Dedico questa poesia alla mia amica Trendy Teacher
e a tutti coloro che contano
quelli che mancano.
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Diventare grandi
Diventare grandi vuol dire far più grande il posto in cui metti gli assenti. Far più grande il bicchiere in cui versi quei giorni accompagnati sulle tombe delle persone uniche, come uniche soltanto le amate. Come un mondo da ridere tra, come parole inventate e ricordi, che non si raccontano.
Diventare grandi vuol dire far più grande il cratere, e poi guardarlo con occhi onesti, vedere davvero, in fondo, cosa c’è: vuoto.
Arianna
Similitudine
In fondo
Non fa una grande differenza. I palazzi stanno al solito posto, dritti come di consueto, e pure gli alberi (quei pochi) son gli stessi di sempre. Fiori non se ne vedono – è vero - ma neanche prima, in fondo.
Il traffico del centro sembra, in fondo, lo stesso, e ai lampioni identica pesa la fatica dei giorni, da sudare fino a sera. L’asfalto non piange quei piedi che han smesso di corrergli dietro, né i semafori conoscono la nostalgia dei passaggi andati.
Le maniglie non lamentano la perdita delle dita, che le stringevano con dolcezza, o rabbia. Cosucce - queste ultime - di cui, in fondo, nemmeno s’accorgevano. Alle sedie non manca il calore d’un tempo, né i letti si disperano per il vuoto troppo leggero, d’un corpo che non torna.
Soltanto una minoranza tra gli esistenti si affligge per le cose passate ad altro stato (se migliore o peggiore, in fondo, non fa differenza). Ma quei pochi farebbero bene a imitare i molti: la maggioranza vince e, in fondo, con ragione.
Arianna
Fa un giorno
La verità
a volte presente
condizionale, ovviamente,
sarebbe contenta
oppure delusa
a volte (con più onestà)
passato irreale
le sarebbe piaciuto
se
fossimo sinceri però
diremmo
la verità del fatto:
assente
ignoriamo chi sarebbe
se ancora fosse
certamente diversa
e allora
la verità
è allo stato presente
indicativo
passato, ovviamente.
Arianna
L’ultima volta
L’ultima volta che ci siamo viste non sapevo che sarebbe stata l’ultima.
Eri lenta lentissima nei movimenti, citofonai tre volte perché non scendevi più: “Un attimo, arrivo!”. Nella tua voce c’era l’irritazione di chi si scontra ogni giorno con la goffaggine dei sani. Mi vergognai della mia impazienza, mi sentii così stupida, superficiale, così… e poi, di colpo, eri lì.
Sul tuo volto stava la sofferenza che non potevo capire, che sapevo, sì, sapevo, eppure no, in quel momento m’accorsi che non sapevo proprio niente. Come abbracciarti senza farti male? Come parlarti senza ferirti? D’un tratto, eravamo estranee. Il mio passo troppo veloce nonostante cercassi, facessi attenzione, t’assicuro che c’ho pensato, e dire che Eli m’aveva preparata: “Non sarà piacevole vederla così”.
Provai a farti ridere, ricordi? “Malgrado le cure, sei sempre la mia Trendy Teacher!”, ma il tuo sorriso – per la prima volta - mi parve forzato. Non avevi proprio voglia di scherzare. Qualche mese in più negli occhi, e già appartenevi a un’altra generazione. Quei ricci fragili, il viso grigio, scavato, e poi il ventre, grande, gonfio: “Una commessa ieri mi ha chiesto se ero incinta… davanti a mio padre! Guarda, la gente, veramente…”.
Non riuscivi a stare seduta, andai a chiedere dei cuscini ai ragazzi del bar (“Che antipatici in questo posto, se la tirano come non so cosa!”), mi feci dare tutti quelli che avevano: “Grazie, tesoro”.
“Come va lo stage al museo?”, sì, ti trovavi bene ma avevi energie soltanto per un part-time, ti dispiaceva. ”Non va troppo male però, ecco, io una che può andare in giro così la invidio”. Una ragazza in minigonna, alta, slanciata, coi tacchi. “Ma non perché bella o brutta, semplicemente perché cammina… così, vedi?”.
Non c’era molto che potessi dire, tu però insistevi, volevi che ti raccontassi di me, come al solito: “Hai dei bei progetti, si vede che ci credi. Ce la farai”.
Non lo so, Trendy Teacher, non so se ce la farò. Ma ti prometto che ci proverò. E ti prometto che, di fronte alle mie fatiche, mi ricorderò delle tue parole: “Sai meglio di me che non è questo il problema: il problema è che non ti ami abbastanza”. La sento ancora la tua voce che me lo ripete.
In effetti, ha ragione.
Arianna
Notturno rosa
Mi manchi
in quest’autunno industriale
tra i palazzi che dormono
con gli occhi sbarrati e i camini
di rosa fumanti.
Una stella
una sola.
Arianna


