Viaggiare: grande possibilità e grande pericolo

Guardi dall’oblò la terra avvicinarsi, senti il carrello abbassarsi, poi il grande uccello di latta tocca l’asfalto e comincia a frenare. Ci siamo, ti dici.
Sono arrivato.
E qualcosa dentro di te già si agita, una strana trepidazione prende spazio e si insinua nel tuo inconscio.
Stai per cominciare un nuovo capitolo della tua storia.

Viaggiare offre una grande Possibilità e nasconde al contempo un grande pericolo.

Si dice che gli altri siano degli specchi che usiamo per vedere noi stessi. Utilizziamo il loro feedback come strumento di autovalutazione del nostro essere. Se le persone che ci stanno attorno ci guardano con interesse o fanno degli apprezzamenti sul nostro aspetto fisico otterremo delle conferme del fatto che siamo belli. Questo vale anche col nostro carattere: negli altri analizziamo in continuazione, in modo consapevole o inconsapevole, la risposta se siamo simpatici, divertenti, riflessivi, pensierosi, inopportuni, educati…
Per questo, nel momento in cui ci si trova in un ambiente completamente nuovo, ci viene offerta un’incredibile opportunità di crescita, perchè le persone nelle quali ci specchieremo non conoscendo noi e il nostro passato, ci daranno una risposta nuova, un’immagine di noi stessi diversa, ma che più corrisponderà al vero perchè più libera dalle catene del passato, dai nostri sbagli, dalle etichette che nel corso della nostra vita ci siamo attirati addosso.
Per questo viaggiare ci permette di scoprire lati di noi che non immaginavamo avere, ci conferma il nostro cambiamento, ci conferma che il passato rimane tale e che il futuro è tutto da scrivere. Ci fa sentire nuovi, rinnovati, liberi.
E se questo è il più grande dono del viaggiare è anche il suo più grande pericolo. Perchè se da una parte ti viene data la possibilità di vederti e specchiarti in un modo nuovo, scoprendo parti di te stesso che ancora non conoscevi, dall’altro ti viene data anche la possibità, o il sogno, di scappare dalla tua vecchia vita, cancellare gli errori, i problemi, le cose che non vanno. Ti si mostra l’allettante possibilità di non risolvere ciò che andava risolto, di non fare quella fatica, e di ricominciare semplicemente di nuovo tutto, da capo. Così viaggiare può diventare invece che crescita, involuzione. Un modo per vivere facile e non affrontare la vita, scappando dalle decisioni difficili e dalle scelte sofferte del nostro cammino.

Giacomo

Parole africane

Qualche giorno fa ho ascoltato alcune parole, che voglio condividere con voi. Sono parole di un congolese emigrato in Italia:

Quanto mi sento ricco da 1 a 10? Beh, io mi sento ricco 10: ho il necessario per vivere e ospito immense ricchezze dentro di me, però non posso stimarmi ricco 10, perché attorno a me ci sono persone che muoiono di fame, di freddo e di guerra. Allora sono ricco 5: una media tra la mia ricchezza e quella degli altri.

La Repubblica del Congo è un Paese benedetto da Dio, un Paese in cui le foreste stanno bene, i pesci stanno bene, i diamanti stanno bene. Soltanti gli esseri umani soffrono.

Mi dissero: “Vai, parti, attraversa la foresta, il deserto, il mare e vai a cercare in Europa la gente etica, che voglia collaborare con la nostra gente etica”. E io attraversai la foresta, il deserto, il mare e arrivai in Italia, dieci anni fa. Non mi manca niente qui, però la gente etica nella mia terra continua a soffrire.

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi

Letters to Jules – lettere neozelandesi

Caro Jules,

questo è l’istante che precede l’inizio. E’ l’attore al trucco prima di andare in scena, è l’arrampicatore che immerge le mani nella magnesite prima di toccare la roccia. Dalla partenza mi separano alcune ore e tanti, tanti dubbi. Un poco di angoscia, come sempre quando la posta è alta. Mi sono reso conto della partenza solo nell’imminenza della medesima. Ancora due sere fa ridevo con gli amici, quasi ignaro. Poi è arrivata di colpo la consapevolezza e mi ha chiuso lo stomaco. E’ una sensazione avvolgente, l’angoscia, totalizzante. Esiste da sola e non tollera altro. Nasce dall’idea di essere impreparati a partire. Ma poi infine… quando mai si è preparati? Io non lo sarò mai, vivessi in eterno.

Vivevo da mesi in precario equilibrio, beandomi della precarietà stessa, cullandomi nell’idea che tutto a breve sarebbe stato travolto. Originale, vero? Trovare la serenità nella certezza del cambiamento. Eppure è così: si accetta che la strada digradi lentamente, si comincia ad avanzare con levità e poi, magari con l’aiuto di un incontro insperato, ci si solleva… ma questa è un’altra storia, e in queste lettere non entrerà.

La realtà è che sono felice, Jules, ma non riesco ad accorgermene. So che l’animo cambierà nel momento in cui salirò sul treno, domattina. Allora sarò libero e per qualche ora fantasticherò, ignaro di tutto.

Un abbraccio, Jules, stammi bene!

Si ringrazia per la collaborazione

Guglielmo Stecca

Kosimo e il palloncino blu parte 2

  1. Kosimo guardava il palloncino, affascinanto, quasi assorbito dalle sue qualità. Era leggero, leggerissimo e non si preoccupava mai. Non un solo segno di cedimento. Roteava in compagnia degli elementi che lo sovrastavano…
  2. E quel modo di obbedire al soffio che aleggiava nella viuzza era quasi commovente. L’aria e il palloncino erano intimamente legati, uniti, fusi. Ma con quale grazia ed armonia, lo erano. Improvvisamente fece la comparsa il suono di una macchina in arrivo.. che fece sobbalzare il giovane Kosimo ormai affezionato al palloncino e temette la sua distruzione. In quel momento era un po’ distante da lui, pochi metri indietro e non avrebbe potuto far nulla per salvarlo. Lo guardò con intensità per quei pochi attimi… fino a che il mezzo passò senza neppure sfiorarlo. Kosimo sorrise con il cuore.Prese con più vigore, ora, a dare calci al suo gioco, di cui in qualche modo ne sentiva il forte richiamo…Lo sentiva suo. Anche se appeso all’aria e al suo destino… era il suo palloncino. Tra le braccia di quest’ ignoto… ecco affiorare un dolce sentimento per lo stesso e Kosimo lo colpì forte con tutto il lato destro del piede.. ma la brezza aveva cambiato direzione tramutandosi in vento. Il palloncino trovò dinanzi un grande muro d’aria che lo fece rapidamente sbalzare indietro. Non accettando l’idea di perderlo, Kosimo tornò indietro anche lui e lo colpì con ancora più forza, anche solo per spingerlo avanti di pochi centimetri, anche solo per giocare ancora, ancora un po’.. sebbene la strada conducesse in un luogo che, ora, si faceva più lontano. Una vecchia che stava dietro, passando, diede un calcio al palloncino, e poi un altro e un altro ancora. Kosimo le sorrise, e le disse: “Giochiamo insieme”. Ma lei, dopo aver ricambiato il sorriso e detto:” Ecco che arriva..” proseguì il suo cammino con il passo immutato come avesse più forza di quell’incontro inaspettato. Con tenera insistenza, il ragazzo, perseverò nel calciarlo, fino a che la brezza non cambiò ancora direzione. Kosimo e il palloncino poterono, finalmente, proseguire, insieme, lungo la stradina con un’ aria piacevolemte favorevole.Prese a colpirlo a volte con il piede che sporgeva ad un fianco della bicicletta, altre volte con la ruota stessa, utilizzando sia il davanti che il cerchio nella sua interezza. Mentre ciò accadeva era come se il palloncino continuasse a parlargli…era come se bisbigliasse con grande voce:”Portami con te, amami, guardami e colpiscimi… E SII PRONTO A LASCIARMI ANDARE IN OGNI MOMENTO”. La strada della viuzza non era ancora terminata, ma Kosimo, ascoltando quelle parole silenziose… si rese conto che ad un certo punto lo avrebbe dovuto abbandonare. Un altro passante si preoccupò del palloncino e disse a Kosimo:” Attento che si buca” e sorridendo se ne andò.Kosimo amava giocare con quel palloncino, ma una strega dai colori insondabili nominata impermanenza minacciava di continuo il loro rapporto. Fu un momento particolarmente intenso quello in cui Kosimo si rese conto che era giunto il tempo di dirgli addio.. era stato bello giocare insieme, ma quello era il momento… lo sentiva nel profondo.Gli tirò un ultimo calcio con tutto l’amore che aveva dentro… e questa volta, lasciò che la brezza nuovamente con direzione contraria se lo portasse delicatamente via… Kosimo rimase a guardare, ancora e ancora. Per ogni rimbalzo del palloncino a terra era come se le sue vibrazioni riempissero tutto lo spazio. Erano quasi impercettibili, eppure così visibili… silenziose, eppure così udibili. Furono tre, i rimbalzi che Kosimo decise e sentì di  poter guardare, dopo di che… girò di netto la testa e proseguì senza voltarsi. Questa forza cedette, poco dopo, ad uno sguardo furtivo lasciato scorrere dietro di sé… ma l’immagine del pallocino era scomparsa. Kosimo sentì una forma di malinconia che scomparve rapidamente…Aveva solo perso un’immagine… una forma… Ma il suo cuore era stato inesorabilmente arricchito ed, ora, era libero di guardare altre forme.  Tratto da:”tornando verso casa” (fatto veramente accaduto :) ) Raji

Kosimo e il palloncino blu Parte 1

  1. Kosimo era in dolce compagnia della sua bicicletta, e con moto lento e un po’ arzigogolato si andò ad infilare in una stradina secondaria mentre tornava verso casa… un vicolo con molti bidoni della spazzatura e con delle case povere ai lati dello stesso. Giunto dinanzi ad un ampio scorcio tra i muri delle case si fermò ad osservare un grande albero che lanciava i suoi rami con grande slancio verso il cielo. Era proprio bello. Sorrise e bevve la pace di quel momento.Come un mondo a se stante, come un luogo in cui riposare.. che non era fatto di tempo, ma solo di spazio… uno spazio intimamente suo…tanto che i rari passanti non lo distoglievano dalla sua tenera conteplazione. Quei rami, quelle foglie e poi quella luce che filtrava dalle nuvole grigie erano bellissimi. Era come se potesse sentire il sussurro dell’albero sposato con la dinamica del giorno, con quella curvatura che non si lascia mai afferrare completamente… Per istinto, senza pensarci, gira il capo sopra la spalla sinistra e poi in basso e dal nulla spuntò fuori un bel palloncino azzurro un po’ sgonfio che rimbalzava solitario spinto dalla brezza leggera. Kosimo si stupì di quell’incontro inaspettato. Si guardò intorno per capire se poteva essere di qualche passante, di qualcun’altro.. ma il palloncino era tutto solo ed alternando delle brevi pause al suolo a saltelli e voli lievi se ne andava di qua e di là senza legami di alcun genere. Libero e leggero. Solamente, sospinto da quella brezza… in uno spazio troppo ampio per poterlo fermare definitivamente.Essendo un po’ sgonfio, Kosimo pensò che calciandolo non avrebbe potuto bucarlo, a meno che non gli avesse dato un calcio troppo forte. Decise quindi di colpirlo. In principio fu facile e divertente perchè l’aria si muoveva nella stessa direzione i cui stava andando..    Raji 

Ossidoriduzione

«Scusi, lì c’è spazio» è la frase che più spesso si sente pronunciare alle fermate della metropolitana, quando tutti tentano di salire e di incastrarsi nel vagone già pieno. Incastrarsi, occupare tutto lo spazio disponibile. In un ambiente sociale dove solitamente tentiamo di distribuirci nello spazio a distanze che non superino i confini della nostra bolla prossemica; in uno spazio sociale in cui si cerca di annullare la forza di gravitazione fra due e più corpi; in questa atmosfera sociale di distacco, l’esperienza del viaggio metropolitano sembra concedere un tregua a questa valorizzazione del legame debole. In vista dell’obiettivo, si è disposti in un qualche modo a rinunciare alla difesa della propria individualità fisica e l’invito è a occupare ogni singolo quadrato di superficie. Si pongono così le condizioni per un’interazione all’interno delle rispettive bolle prossemiche, anche se l’interazione, in realtà, non avviene: ognuno rimane nella propria individualità psichica nonostante la contiguità dei corpi. A dirla tutta, ci sono solo imprenditorie singole in un vagone del metrò. Ciascun passeggero è lì per intraprendere la propria iniziativa quotidiana personale e personalizzata, il destino dei compagni di viaggio è privo di interesse, tutti siamo accomunati da una parte di destino, quella del viaggio. È a questo punto che l’esperienza del movimento diviene esperienza liminale, di passaggio da uno stato all’altro dell’esistenza (una sua porzione temporale, almeno). Nell’esperienza del passaggio (cfr. il buon vecchio Van Gennep) l’individuo perde le sue caratteristiche precedenti e si prepara ad acquisire quelle che la nuova condizione gli offre; l’annullamento della distanza durante l’esperienza liminale del viaggio in metropolitana non prepara a una condizione nuova, diversa da quella in cui ci si trova al momento dell’imbarco. Fuori dai sotterranei della città, si torna ad abbracciare l’impostazione prossemica della distanza. Considerare quest’esperienza come passaggio antropologico permette però di concepire il quotidiano come cosparso di innumerevoli passaggi di stato che potremmo definire impropri: momenti della giornata in cui, ad esempio, sacrifichiamo la nostra prossemica distanziale in virtù di un qualche obiettivo a breve termine; momenti che si ripetono tutti i giorni, acquisendo la conformazione del rituale. Il cambiamento di stato allora potrebbe consistere nel continuo raggiungimento dell’obiettivo attraverso il rituale di passaggio, che diviene così il canovaccio della performance quotidiana: riti senza i quali non ci è possibile portare a termine i compiti che il nostro vivere sociale ci assegna. Se adottiamo questo punto di vista antropologico, tornando al nostro viaggio in metropolitana, la tribù esperisce nello stesso lasso di tempo un rituale comune, condiviso anche senza esplicitazione del consenso, trasformando l’individualità in esperienza collettiva e realizzando il paradosso della solidarietà dei numeri primi, adattamento contemporaneo della comunità. E questo è un po’ quello che passa il convento, senza cercare di aggrapparci a un’idea di comunità che rischia di diventare mero nostalgismo da localizzazione fondamentalista.

Gianmarco

La notte inizia come un nuovo viaggio

Il vento respira alle mia spalle
si affanna a fuggire da un tramonto che lo intristisce,
corre via di fretta e porta con sé i miei passi
lenti e rumorosi.
I colori di un cielo che muore si baciano,
dando un timido benvenuto alla mia ombra,
anch’ella parte di questo fiume nero, chiamato notte,
dove naviga fluttuando intorno alla mia figura,
cerca attenzioni che io non posso darle.
Sono solo in questa folla,
le luci accecano solo me mentre scappo
senza un motivo, senza meta e senza fiato.
Le cose buone le fai senza ragione,
ma non qui,
ma non io.
Il cielo si racchiude in sé stesso,
tace e sbuffa e si accartoccia
per poi srotolarsi in un tappeto
che mi chiama ad un nuovo viaggio.
Ma non qui,
ma non io.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si ringrazia per la collaborazione

Francesco Trocchia (http://trichecopsichedelico.wordpress.com) per la poesia

Eva Munter per la fotografia

 

 

Come sughero sul vasto mare

Siamo tappi di sughero. Se c’è una cosa insopportabile, per un tappo di sughero come me, è incontrare nel mezzo dell’oceano altri tappi di sughero. Non che non apprezzi la compagnia, il problema è un’altro.

Io sono un tappo di sughero, sono una mente che galleggia sopra un mare di inconscio, di pulsioni, di istinti. Galleggio e basta. Non affondo, certo, ma non è che abbia una meta precisa. E non sopporto gli incontri.

I tappi di sughero che incontro si credono barche. Non c’è niente di più insensato che vedere un tappo di sughero che “naviga” nell’oceano e mi fa: “Ciao barca (riferendosi a me!), vai anche tu in questa direzione?”

Lo guardo perplesso, come fosse un tipo un po’ tocco. “Direzione? Ma quale direzione! Qua si va tutti alla deriva!”,  e l’altro tappo giù a ridere. “Ma se sto andando nelle Americhe!! Mi basta issare le vele e flush, Nuovo Mondo, arrivo!”. Scarso contatto con la realtà, forse. Non me lo spiego.

Io mi sento invece un tappo di sughero, senza bottiglia né messaggio da conservare. Mi sento disperso, mi sento che se un’onda arriva, arriva, non ci posso fare nulla, se non restare a galla. Ed è già molto.

Ridacchio quando sento di persone pronte a prender con la mente le redini del’emotivo. Con la mente, con la mentucola. La mentucolina. Come prendere il mare col secchiello della sabbia.

Io sono un tappo che ride.

Giulio