Come fiori

Solitamente

paragonati ad inutili piante

nodosi

fragili testimoni

dello scorrere del giorno.

Rari fiori di campo

per me, voi

uomini senza casa

senza diritto

senza dimora.

Appassite veloci

alle prime luci del mattino

al primo freddo.

Un altro funerale.

Giulio

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Ho ferito chi amo

Ho ferito chi amo.

È stato
facile: avvicinarsi,
aprire la bocca,
spingere fuori
una manciata di parole.

È stato
veloce: in tutto,
credo,
pochi secondi.

E ora che è passato
un giorno
siamo qui,
con gli occhi umidi
a fissare quelle parole.

Cinque parole che stanno.

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Foto: Lisbona 2017

Perché un figlio

Perché un figlio – chiedo
come perché
perché proprio
un figlio, perché?

Beh ovvio: la natura, la biologia,
e poi tutti ormai
adesso, forse
possiamo, non sempre potremo,
per essere felici,
perché più felici con.

Un figlio perché la cultura,
il sistema sociale,
per non morire
accartocciati senza
nemmeno uno sguardo
a fare caldo attorno.

Un figlio perché terrorizza
il vuoto davanti,
per lasciare qualcosa
come scudo
contro il male del mondo.

Un figlio perché i nonni,
la stanza già pronta,
per chiudere la porta
e parlare soltanto
di pappa, cacca, nanna.

Un figlio per tornare bambini,
per crescere ancora,
per aprirci
a terribili cose possibili,
per non pensare
ai sette miliardi umani,
al clima che cambia,
per tenere tutto piccino
dentro a una mano.

Un figlio per avere
una creatura nuova
che esiste,
non dà spiegazioni,
per sentire insieme
fortissima paura e poi
qualcosa di sottile, simile
a una carezza.

Foto: Gegio

Tenere le cose insieme

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Tenere le cose insieme
vuol dire metterle
e lasciare che stiano
in uno stesso posto.

Difficile ma, per cominciare,
l’inventario: quante sono,
quali forme e colori, lo stato
di conservazione.
Una per volta guardarle,
ricordare e dire
il nome.

Poi, con l’elenco di tutte le cose
che ci sono, prepararsi
a disporle su un piano
non inclinato, facendo attenzione
ché spesso, senza volerlo,
finiscono sul bordo le cose
di dubbio gusto e manifesta
inutilità, dono di persone amate
e tradite, odiate, segretamente
invidiate.

Son proprio quelle le cose
a volar via ai primi venti d’autunno,
appena s’alza una rabbia
un poco più cattiva, troppo
a lungo imprigionata.

Tenere le cose insieme
tutte le cose
per tutto il tempo.

 

Foto: Islanda, Blog 66° Nordur 2.0

Così lontani

Osservando da vicino quest’epoca
ogni ipotesi trasecola
mentre un’ombra inquietante
rabbercia i nostri silenzi
alla bene-e-meglio.
Vorrei riaffermarlo:
la nostra cecità è incollata con l’ombra.
Nel frattempo permetto
alla musica di Pärt
di ricucire i margini slabbrati
dell’umanità
in zoppicante cammino.

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Giulio

Lavorare gratis (ma anche) no

“Mi ha detto esplicitamente che è disposta a fare lo stage gratis… beh… potremmo pensarci”
“No, abbiamo sempre retribuito gli stage, continuerei a farlo”
“Beh comunque se è disposta a lavorare gratis significa che è davvero motivata… è un punto a favore, no?”

No, significa che non ha coscienza dei suoi diritti né del valore del suo lavoro. Ed eventualmente può significare (punto a sfavore) che non è sensibile al tema delle disuguaglianze tra chi può contare su risorse famigliari e chi, invece, ha bisogno di reddito.

Difendiamoli, quei pochi diritti che ci sono rimasti.
Eccheccazzo.

5 colloqui di servizio civile

Approssimativamente l’anima

tra questa e l’altra sponda

tuo padre già svanito

sepolto nel Mediterraneo

(il nuovo mare dei cadaveri

la ferita che l’Africa mai ricuce

la violenza che l’Europa mai risana)

quel tuo curricula perfetto

il primo impiego a dieci anni

e l’italiano così incerto

tra i corsi e l’emozione.

 

Ed ora col tuo viso pulito

chiudi gli occhi

seduto nell’involucro metallico

cuore di lamiera

cuore di container

dove in tredici hai vissuto

sofferto, sperato, trovato

l’incommensurabile forza degli occhi

aperti ora

come braci sul mondo

 

ed ancora tua madre

quella che chiami fragilità

per non chiamare pazzia

quelle occhiaie lunghe di troppa

erba

troppo metal

troppa vita che scorre

dalle mani alla chitarra

il fiore degli anni

il fiore della sofferenza

due fiori recisi.

 

La giovinezza del tempo presente

l’insostenibile attesa di un lavoro

teoria smisurata all’università

gli occhiali e le mani sudate

la speranza di un impiego

pagato poco, pagato

però

tu che aduso ai tirocini

lanci gli anni come sassi

in attesa del giusto che non viene.

 

Infine il lavoro nei campi

la sicurezza ostentata

la tua giovane forza dell’est

a raccogliere mele perfette

cosi buone – in verità

cosi ingiuste – in verità

anche tu senza casa

anche i tuoi ventidue anni confusi

nella folla

degli universitari allo sbando

nonostante il cellulare

nonostante la camicia.

Giulio

Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017