La mia responsabilità circa la morte di G.R.

Quella voce caverna
che avevi
costruita sapiente sigaretta
dopo sigaretta
m’è rimasta nel ventre
frammista all’intestino
legatami addosso dal nostro
legame così particolare.
Dopo una vita di merda
(dicevi “anch’io ho fatto i miei sbagli”)
io t’aiutavo
a cucire trama nuova nel giorno
a tornare all’onesto
all’umano.
Seguivi anche un vecchietto
come badante
“che spero campi cent’anni”.
Il vecchio è ancora vivo.
A quella voce caverna corrosa
avrei affidato
poesie elevate e solide
poesie che salvano con la parola.
Io lo sapevo che appresso
ti portavi la coca
come fatto privato – ancora
debolezza residua
dopo il carcere e la strada.
Lo sapevo la sera
quando giravi sudato
tentando parole stropicciate
lenzuola sporche nel mattino.
Il tuo cuore sapeva di stanco
e sulle scale di casa
s’è fatto garbuglio poi
sasso, pesante
macigno
che su quelle scale sei stato
ad attendere
i soccorsi e la morte.
Io ti ho visto soltanto
nell’intrico di tubi  e di cavi,
nell’incertezza della rianimazione.
Eri già
corpo morto
voce spenta e di plastica.
Ora vedi G.R. io lo sapevo
che la coca era l’àncora
ancora alla vita di prima:
non lo sapevo però
come dirtelo
come affrontarlo
ché eri grande
ed io minuto.
Lo dicevo a metà e senza
scavare nel cuore dell’ombra
senza stare
senza risolvere.
Non sono diventato grande in tempo da salvarti la vita
con le parole e con lo sguardo.
Quando sei morto
mi sono preso amuleto il tuo portachiavi
ed ai medici ho chiesto
un trapianto
d’occhi malconci
e di voce rotta dalla vita.
I tuoi occhi e la tua voce
mi hanno reso più grande.

Giulio

Freddo

Mi sento come il mio pantalone che hai riposto nella tua taverna. Lì nel posto più freddo tra le cose che forse butterai.

Se dalla taverna sali le scale, mi trovi nelle erbe e nei fiori, nel bollitore, in una pianta e nei ricordi.

Se sali ancora mi trovi nel piumone e nel sapone.

Sono cose delicate e mai invadenti fatte per condividere quello che mi sembrava il ‘nostro’ oggi.

Tieni tutto perché quello che lascio lì di me non me lo puoi restituire.

È andata com’è andata

Dicevi che io
avevo arricchito
la coppia
e lei
equilibrato
il rapporto con me:
prima unica, adesso
sorella.

Certo, poi è successo
quello
che è successo,
non subito però,
eh no, all’inizio no.

Dopo, una volta successo,
le cose sono andate
un po’ tutte
così, in generale
diciamo è andata
com’è andata.

E com’è andata
esattamente, mamma?
Vorrei chiederlo
con occhi puliti
di meraviglia,
vorrei ascoltarlo
con la voce
di chi ancora non parla
e dopo il tuo racconto
dire: Ah
di di di
tate
e battere le mani.

Perché è andata
com’è andata
ma noi, accidenti,
siamo stati bravi:
bravissimi.

 

 

 

 

non ci riconosciamo

Il mio sguardo alle vostre mani
si sfiorano sulla scala mobile
della vita e il vostro sguardo
impaurito le fa lontane, di nuovo
non ci riconosciamo, ma come voi
anch’io amo quell’amore dei vuoti
d’attenzione e degli sguardi distratti
come voi sono una preziosa esistenza
resistente, ma non ci riconosciamo
mai complici, freddi come l’acciaio
di questa scala alla fine del giorno.

crittografica

 

Era il giorno prima della festa, andavano i passi soli, sull’asfalto
caldo della sera accesa, da lontano gli sguardi incrociavamo,
quanti sguardi e fra tutti noi, gli sguardi nostri ancora incontro.
Ed erano negli occhi già persi gli anni silenziosi, nelle braccia
cinte il sorriso arreso. Agli anni non contati, alle parole
risparmiate, arreso alla comoda pigrizia dei giorni.
Ci allontana un abbraccio, sotto il ferro del silenzio le grinze
di un tempo accartocciato, il nostro tempo in un angolo,
rappreso.
E uno sfondo senza lettere, sorvolano le dita senza impronta,
segni che da tempo non leggiamo, muti come ombre di cartone
nel libro della nostra negazione, in un saluto che promette
la distanza, la mancanza conferma, il destino rimanda ancora
nell’assenza.

Preghiera delle madri che perdono

Preghiera delle madri che perdono
la pazienza:
è un attimo, dopo
notti
lotte contro
indomabile appiccicosa
stanchezza come polpa di pesca.

Preghiera delle madri che perdono
l’amore
solo un istante
di sfogo, che paura
quel tono
quella durezza, pietra senza
muschio né cuore
di mamma.

Preghiera delle madri che perdono
la fiducia
di essere – nonostante e ancora –
madri
sufficientemente buone.

Che possiamo sentire
una tenerezza nuova
e cullarci avvolte
al di là dei meriti
delle colpe.

Deserto

Ti ho vista pregare

Ti ho vista pregare
seduta sul divano
in punta, al solito,
timorosa di disturbare
d’imprimere
il tuo segno nel mondo.

Era sera, ieri, e tu
dicevi
il desiderio profondo
del tuo cuore.

Io non lo chiedo più, mamma,
ho smesso
fa male
il semplice desiderare.

Scava, apre, illumina
lo scarto
tra questo dolore, vivo,
e il possibile di prima,
immaginato.

Mia sorella però è tua figlia
e una mamma
non si arrende.

Oggi sei stato in altalena

Oggi sei stato in altalena
per la prima volta
e io non c’ero.

Non ho visto
la tua bocca che si apre
per far spazio
allo stupore,
non ho sentito
la tua risata chiara,
ruscello di montagna.

Era la prima volta
ma molte seguiranno:
io vado al lavoro
e tu
diventi grande.

Dormo meglio con te

Dormo meglio con te
appiccicato
col respiro pieno
di catarro
e le braccia
allargate a croce.

Dormo meglio con te
scomoda
con la paura
di schiacciarti
stretta su un fianco
a trattenere la tosse.

Anche i grandi
vedono mostri notturni
ombre lunghe
come pensieri
nei giorni non ancora.

Stammi vicino
tu che sei piccolo
e ti basti
con la tua mamma.

baščaršija

 

momenti in viaggio fluido i pensieria3ad00da2764b853f1dc3a5d5686cad7
tra terre dogane di tempo mai perso
scenografie di memorie sulla fiamma
eterna porta di confine e abbraccio

marmi e minareti profumo di passato
splendore madido di vite nello scorrere
splendore di rame e diavoli di miele
un fiume di ponti e fango dalle colline

il timido sorgere dopo la pioggia