Ricordi secchi portati dal vento

Camminavo da un po’ di tempo fuori dal sentiero che solitamente battevo.

Sotto i miei piedi foglie secche cadute copiose dal mio passato formavano un morbido tappeto colorato che ricopriva ogni cosa attorno a me. Mi sentivo perfettamente solo, nonostante la mia mano fosse tenuta stretta da un’altra.

In quel periodo la mia solitudine era rotta da frequenti apparizioni di pensieri che mi turbavano la mente, già avvolta da quella nebbiolina sottile che sale spesso dal fondo del bosco al mattino. Non comprendevo ancora che dovevo aprire un altro sentiero, anziché cercare di ritrovare quello ormai perso per sempre. E ciò mi turbava l’anima perché non avevo più alcun punto di riferimento.

Durante il breve sonno notturno mi aggiravo attraverso strani sogni che mi nascondevano qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Desideravo ardentemente che accadesse qualcosa, uno shock che mi scuotesse dal quel torpore.

Ma niente.

I giorni passavano e a me sembrava di continuare a girare attorno, senza giungere mai da nessuna parte.

E allora, in un preciso istante, decisi con volontà di fermarmi.

Stop.

Tutto sarebbe stato diverso da prima.

Cambiamento.
Nuovo.
Vita.

Demetrio

A ciascuno il suo (dolore)

Il dolore scava muri profondi, che assomigliano ai muri alti, ma sono alti al contrario. Ritaglia porzioni di mondo rassicuranti, perché abitate da una persona soltanto, al limite accompagnata da un pesce rosso (muto) e da una pianta grassa (capace di sopravvivere – com’è noto – senz’acqua e senza cure).

Il dolore si frammenta, come le facce d’un prisma che riflettono ciascuna la sua parte di luce, e la sua parte soltanto. Può derivare da eventi condivisi, ma poi si trasforma in un vissuto personale, che separa e divide: nessuno può capirti, nessuno. E tu, del resto, non puoi capire gli altri. Siete tanti, ciascuno solo.

Il dolore tira fuori il peggio, incattivisce, e riesce a convincerti che sei scusato di tutto: “con quello che ho vissuto io…”. Ed è forse questa la lotta: resistere al richiamo del dolore, il tuo, che s’impone come più profondo, più grande, l’unico “vero”. E’ un richiamo che vuole toglierti la voglia di sbirciare oltre i muri, di là. Per scoprire che ogni tanto succede qualcosa dall’altra parte.

Arianna

Credo

Credo nello scorrere del tempo, che molte volte aiuta.
Credo nella musica che aiuta sempre e non tradisce mai.
Credo nei tramonti visti in solitaria e nelle ordinarie giornate passate in compagnia.
Credo negli amici, la cosa più cara che ho.
Credo nelle mie capacità.
Credo nella forza della parola scritta, che sia essa usata come forma di denuncia, di semplice racconto, o di evasione dalla realtà.
Credo nelle persone coraggiose.
Credo nel sempre e nel mai perché rappresentano una certezza.
Credo nel cielo che rimane sempre al suo posto ma è ogni giorno diverso.
Credo nell’aiutare e nell’essere aiutati.
Credo nella bontà delle persone che nella vita non hanno avuto momenti felici.
Credo che le persone che ci lasciano con la morte, siano sempre accanto a noi e quando le nominiamo con tristezza, ridono; ecco cos’è il fruscio tra gli alberi.
Credo nella famiglia, quella che tutti almeno una volta odiamo.
Credo nel passato, perché se non sai chi sei, non sai nemmeno chi potresti diventare.
Credo nella solitudine, rifugio dell’anima e riposo della mente.
Credo nel mare che tra un’onda e l’altra ci dà una carica di energia, e con il suo “va e vieni” ci mostra la dote più bella che una persona possa avere: la perseveranza.
Credo nel sapere perché l’intelligenza è l’arma migliore.
Credo nei sorrisi di chiunque e negli specchi, che non mentono mai.

Si ringrazia per la collaborazione

Eleonora Pascai

Come stai?

Eh, bella domanda.
Sto che invidio chi non ti conosce, perché non sa cosa si perde. E poi invece mi rattristo per chi non ti conosce, perché si sta perdendo qualcosa.
M’allontano dai vivi, colpevoli di non essere te. M’allontano dai vivi, e da me stessa. Come oso sopravviverti? E così io dovrei vivere e tu morire? Ma siamo impazziti?!
E poi invece m’avvicino ai vivi, li voglio con me, stretti stretti. M’avvicino ai vivi, e a me stessa. Sono qui, in questo dolore. Sto. E ti aspetto.

Tua Mogliettins, Ariannons, pettinature particular, troppo the sweet (ma anche last) one, Lovera interrogata sulle figure retoriche, Marisa e Katia (per elencare solo i principali). Aggiungerei anche premio chapino in materia di killing, considerata la situ.

Scene di ordinaria poesia

Uno
Un grande centro commerciale. Colori, cartelloni, pubblicità, sconti, offerte. Umanità occupata, indaffarata, guarda, tocca, confronta, sceglie.
All’ingresso tavoli e sedie, una coppia di anziani – molto anziani – seduta. Lui legge il giornale, lei cerca qualcosa in borsa, tira fuori una scatolina, la apre, prende il rossetto, se lo mette.
L’uomo non alza lo sguardo dal giornale, la donna si cerca nel piccolo specchio della scatolina, si trova.
Sorride.

Due
Un museo d’arte vuoto, sabato pomeriggio. Fuori piove.
Le ore (o forse sono anni?) scorrono immobili sulle sculture, i dipinti. I pochi passi presenti rimbombano. Una donna di fronte a una roccia intitolata Fiducia.
Prega.

Era la pioggia

Era la pioggia, quell’istante
in cui sola, quella scelta che eri
e che hai abbandonato,
ora lontana, immagine riflessa
in una sfera di alabastro,
lentamente sbiadisce e s’allarga
come inchiostro nell’acqua.

Era la notte lungo la costa,
era la solitudine della tua gabbia
che faticosamente avevi costruito,
cio’ che eri ma che non eri,
e cosi’ non mi vedevi piu’ dalla tua stanza.

Giacomo

Dipinto di Elisabetta Bernardi (Betz86)