Ti regalo un quaderno

Vorrei regalarti cose
che non posso.

Ti regalo
un quaderno (un altro, sì).
Scelgo la copertina
allegra, colorata e poi
le pagine: senza righe, senza quadretti.

Vorrei regalarti quello
che più desideri
desidero
guarigione: libertà.

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Ti regalo un quaderno
con le pagine bianche.

Arianna
Foto: Marrakech 2016

Iride opaca

Così andiamo.

Verso il morire del giorno,

esperienze dalle spalle

e tutti gli eventi vissuti

poco compresi – in verità

ed una musica semplice e geniale

un carillon che rallenta,

rallenta,

un’ultima nota che batte

ed occhi che si fanno opachi,

più opachi – in verità:

non più occhi.

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fotografia: fiore effimero – estate già, da molto, trascorsa.

Giulio

Passeggeri o cittadini

IMG_5309Volo low cost Marrakech-Milano.
Succede una cosa straordinaria: italiani e marocchini diventano passeggeri, clienti della stessa compagnia aerea. Uguali diritti e uguali doveri.
Dobbiamo rimanere seduti nelle fasi di decollo e di atterraggio; possiamo alzarci, andare in bagno, quando la spia luminosa delle cinture di sicurezza è spenta. Lo spazio per borse e zaini è il medesimo, possiamo disporne tutti.
Arrivati all’aeroporto di Milano, altre identità prevalgono su quella che ci accomunava: cittadini UE di qua, cittadini non UE di là.
La nostra fila si smaltisce in fretta. Mentre ci dirigiamo verso l’uscita, sentiamo un poliziotto sussurrare al collega: “Non far venire i marocchini di qua, eh! Facciamoli aspettare, a quelli”.

Nessun dubbio: stiamo di nuovo coi piedi per terra.

Arianna

Foto: Marrakech 2016

 

Un pazzo

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E’ stato un pazzo. L’ISIS non c’entra. Non c’entrano, dunque, le guerre dell’Europa, l’integrazione fallita, l’emarginazione, la povertà.

Era pazzo: psicologo, psichiatra, psicofarmaci. Un pazzo vero, non di quelli “pazzi”, tanto per dire.

Già. Come se la pazzia non ci riguardasse. Come la violenza fosse soltanto (alternativamente) dell’ISIS oppure dei pazzi – e, nel secondo caso, venisse scaraventata sulla Terra da un altro pianeta.

Ma pazzi, e violenti, non si nasce, si diventa. Il lavoro, la scuola, la casa, le relazioni che costruiamo, chi accogliamo, chi escludiamo, e poi ancora (soprattutto?) come curiamo, come ci prendiamo cura della sofferenza, delle ferite nostre e altrui.

In Italia, con poche eccezioni, chi soffre di disturbi psichiatrici non ha diritto alla terapia psicologica. Solo psicofarmaci, prescritti in fretta e furia, con l’obiettivo principale di sedare, per evitare guai.

Chi non guarisce resta quello che è: un essere inutile, storto e sbagliato, un insieme di sintomi senza umanità, qualcosa da nascondere, da respingere.
E di chi sarà mai, se non la colpa, per lo meno la responsabilità? Dei pazzi, naturalmente.
Dei malati, e delle loro famiglie.

Siamo, noi presunti normali, assolti.
Un bel sollievo.

Arianna

Foto: Venezia 2016

Difendersi dal caos della vita

“Certo, è un disagio per i pendolari… ora che hanno reintrodotto il controllo dei passaporti tra Danimarca e Svezia ci metto 40 minuti in più per andare al lavoro… In effetti la gente si è mobilitata soprattutto per questo. Pochi hanno manifestato anche per i migranti”

“Sì, beh, del resto la situazione cominciava a diventare ingestibile… ho delle amiche che lavorano con i migranti, mi hanno confermato che accoglierli tutti come li accogliamo qui – senz’altro meglio che in Italia – era impossibile. Non si riusciva a dare un alloggio a tutti”.

Quindi: se non c’è posto per tutti, bisogna diminuire il numero dei richiedenti asilo. Logico, no? Meglio non accogliere piuttosto che accogliere male. Meglio difendersi dal caos e continuare a vivere felici, con uno Stato sociale generoso e tutto che funziona alla perfezione (peccato solo per quei disagi negli spostamenti tra Malmo e Copenhagen…).
Il disordine mal si addice ai climi freddi; lo conosciamo bene noi, invece, che veniamo da Paesi meno sviluppati, meno civili, dove la gente non parla neanche inglese.

Eccola qui. La tanto lodata Scandinavia.

Arianna

Almhult

Foto: Almhult 2016

inerziale

Se un punto si sposta mantenendosi alla stessa distanza da un altro, non è più un punto, ma una circonferenza. Allora il tempo passa e non te ne accorgi e gli anni hanno corso sulla curva. 

La circonferenza racchiude una porzione di tempo e spazio, il tempo impiegato a riempire lo spazio dei giorni.  

Saper conoscere il centro dal quale ci si allontana senza distanza, questo è il problema. 

Con la coda dell’occhio sembra un moto armonico, lento agli estremi: solo sfiorando il limite inizia il pensiero, la riflessione; lento nel mezzo del percorso, a dubitare di una direzione comunque nota.

Così ci spostiamo, senza allontanarci mai, sotto l’effetto di forze apparenti che non lasciamo agire.

 

Dove siamo finiti

“I figli, prima di farli, ci devi pensare! Devi pensare se puoi mantenerli. Se non hai un lavoro, una casa… i figli non li fai”.

 

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Siamo in alto mare, allunghiamo i piedi, giù giù giù, e niente, neanche con le punte.

Siamo in altro mare, un mare di lato, di dietro, di sotto: un mare che, prima di annegarci, neanche lo vedi.

Arianna

Foto: Essaouira 2016

Periferia

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Dov’è la poesia
qui
nel piscio dei cani e dei maschi
ubriachi, padroni
del marciapiede
dello sguardo che sposto
via, dagli alberi.

 

Dov’è la poesia
negli sputi per poco (proprio)
sui piedi, nei mozziconi di sigaretta, nelle cartacce, nei fazzoletti
pieni, nella puzza di merda,
nello schifo
qui
nella periferia del mondo che conta.

Arianna

Foto: Parigi 2013

Intermezzo parte III

Inès e Arturo riuscivano, talvolta, a rincorrere le loro passioni individuali anche quando insieme nello stesso spazio. Allora, da dietro una porta, les valses del violino, le ripetizioni infinite fino a soddisfare l’ambizione della musicista, riempivano il tempo. Eppure quando Inès emergeva da quel suo mondo sonoro e un po’ sognante abbandonava la sua stanza, la sua finestra e il suo strumento, trovava spesso Arturo assorto in cucina a non far nulla, ad ascoltare, diceva. Vedi perché non puoi stare sempre qui… e, con dolcezza, le sorrideva.

Delle liti e delle incomprensioni, della sacra rabbia, oggi Arturo non ricordava che qualche porta sbattutta e, forse, lo sguardo triste e vago che per qualche giorno rabbuiava l’espressione di Inès. Degli anni successivi più quieti, della quotidianità fatta anche di noia e fughe, degli amici a cena, delle domeniche a spasso, non aveva che un gusto in bocca: il sapore familiare e intimo della propria scelta, l’odore della pelle di Inès. Ma quella sera di temporale, erano i giorni, le settimane, i mesi iniziali e infiniti della scoperta a riempire come fumo tutta la sua fantasia.

Non c’era spazio per il resto, né per i rimproveri, né per i giorni lenti d’estate, né per il rumore improvviso, per lo schianto prima del treno poi delle parole nella sua testa. Solo la risata di Inès restava.

Le scelte antieconomiche

Un mese fa chiudevo il mio conto in banca storico in Intesa San Paolo, dopo averne aperto uno nuovo in Banca Etica. Seduto al desk, svicolavo le ultime proposte di prestiti vantaggiosi e solo per me, evitavo di cedere alle lusinghe di chi mi chiamava meritevole di offerte speciali, di chi mi proponeva almeno di tenerlo come conto di appoggio, per l’efficienza, che non si sa mai, di chi mi diceva che era praticamente gratuito. Poi la signora ha capito e mi ha detto: “se proprio lo vuole fare, allora costretta da lei, glielo cancello, mi spiace proprio.” Aveva uno sguardo contrito, anche per conto della banca, ma anche perché quel conto era davvero conveniente, una super offerta di anni ormai lontani, con condizioni oggi impensabili. Mi sono sentito di dire alla signora: “guardi che non mi sta accadendo nulla di male, sto solo facendo una scelta antieconomica.”

Ora, non so se la parola antieconomica fosse corretta, ma sicuramente la mia è una scelta alternativa a quella di maggior convenienza, di maggior profitto personale immediato. Nelle lunghe riflessioni pre e post evento ho notato come moltissimo di quello che facciamo viene giustificato semplicemente dal principio dell’economicità, come se una cosa conveniente fosse preferibile ad una non conveniente, a priori e questa convenienza fosse l’unico vero metro. Dagli appalti pubblici a ribasso, alla scelta del conto in banca, alla spesa.

Fare scelte antieconomiche, invece, diventa sempre più importante, come forma di contrasto ad un modello di vita e società che vorrebbe fare di tutto una questione di mero denaro.

Giulio