Il vizio della lamentela

“Con tutte ‘ste tasse, dovrebbero garantirci i servizi della Norvegia! E invece… lasciamo perdere, guarda, e ringraziamo di avere ancora un lavoro”
“La nostra cooperativa per ora regge, ma secondo me il colpo di grazia, che affosserà anche noi, deve ancora arrivare”
“Sai, avevo anche pensato a un figlio… ma poi mi son sentito in colpa. In che razza di società lo faccio vivere?”
“Dalla prima elementare in poi, è uno smantellamento continuo della voglia di fare, dell’entusiasmo di imparare. A mia figlia piaceva andare a scuola; adesso invece non vede l’ora che arrivino le vacanze”
“Guardo i miei ragazzi e penso… ‘aiuto!’. Loro sono tutti baldanzosi ‘mi iscrivo lì, così poi…’, ‘mi iscrivo là e ho la strada spianata’. Ma quale strada spianata! Se mi chiedessero un consiglio non saprei proprio cosa dire, tutte le porte mi sembrano chiuse. E la cosa più grave è che non abbiamo ancora toccato il fondo: le cose possono soltanto peggiorare”

La serata più allegra, finisce immancabilmente su discorsi tristi, scoraggiati, di chi sta peggio di prima, e teme che in futuro rimpiangerà il presente, che pur non sembra roseo. Il vizio della lamentela è contagioso, basta che una persona cominci, e subito un’altra le fa eco, poi un’altra, e un’altra ancora. Certo: le ragioni non mancano. Che fare, dunque? Siamo destinati a lamentare le nostre disgrazie, arrabbiati e impotenti?

Arianna

Ricordi secchi portati dal vento

Camminavo da un po’ di tempo fuori dal sentiero che solitamente battevo.

Sotto i miei piedi foglie secche cadute copiose dal mio passato formavano un morbido tappeto colorato che ricopriva ogni cosa attorno a me. Mi sentivo perfettamente solo, nonostante la mia mano fosse tenuta stretta da un’altra.

In quel periodo la mia solitudine era rotta da frequenti apparizioni di pensieri che mi turbavano la mente, già avvolta da quella nebbiolina sottile che sale spesso dal fondo del bosco al mattino. Non comprendevo ancora che dovevo aprire un altro sentiero, anziché cercare di ritrovare quello ormai perso per sempre. E ciò mi turbava l’anima perché non avevo più alcun punto di riferimento.

Durante il breve sonno notturno mi aggiravo attraverso strani sogni che mi nascondevano qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Desideravo ardentemente che accadesse qualcosa, uno shock che mi scuotesse dal quel torpore.

Ma niente.

I giorni passavano e a me sembrava di continuare a girare attorno, senza giungere mai da nessuna parte.

E allora, in un preciso istante, decisi con volontà di fermarmi.

Stop.

Tutto sarebbe stato diverso da prima.

Cambiamento.
Nuovo.
Vita.

Demetrio

La montagna

La montagna.
Cos’è la montagna?
Muovere i primi passi, appena scesi dalla macchina, al parcheggio.
Sentire i muscoli ancora intorpiditi che si scaldano, il corpo riprendere vita, adagio, e diventare caldo, pronto, presente.
Sentire un’emozione al petto, che cresce, più ci si guarda attorno.
Che paesaggio!
Sembra che sia rimasto intoccato nel corso dei secoli.
Qui, tra queste rocce, mi sento davvero abbracciato dalla natura.
Le appartengo già.
La montagna è un posto unico.
Puoi sentire la freschezza dell’aria.
Respirare, a pieni polmoni, il cielo.

In una classe.
Magari il tema di matematica non è la prima ora.
Così hai tutto il tempo di agitarti per bene.
Per quanto si studia, si ha sempre quel dubbio, inespresso, nascosto dentro di noi, che il professore chieda cose strane, che abbia dormito con un tricheco che continuava a girarsi e svegliarlo, o che gli sia andato il dentifricio di traverso la mattina mentre si lavava i denti…
Così, tè, te ne stai là, seduto su quella sedia, che ha vent’anni e scricchiola quando ti muovi, che ha visto generazioni di studenti prima di te, e che ora sente quel tuo sedere agitato spostarsi in continuazione -stai fermo!- vorrebbe gridarti, -non hai rispetto per gli anziani?- e tu, sopra, nemmeno ci pensi alla sedia, -povera sedia!- te cerchi di pensare ad altro facendo finta che vada tutto bene, con la faccia sgraziata di chi è al patibolo e vede la scure del boia pronta a calare…
…e anche se ci riesci per qualche manciata di minuti…
…quell’agitazione non passa.
E’ no! che non passa!
E allora non ce la fai più.
Devi parlarne con qualcuno, cerchi rassicurazione!
E cosa fai?
Eh, cosa fai?
Gomitata al compagno di banco!
…che inizialmente vorresti anche chiamarlo dolcemente, col ditino sulla spalla, ma te, che ti senti maschio, che devi e vuoi affermarti maschio, non resisti alla tentazione di farti sentire col tuo gomito pungente e tutto ossa tra le sue costole.
Scossone.
Ti aspetti la faccia di chi ti vorrebbe dire:” Che male, brutto…dopo te la rendo.”
E la sua invece ti coglie alla sorpresa, ha due occhietti piccoli piccoli, che ti stanno chiedendo “stavo dormendo, cosa vuoi?”
Allora lo guardi fisso due secondi negli occhi, e poi, come uno spietato spadaccino che dà la stoccata finale, gli infili la fatidica domanda: “Tei, Luca, hai studiato per la verifica te?”
Meccanicamente risponde : “mmmm?”
Frase dalla duplice interpretazione.
Che può voler dire: “Di cosa stai parlando? Quale verifica?”
Oppure: “Ma certo che ho studiato!”
(attimo di silenzio)
I suoi occhi parlano chiaro però, propendi per la prima ipotesi, e gli sorridi soddisfatto.

In uno sperduto villaggio.
Oggi è stata una giornata diversa da tutte quelle che ho vissuto.
Sono arrivati dei ragazzi, con la Jeep che passa il primo di ogni mese, ed erano vestiti in modo strano. Avevano pantaloni blu, lunghi fino alle scarpe, e poi delle magliette colorate come non ne avevo mai visto. E le scarpe erano alte e tutte chiuse con delle corde, che se avessero voluto toglierle avrebbero dovuto slacciarle una ad una, facendo una gran fatica. Ad accoglierli è andato Barroso, il capo villaggio, con un sorriso talmente grande che era la prima volta che gli vedevo così tanti denti. Sembrava che li aspettasse.
Hanno parlato un po’ mentre arrivavano anche Norberto e Salim, a dare una mano a scaricare quelle grosse borse. Evidentemente si sarebbero fermati da noi per un po’.
Io comunque ero là – non voglio mai mancare quando arriva la Jeep – e mi trovavo in prima fila con tutti gli altri bambini del villaggio.
Uno degli stranieri aveva anche degli occhiali scuri scuri sugli occhi che mi sono chiesto come faceva a vederci attraverso. Ho provato ad avvicinarmi e prenderli per capire come era possibile una cosa così, come avesse fatto a non inciamparsi in continuazione. Lui allora si è girato e ha alzato la voce e ho preso paura. Poi, vedendomi là semiparalizzato, ha sorriso leggermente con la bocca, e mi ha messo in mano un pezzo della cioccolata che stava mordicchiando, un goffo tentativo per scusarsi della sua reazione esagerata. Non che a me non piaccia la cioccolata, eh, intendiamoci, ma darmi un pezzo di quella che stava mangiando lui, con il segno dei suoi denti, che schifo! Non volevo mangiarla, davvero, e sono rimasto bloccato in questa situazione che si faceva via via più imbarazzante. Quel tipo mi guardava e mi sorrideva come un pagliaccio, e io guardavo la cioccolata che non volevo mangiare, e quella ovviamente cominciava a sciogliersi, e lui ha cominciato a farfugliare, moccolata, moccolata, mangiare, bona, come se fossi sordo o non avessi capito cos’era. Allora ho alzato gli occhi verso Barroso, cercando di esprimere nello sguardo tutto il mio bisogno di essere salvato ma nei suoi lessi ciò che già il mio cuore sapeva: dovevo accettare quel dono. Non si rifiutano mai i doni. Così ho dovuto mettermela in bocca, controvoglia, gli ho sorriso giusto per cortesia, con la bocca ancora piena, e sconfitto e rassegnato mi sono girato e allontanato da lui il più velocemente possibile. Era un tipo pericoloso!

In autostrada, tra Verona e Trento.

Quando ho guardato fuori dal finestrino mi sono sentito strano.
Non avevo mai visto le montagne.
Abituato alle pianure, dove vedi il cielo dappertutto, guardare una montagna ti fa impressione. Sono grandissime, sembra che tocchino il cielo. E ti fanno sentire piccolo, piccolo, come se tu fossi una formica. Devo dire che ho fatto fatica ad abituarmi, perché spesso mi chiedevo, dov’è il sole? E non lo trovavo perché era già dietro la montagna. Mentre da noi il sole scende piano, e tu lo puoi guardare fino a che diventa rosso e scompare in fondo in fondo. Adesso invece mi sono abituato, forse troppo, perché quando vado a Verona per esempio, sento che mi mancano le montagne, come se mi mancasse la terra sotto i piedi, diventano certezze che spariscono, perché tu ormai sei abituato ad alzare gli occhi e vederle di fronte a te, mentre là se li alzi non le vedi più, ti vien quasi da perdere l’equilibrio.

Davvero l’aria in montagna ha un profumo tutto suo, e si sente che non è inquinata.
Fiori, pascoli, mucche, erba, cielo, nuvole, marmotte, caprioli…
Quassù: un altro mondo; libertà.
Andare in montagna vuol dire anche camminare.
Vedere posti diversi, svoltare una curva e trovarsi davanti una cascata.
Bagnarsi i piedi, rinfrescarsi, ripartire.
Pausa merenda, pausa panini, pausa acqua.
Fermarsi e ripartire.
Camminare, salire, avvicinarsi alla vetta, a una mèta.
La montagna è anche fare fatica, perché prima di arrivare spesso c’è una salita tremenda, e la si deve affrontare. Allora andare in montagna vuol dire anche fare una conquista, combattere e vincere la propria stanchezza, superare i propri limiti.

Il tema di matematica è il mio limite!
Solo ieri ero in montagna e oggi sono invece qui, con la penna che suda nella mia mano, e continua a scivolare.
La fronte è corrucciata.
L’altra mano gioca nervosamente con una ciocca di capelli.
Dovete sapere che il tema comincia un mese prima, quando la professoressa inizia un nuovo argomento. Se paragonassimo il compito in classe di oggi con la montagna di ieri potrei dire che l’introduzione al nuovo argomento sarebbe l’inizio del sentiero, quando ancora è pianeggiante.
Poi cominciano i primi compiti a casa, i primi esercizi, che diventano man mano più difficili, e il sentiero si inerpica, giorno dopo giorno, tra massi di numeri, alberi di angoli, cascate di potenze.
Poi la studiata per il tema.
Quaderni, formule, esercizi…
La sera, stanchissimo, chiudo gli occhi e vedo triangoli e poligoni in fila, che come pecorelle saltano steccati fatti da radici quadrate, alte almeno un metro, tutte in fila indiana.
Così, arriva il grande giorno, mi sveglio salutando con nostalgia i magici reami dei sogni, e mi appresto alla scalata finale, il tema.
E’ l’ultima rampa prima della vetta.
E la mano che stringe la penna comincia a scrivere, lentamente, con grande sforzo, su quel foglio protocollo.

Non sono passati tanti anni da quando andavo a scuola anch’io, ed ora eccomi qua, invece, in viaggio, a scoprire il mondo. La vita mi ha portato a San Caetano in una valle vicino a Pimenteiras, in Piaui, uno stato del nord-est Brasile, dove una nuvola di bambini è venuta ad accoglierci, al termine di un viaggio infinito, come se fossimo delle rockstar. Alla loro età facevo le medie e mi ricordo che durante i temi di matematica mi sudavano le mani, e la penna mi scivolava come fosse una saponetta. Chissà se questi ragazzini hanno la fortuna di andare a scuola! Ed io che mi lamentavo! Se l’alternativa è andare a lavorare tutto il giorno nei campi andare a scuola diventa un lusso. Appena arrivati sono sbucati da ogni posto e ci hanno circondato, erano tantissimi! Probabilmente per loro siamo un’attrazione irresistibile. Non avranno mai visto uno straniero, e non stento a crederlo, è piuttosto difficile raggiungere questo villaggio! Uno di questi ragazzi era stranamente interessato ai miei occhiali da sole. Si è persino arrampicato sul camion per essere alla mia altezza e cercare di prenderli. Ho pensato me li volesse rubare, così gli ho urlato e quello si è immobilizzato, evidentemente colto sul fatto. Però, vista la povertà in cui è vissuto ho capito che non lo aveva fatto con cattiveria, e mi sono dispiaciuto per la sgridata così gli ho dato un po’ della mia cioccolata e lui l’ha tenuta in mano, come fosse un tesoro. L’ha guardata per un pezzo, non capiva che cos’era! Così ho cominciato a spiegargli come meglio potevo che era una cosa da mangiare e che era molto buona! Solo quando ha cominciato a sciogliersi nelle sue mani ha alzato gli occhi e ha deciso di fidarsi e provare. Che dolce! Poi ha sorriso, con la bocca ancora piena, e tutto contento è corso via con un suo amico. Sicuramente tornerà coi suoi amici per volerne dell’altra! Barroso, il nostro contatto, ci è venuto incontro ed è stato gentilissimo, ci ha salutati con un accento particolarmente marcato, e io non ho capito granché ma Giorgio parla un poco di Spagnolo e in qualche modo si sono intesi, e alla fine ci ha ospitati a casa sua. Staremo qui qualche settimana con loro, semplicemente a vivere e a imparare ciò che noi, in Italia, abbiamo invece dimenticato.

La vita è davvero incredibile.
Ho conosciuto un amico in Brasile che è venuto da poco a trovarmi. Vital mi ha scritto, l’ho aiutato a comprarsi il biglietto aereo, e mi ha finalmente raggiunto. Rimarrà in Italia per un po’ di anni, e noi gli daremo una mano a pagarsi gli studi.
La cosa che l’ha colpito di più, mi ha detto, sono state tutte queste montagne. Ancora quando le ha viste durante il tragitto in macchina ne è stato rapito e ho voluto allora organizzargli una gita. Così l’altro giorno l’ho portato dove andavo da piccolo, sulle Dolomiti.
Aveva gli occhi lucidi, emozionati, e continuava a guardarsi in giro, come un bambino, stupefatto da ciò che vedeva. E quando siamo giunti alla cascata è rimasto a bocca aperta.
Vital mi ha detto che a casa sua sarebbero stati più intelligenti però, che così era uno spreco, che loro avrebbero costruito qualcosa per contenere tutta quell’acqua, come una grandissima buca, così nel periodo della secca ne avrebbero avuta in abbondanza. E’ stata dura spiegargli che qui la secca non viene mai.

La vita è davvero come una camminata in montagna.
Sarebbe un peccato viverla parlando di questo e di quello, a testa bassa, guardando solo i nostri piedi invece che il paesaggio e tutta la bellezza che ci circonda. Vivere la vita solo nei weekend sarebbe uno spreco, sarebbe come andare in montagna e gustarsi solo i momenti in cui ci si ferma un attimo a riposare, a prendere fiato, a guardarsi intorno. Vorrei avere gli occhi di Vital e guardare alla vita come una cosa sempre nuova, così non ci sarebbe più un momento brutto, e ogni attimo sarebbe vissuto con curiosità.
E come mia nonna mi ha sempre accolto con il sorriso e un abbraccio ogni volta che l’ho visitata, anche questa immensa piramide di pietra mi ha sempre accolto e sempre mi è stata vicina, aiutandomi a capire quale strada dovevo percorrere, a trovare il coraggio per alcune scelte che dovevo prendere, a ritrovare i miei pensieri più importanti.
E’ come se quassù, essendo più vicini al cielo fossimo anche più vicini a Dio, e nel silenzio della montagna potessimo addirittura sentire quello che ha da dirci.

Quassù: un altro mondo – libertà
Abbracciami Natura
Busso alla porta del tuo giardino
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

scritto da: Giacomo Cestari

Rami di gelso che maturano nel cranio

Mi dicono che sei la più pazza. Ma questo lo so già, me l’avevano già detto in precedenza. Quello che non mi dicono è come mi stringerai la mano, non mi dicono che sarai fragile e delicata. Non mi dicono di come sei confusa, nell’abc della tua vita, che la birra è caduta nella borsa bagnata e l’odore e la vodka e quella corriera per Riva che dicono soppressa, quando arriverà? Lo chiamano “pazza”. Non mi dicono come ti guardano gli uomini vecchi, a cui ti concedi, tutti gli uomini intorno che ti chiedono “come va” per vedere se va proprio stasera. Sono gentili con te, della gentilezza che non è un dono ma un favore da ricambiare. Hai capelli rossi e neri, ciuffi di capelli incasinati. Hai un sorriso pazzo, come dicono che sei, con dieci denti fuori. Non ricordo bene dove. Hai un cerchietto che si muove come onde tra i capelli, che cerchia la testa ineguale in modo adeguato, come fosse tuo da quando sei piccola e lo portassi ancora. Hai scarpe di tela e, dentro quelle, piedi piccoli che si divincolano, quà e là, per meglio mostrare le scarpe. La tela è di colore bianco. Hai rami di gelso che maturano nel cranio, hai labbra di formiche insonni che brulicano nel cuore della notte e gambe che non stanno, che vengono e vanno. Hai croci nascoste, ancorate là sul fondo e sciami innaturali di libellule e tigri che risalgono i tuoi gesti e portano alla luce della neve cose che luccicano e che altri chiamano pazzia. Hai un nome.

Non hai tempo, la corriera sta partendo.

Giulio

IL PEGNO

Sono appena uscito dal negozio e conto di nuovo i soldi. Il commesso è stato gentile. Certo ho dovuto piangere un po’ miseria perché alzasse un po’ il prezzo. Ho forse un po’ esagerato sulla qualità, ma del resto il mercato è come la guerra: ci si può salutare da gentiluomini dopo firmato l’armistizio. Del resto non potevo impegnarmi altro. Ho visto la faccia che ha fatto quando li ho tirati fuori dalla busta e con un cenno da intenditore mi sono limitato a disporli nel banco. Lui mi ha fatto notare qualche ammaccatura in uno o nell’altro, sì… ma del resto me la sono cavata narrandogli le traversie trascorse. Siccome lo vedevo titubante sono arrivato sul limite di dirgli: “si metta una mano sulla coscienza”. Mi sono trattenuto e del resto il commercio è commercio. C’è chi ha delle cose inutili (benché di valore) di cui sbarazzarsi e c’è chi mette su un commercio di tali cose. Tutto regolare. Sono forse io ad aver messo su un negozio di sogni usati? No, io mi sono limitato solo a rivendere i miei. Che me ne facevo ora che ho i soldi ?

Museo

Guardo.

Guato.

Loro guardano opere d’arte,
io li guardo guardare opere d’arte.
Seduto con la mia seggiola nera
ad un angolo del salone.

Il primo giorno sedevo
davanti ad un Matisse,
anch’io,
come loro,
ero concentrato,
attento,
anche se non ho studiato.

Niente.

Io le tele non le capisco.

Ma poi osservo le persone, i loro volti
che si colorano, illividiscono, si fanno cupi,
come invecchiano, avvampano,
tutto d’un colpo ridono.
Allora tutto si fa più chiaro,
e forse capisco.

Tsunami

Un uomo e una donna.

Una piccola casa.

Un figlio

e una briciola d’amore.

Due figli

e una briciola d’amore.

Un’altra piccola casa,

un’altra ancora.

Una stradicciola in terra battuta.

Qualche albero

e un campo coltivato.

Gli attrezzi del contadino

il pozzo, il secchio

l’acqua fresca sulla pelle del mattino.

Altre case e stradicciole

molti uomini e donne:

un piccolo villaggio sulla costa.

Un porticciolo

dieci barche grandi come conchiglie

dieci vele rammendate.

Uomini che fanno colazione di riso

e salpano al primo sole.

Le risa dei ragazzi che giocano a palla

le botte dopo le risa

le piccole ingiustizie.

Un mazzolino di fiori di campo

occhi timidi, sguardi divergenti

e una briciola d’amore.

Un’altra piccola casa

riso e sorrisi di tutti

invidie di alcuni.

Il giorno dopo

i rumori di sempre

di terra e animali

di uomini e donne

che si fanno la vita.

Poi un giorno come altri dal mare

l’acqua si alza in un muro di pietra

e corre verso la costa.

Sbiancano i cuori di tutti

mentre i corpi, le case, i figli, le stradicciole in terra battuta, gli alberi e i campi coltivati, gli atrezzi del contadino, il pozzo e il secchio e l’acqua dolce e fresca del mattino, altre case, il villaggio, il porticciolo, le dieci barche e le dieci vele rammendate e le reti, i ragazzi e il pallone, i fiori di campo e le invidie e tutte, tutte le cose di sempre

vengono cancellate dalla faccia della terra.

Persino la briciola d’amore.

Gli usignoli perdono il canto

quando il mare recede e scopre la terra:

ogni cosa è distrutta, scomposta e ferita.

I superstiti vagano

tra le macerie sconvolte dal lutto.

Niente, nulla, nessuno

è più come prima.

 

Poco dopo

dal sole e dalla terra germoglia

una briciola d’amore.

Questa poesia è dedicata a tutto ciò che viene costruito a ridosso dell’oceano interiore e che vive costantemente il rischio del maremoto. A ciò che di superbo di fa senza considerare di quanto in fretta può scomparire.

Giulio

Pizza project

Mani al lavoro

Giulio&Silvia