Lo sterminio dei più deboli

Ricordo quel ragazzo a Venezia che lentamente affonda e la gente dalla banchina e dal vaporetto che gli urla “Africa, dai Africa”, che ride e che non si butta a salvarlo. Ricordo quel ragazzo a Lavagna, che lentamente vola dal balcone, mentre dentro la madre e la finanza dissertano sui suoi dieci grammi di hashish ed il suo funerale, con i ringraziamenti al corpo dell’arma.

Ricordo un mondo, un universo lontano, in cui gli esseri umani sono una trama smagliata, un orribile accumulo di orrori, soprattutto al di dentro. Orrori che vengono esaltati, perfino elogiati, orrori come; parole:

madre coraggio / dai Africa / questo è scemo! / la sua prima madre lo aspetta in paradiso

Orrori che mi lasciano inquieto, adombrato, che in qualche modo mi sento anch’io responsabile di queste morti, di questa enorme ingiustizia che schiaccia e violenta il fiore degli anni. Orrore per questa narrazione dominante così invadente, così avvilente, così capace di soffocare, ché la colpa è della droga, per esempio.

Un orrore che mi rimane,

un orrore a suppurare,

che mi sbuca dalle mani,

che non so come affrontare,

recidere,

lenire

che forse parlarne, scrivere,

ma nemmeno quello.

Un orrore che fa di questo tempo un tempo oscuro, nazista, vigliacco.

Il tempo dello sterminio dei più deboli.

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Giulio

Non farne una tragedia

geneve-7-11-decembre-2011-012Una singola vita infelice
una
sola, che vuoi che sia,
una vita
pancia lacrime urla
di donna
viva ma
come gettata contro
in mezzo a chiedere
Perché?
Per quanto ancora?

Foto: Ginevra 2011

La caduta

Seduta sul divano mi guardi
con occhi dal passo incerto,
incespicanti,
chiedi
Sono caduta come cadono i vecchi,
sono vecchia?
Domandi e affermi,
cercando di colmare
quel tratto di futuro sdrucciolevole:
spazio vuoto, gradino, inciampo

Conversazioni

A questo dolore

Hoi An 2016Pensavo di aver finito, con te.

Ci siamo detti tanto, non era
tutto?
Quanto spazio ancora
quante notti?
Ah, dici,
sono io
che ti tormento?
Ma guarda!
Se appena gratto
subito trovo
te: arrabbiato come prima.

Non voglio
Non voglio

Devo.
E’ successo
è stato
più preciso che possibile
– e io c’ero.

Foto: Hoi An (Vietnam) 2016

Un povero come tanti

Milano, 8 di mattina, sul tram si sale e si scende solo sgomitando.
Un uomo senza gambe striscia in mezzo alla gente, con un barattolo in mano: qualche moneta già dentro, ne chiede altre.

“No! Vattene!” – una signora si infastidisce
“Ma io sono povero…”
“Poveri ce ne sono tanti… Non mi devi toccare!”.

Di uno strano viaggiatore

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Se potessi, partirei senza assentarmi

saluterei chi rimane e chi raggiungo.

Respirando l’aria dei moli dal mio letto

le grida dei gabbiani e delle grù

miste al dolce ticchettio della mia sveglia

sarei dove non sono o potrei essere.

 

Partirei per terre selvagge e misteriose

lasciando un biglietto di commiato

che troverei io stesso, l’indomani

appuntato nel frigo con magnete.

 

Leggerei quelle parole di abbandono

e verserei una lacrima di addio

a quel gesto da poeta superato

appoggiato alla spalla consolatrice

del me stesso che è rimasto..

Tornate

E’ un dispiacere vischioso, rimane incollato in faccia, e se provo a lavarlo via, mi imbratto le mani. Pure le mani.

Amici. Del passato, più che del presente: diciamolo.
E ancor meno del futuro, ché non abbiamo nessun progetto (nessuno?) in comune — ed è qui che il dispiacere diventa un boccone piccante, troppo; brucia e fa lacrimare gli occhi.

Mi raccontate cose bellissime, fate e siete bravi, e mentre raccontate invidio quei Paesi in cui vivete, gli abitanti del vostro quartiere, i colleghi e soprattutto gli amici, che possono bere una birra con voi in una sera qualsiasi, o passare a citofonarvi.
Raccontate di come si sta bene, dei servizi che da noi, in Italia, neanche a sognarli, delle buone abitudini che lì tutti, qui nessuno.
Cerco disperatamente una nota di nostalgia, attendo con ansia quel “Tutto bene però…”.
E invece niente.
C’è davvero così poco che vi manca dell’Italia, di noi, che siamo rimasti?
Non vi fa soffrire che ci stiamo provando sempre in meno, sempre più stanchi e soli, a fare qualcosa di bello, qui dove è più difficile?

Ninh Binh - Vietnam 2016
Tornate.
Ci divideremo quello che resta, inventeremo modi nuovi per stare insieme, stare bene, abbiamo bisogno di voi.
E se proprio non volete, non potete, fate qualcosa per chi da qui resiste, nonostante la corruzione, le disuguaglianze: anzi, più che “nonostante”, “contro” e anche “per”. Perché dell’altro esista.
Se è vero che siete diventati più ricchi, più felici, più riposati… allora mandate un po’ di queste cose anche qui.
Le migrazioni possono produrre effetti positivi, ma devono produrli anche nei Paesi da cui i migranti partono, che rimangono orfani dei figli che hanno allevato, curato, formato.

Ci mancate.

 

Foto: Vietnam 2016

Malinconia

Potessi scavarti negli occhi
estrarne globi di cemento
e ad essi legato
immergermi nell’alcova del tuo spirito.
Potessi scegliere un abisso
verrei nel tuo petrolio fondo
in te oserei
l’apnea del mare vasto
in te l’icaro profondo.
Giungerei all’eremo subacqueo
come al luogo in cui il gelido giaciglio
s’apre in magma, in crepe di vermiglio;
edificherei là un tempio rame e fiori
un nido metallico per aquile marine
nell’incavo ceruleo
del tuo cuore nascondiglio:
un giglio solitario per occhi di bambine.

Giulio