa, immacolata e per tutti leggera. Alla panchina c’è calma e dio scende dal cielo. Tocca terra e si scioglie nell’anima degli ultimi, prima del rientro nei dormitori.

Le parole che dico 
non han più forma né accento 
si trasformano i suoni 
in un sordo lamento. 


Arrivi, ti riconosco dal passo e da come ti richiudi nelle spalle, da come ti rintani dentro al piumino smanicato. Alla luce del lampione i tuoi occhi castani brillano di vacuo, di sostanza mancata, eppure mi affascinano. Parli di te, della tua pazzia, delle tue droghe, del carcere. Parli anche di Dio. Mi chiedi: credi in Dio?

Quando scadrà l’affitto 
di questo corpo idiota 
allora avrò il mio premio 
come una buona nota. 

Pensi al suicidio. Vuoi morire. Non riuscendo a cambiare, è comprensibile che tu voglia morire. Quando il futuro è divorato alla radice, nella mente, dal tarlo ossessivo dell’assenza di prospettiva, della stasi, la morte è una soluzione plausibile. Ci hai già provato, in carcere, ma ti hanno sollevato quando la corda già stringeva. Infatti, sei qui che me ne parli.

Chi mi riparlerà 
di domani luminosi 
dove i muti canteranno 
e taceranno i noiosi.

Prima di andartene mi fai ascoltare una canzonetta. Mi passi l’auricolare e mi dici “l’ascolto anche dieci volte al giorno, mi mette allegria”. Ascolto quelle note elettroniche, quelle note dance semplici, eppure allegre e per un istante mi immergo, sprofondo dentro di te, nelle tue carni, nella tua mente rovinata dalle dipendenze. Io sono te e ascolto quella musichetta dieci volte al giorno, quando sono malinconico e senza speranza, quando i problemi mi schiacciano. Mi torna un po’ di buon umore.

Tu che m’ascolti insegnami 
un alfabeto che sia 
differente da quello 
della mia vigliaccheria. 

Vorrei dirti: provaci. Prova a fare un solo passo, prova solamente a muoverti. Vorrei giurarti che basterebbe quel passo per redimere ogni tuo peccato, che Dio sentendo la tua suola muovere da terra si volterà verso di te e ti eleverà al di sopra dei giusti. Vorrei dirti che non hai peccato, che è solo accaduto. Che non hai colpa. Pacatamente, te lo dico.

Hai davvero un sorriso ampio, oltrepassa il confine della tua sofferenza.

Giulio

Parole da “Il cantico dei drogati” di De Andrè, che ho cantato rincasando.

Immagini dal sito www.nasa.gov

 

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