Pomeriggio d’afa

Pensieri al condizionale passato, quelli che ormai, con potere e dovere confusi, come gocce, di sudore o pioggia, o forse.

E pianto acuto di donna, bambini cantano, gli indiani al centro della terra, cappotti sul braccio, fa caldo.

Poi è soltanto, nell’afa, latrare di cani.

Domanda: “Andate d’accordo?”
Risposta: “Sì”
(sospiro)
“Ma siamo tristi”.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

Tutti i ciò che ero

Tutti i ciò che ero

ora sono morti.

Piango i cadaveri

dei me stessi perduti

come fossero

i più cari compagni

di questa mia vita.

Vedo innumerevoli me

uno in fila all’altro

sulla coda del tempo;

in fila distesi

come cadaveri.

Anzi cadaveri,

ne sono certo,

di me stessi che ora non sono,

dalle mie scelte spenti.

Ogni attimo un omicidio

ed una foglia

che prende commiato

dalla realtà.

Mi mancano quei me stesso che ero,

come l’aria li penso,

li frugo e li cerco

dentro di me.

Eppure mi accorgo

che sono morti

- semplicemente morti -

e che ora io

sono tutt’altro.

Ora sono me stesso,

un me stesso fugace

che già crepa

schiacciato da me

- lo stesso

un verso più in là -

già radicalmente io

diverso dai prima

dai quando

dai giorni che sono

e più non saranno.

Rimane il peso

di questo eterno

morire;

di questo crescere

scartare, acquisire,

trovare, scoprire,

vivere, essere

sempre nuovo;

di questo nuovo

che accomiata

mette all’uscio

esclude

ciò che è stato,

senza ritorno.

Mi manco

mi manco in ogni squisito frangente

irripetibile attimo

di ciò che sono stato.

Amo il mio passato

ne amo i dettagli

che molti affiorano

alla mia mente

(quanti sono?)

(hanno limite?)

In questo eterno morire

sento grande vecchiaia,

come un trapasso continuo

di migliaia di vite

rapidissime

una aggrappata all’altra

senza pausa.

Mi sento

un vecchio

nel cimitero dei propri se stessi.

(Quante lapidi!)

(Quante storie diverse!)

Ecco:

io sono quel vecchio

che porta i fiori

su ogni tomba

e s’inchina profondo

e prega

e mentre prega

muore e muta ancora

nella speranza

che quelle morti

non siano vane.

Forse dovrei

allontanarmi dalle tombe,

eppure indugio poiché

tra quei sentieri a grani bianchi

trovo la traccia

di un senso

come una storia

che trapela dalle foto ingiallite

e che è la mia storia.

La storia di questo

che è il mio presente.

Sull’altra non so,

ma su questa sponda

del mio sentire

ogni respiro

è un trapasso

ed una foglia

che prende commiato.

 

Questa poesia è dedicata a tutte le persone che ho incontrato in questa parte della mia vita, a tutte quelle persone che ho sfiorato anche solo per una frazione di me stesso o di secondo, che in fondo è la stessa cosa.

Giulio

Credo

Credo nello scorrere del tempo, che molte volte aiuta.
Credo nella musica che aiuta sempre e non tradisce mai.
Credo nei tramonti visti in solitaria e nelle ordinarie giornate passate in compagnia.
Credo negli amici, la cosa più cara che ho.
Credo nelle mie capacità.
Credo nella forza della parola scritta, che sia essa usata come forma di denuncia, di semplice racconto, o di evasione dalla realtà.
Credo nelle persone coraggiose.
Credo nel sempre e nel mai perché rappresentano una certezza.
Credo nel cielo che rimane sempre al suo posto ma è ogni giorno diverso.
Credo nell’aiutare e nell’essere aiutati.
Credo nella bontà delle persone che nella vita non hanno avuto momenti felici.
Credo che le persone che ci lasciano con la morte, siano sempre accanto a noi e quando le nominiamo con tristezza, ridono; ecco cos’è il fruscio tra gli alberi.
Credo nella famiglia, quella che tutti almeno una volta odiamo.
Credo nel passato, perché se non sai chi sei, non sai nemmeno chi potresti diventare.
Credo nella solitudine, rifugio dell’anima e riposo della mente.
Credo nel mare che tra un’onda e l’altra ci dà una carica di energia, e con il suo “va e vieni” ci mostra la dote più bella che una persona possa avere: la perseveranza.
Credo nel sapere perché l’intelligenza è l’arma migliore.
Credo nei sorrisi di chiunque e negli specchi, che non mentono mai.

Si ringrazia per la collaborazione

Eleonora Pascai

Come un infinito che si manifesta

Whatever is gone is gone and wise man always make best use of time left.

- S. N. Goenka -

Io credo sia molto difficile accettare che le cose belle abbiano una scadenza. Credo sia difficile guardare nel passato ed amare ciò che è stato senza torturarsi per non poterlo avere un’altra volta indietro. Anche solo per un istante. Come l’amore.

L’amore passato è un amore grande che vive di ricordi messi in cantina. Andare a frugare tra i sentimenti vecchi è proprio come accedere ai giochi abbandonati da piccoli, alle emozioni che ci regalavano. Anche coperti dalla polvere del tempo i sentimenti passati brillano di una luce viva, poiché sono irrimediabilmente nostri, sono i padri e le madri del nostro sentire, di quello che siamo.

E’ anticamente dolce il cullarsi nel dolceamaro generato da ciò che non c’è più e che pure però è stato.

Cullarsi in un volto e in un sorriso,

cullarsi in un’aria di cristallo,

cullarsi in quella volta che all’asilo hai sbirciato sotto la gonna di una bimba,

cullarsi nel bicchiere di vino bevuto insieme ad un amico straniero che ora chissà come sta e cosa fa,

cullarsi in un momento di verità sfuggito, come la sabbia tra le mani.

Il passato è stato per un istante ed ora è dietro per in tempo infinito. E’ questa infinitudine del tempo rimanente che schiaccia gli istanti vissuti, li assottiglia e li riduce ad attimi quasi invisibili, privi di sostanza.

Il misero di ciò che è passato accade proprio quando, in un istante andato, è stato per noi possibile percepire l’infinito. Così tutto il cosmo e tutto il tempo, tutte le leggi, si sono per un attimo espresse, come un infinito che si manifesta in un infinitesimo.

Sono gli infiniti che ci attendono, tuttavia, che più mi regalano speranza, che mi impongono di non fermarmi là dove sto già bene. E’ per quegli infiniti che sono disposto ad abbandonare gli infinitesimi infiniti già passati, che seppur meravigliosi, possono (forse) essere trascesi. Questo è il tavolo verde su cui ho puntato tutte le fiches della mia vita.

Giulio

Due mondi

Il mondo dei giovani non è il mondo dei giovani: è il mondo del futuro. Il mondo degli adulti, che si ostinano a chiamarsi tali, è il mondo dei vecchi: il mondo del passato. In Italia non c’è più una sola Italia, nemmeno due Italie, nemmeno due Europe. Ci sono due mondi differenti: quello dei giovani e quello dei vecchi. Il mondo del passato guarda al nostro mondo attraverso un cannocchiale, ma le lenti della statistica, degli studi sociali, dei talk show sono lenti distorte, che ne falsano l’immagine.

Come possiamo pretendere di essere capiti? Come possiamo pretendere che il vecchio accolga il nuovo? Non è possibile! Il nuovo prende il posto del vecchio, lo sostituisce e l’unico vera relazione tra questi due mondi avviene grazie a quei giovani e a quei vecchi che cercano sinceramente di stabilire un contatto, un ponte tra i due mondi. Sono pochi.

Per tutti gli altri, per tutti i vecchi che non si sforzano di andare incontro al nuovo, il futuro è già deciso: l’unica traccia che rimarrà di loro sarà la ferita incisa sulla scorza del pianeta, tracciata con un coltello la cui lama è l’effetto serra, la cui emorragia è lo scioglimento dei poli e gli stravolgimenti che verranno. Ma cosa rimarrà dei loro valori? Cosa rimarrà dei loro modelli?

Io che sto dentro al mondo del futuro vedo tra i giovani un enorme oceano di possibilità, di gente che ha voglia di tutto meno che di farsi studiare come topi da laboratorio dagli antichi abitanti di queste terre. Vedo gente che ha voglia di fare, che magari non sa come o cosa, ma ha voglia di fare.

Siamo il mondo del futuro, per la puttana, siamo tutto quello che rimarrà tra quarant’anni. Non c’è nessuna battaglia, perché è una sfida vinta in partenza il cui risultato è dettato dalla legge del tempo, più antica dell’umanità stessa. E siamo noi giovani che dobbiamo averlo chiaro, siamo noi giovani che dobbiamo lavorare ogni giorno per fare, per ricavarci lo spazio, per respirare e modellare l’Italia (ed il mondo?) come preferiamo.

Abbiamo l’unica vera opportunità: il tempo. Dobbiamo solo metterci all’opera.

Giulio

Fotografia di Desirèe Munter

La verità

a volte presente
condizionale, ovviamente,
sarebbe contenta
oppure delusa

a volte (con più onestà)
passato irreale
le sarebbe piaciuto
se

fossimo sinceri però
diremmo
la verità del fatto:
assente

ignoriamo chi sarebbe
se ancora fosse
certamente diversa
e allora

la verità
è allo stato presente
indicativo
passato, ovviamente.

Arianna

Memorie di un pellegrino

Eravamo noi fedelissimi riuniti per un’esperienza unica del suo genere. Ritrovarsi con loro ogni volta è come se fosse la prima. Sono diventati come fratelli per me, persone verso cui nutro un’enorme stima e affetto.
Eravamo tutti allegri ed emozionati come bambini. Ero contento anche di aver lasciato dietro le spalle le mie aspettative e questo, ero convinto, mi avrebbe giovato permettendomi di vivere libero e disposto la Pratica nella sua essenzialità.
Smontato da cavallo mi ritrovai subito immerso nella natura. La voce del torrente poco lontano cantava decisa la sua melodia, mentre lo splendore delle stelle emetteva una tenue luce diffusa che ci lasciava intravedere forme e ombre nell’oscurità. Mi sentivo abbracciato dall’atmosfera silente che regnava in quel posto selvaggio. Camminammo in fila indiana lungo un sentiero che costeggiava la foresta e seguiva l’andamento del torrente avvolti nel nostro mantello scuro. Saremmo giunti a breve alla cascata. Io ero l’ultimo e chiudevo la fila del gruppo.
Mentre muovevo i miei passi feci finta di essere sospeso nell’aria, a qualche metro da terra sopra la mia testa, osservando dall’alto il mio corpo indaffarato che camminava sottostante. Questo lavoro di immaginazione è chiamato “terzosservazione” proprio perché si finge di osservarsi dall’esterno, dal punto di vista di una ipotetica terza persona. E’ molto utile riuscire a cambiare prospettiva perché permette di notare cose che altrimenti passerebbero inosservate, soprattutto di noi stessi, come una postura scorretta, movimenti goffi o meccanici, inutili, superflui. Dall’osservazione dei movimenti e della postura possiamo risalire anche al nostro carattere, al nostro stato interno, alle nostre emozioni e quindi renderci conto di stati d’animo interni di cui non eravamo pienamente consapevoli.
Arrivati alla cascata il rombo dell’acqua faceva vibrare l’aria e i nostri spiriti. Un rumore costante cominciava a prendere spazio nella mia mente lasciandone sempre meno ai miei pensieri. Ci inerpicammo su per un sentiero che portava direttamente ai piedi della grande cascata che si stagliava altissima davanti a noi. Ho ancora oggi l’immagine vivida davanti agli occhi di quella enorme colonna d’acqua in caduta, della tenue luce che l’illuminava rendendola, nella sua veloce caduta, bianchissima. Le nostre fiaccole emanavano fasci di luce nell’aria permettendo di vedere chiaramente come  piccolissime gocce d’acqua danzassero nell’aria mosse dal vento leggero che spirava da Est.
In silenzio ci sedemmo a cerchio per la meditazione mentre due di noi armati avrebbero fatto la guardia al gruppo. Avevamo adottato quelle misure di prudenza perché poche settimane prima era stato avvistato un gruppo di mercenari aggirarsi nella zona, e non volevamo essere colti impreparati. Dopo essermi seduto e sistemato per il freddo e per l’umidità con opportuni mantelli sulle spalle e sulle ginocchia, chiusi gli occhi e mi lasciai andare, come trasportato da una musica dolcissima finché lentamente mi persi in quel silenzio interno che si era generato. Il frastuono dell’acqua infatti si muoveva come una spazzola nella mia mente pulendola e svuotandola dai miei pensieri, dalle mie preoccupazioni. Mi unii così al rombo della cascata e diventai suono, poi diventai cascata stessa perdendo quasi la percezione del mio stesso corpo. Il tempo si era in qualche modo deformato perché lo scorrere dei minuti fu molto più veloce di altre meditazioni che sostenni precedentemente.
Finita la Pratica la mia mente era sgombra, candida, trasparente. Un profondo benessere mi aveva improvvisamente invaso, il mio respiro era lento, calmo e profondo. Non avevo pensieri, semplicemente osservavo ciò che mi circondava in una pace interiore davvero intensa. In silenzio ritornammo ai cavalli.
Non chiusi gli occhi fino all’alba e rimasi con gli altri miei fratelli a chiacchierare concitato su un tavolo all’aperto di una delle locande del posto…

Demetrio

Lettera dal passato

 

Sono passati anni: è il loro mestiere

dovrei sforzarmi per contarli

ed ora una tua lettera riposa

sopra il canterano sopravvissuto esempio

di falegnameria fascista

sopra il velluto azzurro, fra i libri

di cui adesso condivide il sonno.


Sono passati anni e noi qui…

spaiate figurine di uno stesso album

corriamo a rincontrarci

con surrogati degni di illusione.


Intanto i miei silenti, i tuoi

sono lontani

e chissà quale colla adesso prego

che possa unirli per connoscere

il tuo cuore zuppo d’ansia

che lo sfibra

che ne spinge i remi.


La città è una foglia secca

una lucertola

che si riposa al sole dopo l’acquazzone.

Solo mezz’ora fa il tuono era padrone

dell’orizzonte.

Ora rimangono bagnati in pozzanghere

pezzi d’azzurro riflessi

scossi dal vento

Qualche nuvola lassù

velocemente solca

l’autostrada del cielo.

Carlo

Per difetto

Un altro (o il primo?) capitolo della Grammatica del quotidiano, edizione AdC 2010.

I verbi difettivi sono quei verbi che non hanno alcune o tutte le voci di una coniugazione. In italiano sono un po’ e di solito sono quelli che mancano del participio passato e quindi di tutti i tempi composti, poi ci sono quelli che mancano (anche) del passato remoto. Alcuni esempi? Delinquere e competere non hanno il participio passato, sono azioni che si possono attuare solo nel presente (istantaneità), di cui si può raccontare con l’imperfetto (scenario di un passato o possibilità), o che si possono progettare o prevedere nel futuro. Anche discernere il bene dal male ha le stesse caratteristiche, anche se la forma futura non è molto utilizzata: la scelta etica è qualcosa di istantaneo, che si fa o si fece in un momento preciso della vita. Concernere manca anche del passato remoto: qualcosa concerne/concerneva qualcos’altro e basta, in questo/quel momento. La coerenza è una qualità puntuale, un punto su una curva.

Questo succede grammaticalmente parlando. E nella vita quotidiana? Proviamo a pensare a verbi (azioni o stati) che, pur non essendo difettivi dal punto di vista puramente grammaticale, in alcune voci della loro coniugazione perdono di significato. Tutto ciò ha a che fare con la critica sociale, forse, con la lotta e con la rivoluzione. Il verbo lavorare, per esempio, ha un che di fantasmagorico coniugato al presente. Molti di noi lo usano al passato (ho lavorato, lavoravo, lavorai, avevo lavorato o lavorassi o avessi lavorato…), perché manca la possibilità di parlarne al presente. Il futuro è poi una scommessa, un azzardo preceduto sempre da un se. La politica ci toglie la libertà di pensare modi e tempi delle nostre azioni, svuota di significato i progetti, e ci fa pensare al glorioso passato del si stava meglio quando si stava… meglio.

Compiti per tutti: giocare a trovare verbi difettati.

Buona critica a tutti.

Gianmarco