Femmina

Solo oggi:

che bella femminuccia che sei

è proprio una femmina

parla come una femmina

che principessa

si vede che è una femmina.

Ma non si vede proprio un cazzo

si vede

una bambina che prova a stare al mondo

in un mondo

che continua a dirla femmina.

Inizierà a crederci?

Non ti ho amato

Non ti ho amato
stanotte, è successo
all’improvviso
rabbia
e ti ho visto
come nessuno
dovrebbe sentirsi:
un ostacolo
da rimuovere.

Volevo dormire,
solo questo,
e sono diventata
stanza spoglia
tutto buio
di là il tuo pianto
e io ferma.

La cosa più difficile
è stata la tua fiducia
ostinata
nel chiamarmi mamma
è stato il tuo amore
semplice
nel calmarti al mio arrivo.

È durato poco
è durato troppo?
Stamattina il tuo sorriso
non ricordava
insegnami, piccolo,
a perdonare.

Ricomincio a salire

Salgo correndo su per una scalinata, senza sapere dove porta. Col fiato corto arrivo in cima e quando arrivo una voce, che viene da un punto indefinito nella luce, grida “Rabbi!”. Mi fermo attonito. Mi guardo attorno, nessuno. Dietro di me, nessuno. Di nuovo, “Rabbi!”. Il maestro sono io, mi convinco, e allora faccio per parlare. “In verità, in verità vi dico…” queste parole mi escono facile, ma poi nulla, non riesco a terminare la frase. Non so come terminarla. Non trovo nulla da dire in verità. Solo, non so chi sono e perché sono salito su per quelle scale di corsa verso l’alto. Forse non c’è nessuna verità, o forse non è qui che albergano, sulla cima di queste scale. Stanco, mi lascio cadere a terra, mentre poco a poco i miei occhi si fanno adusi alla luce chiara. Ho già visto questo luogo: in fondo alla scala appena percorsa. Dappertutto migliaia di altre scale dipartono e si esauriscono in un dedalo inestricabile agli occhi. “Rabbi!” rimbomba ovunque la voce. Penso, non sono io! C’è qualcosa, qualcosa che mi spinge a rialzarmi, rialzarmi e ripartire. Ricomincio a salire.

noi distanti

un’altra notte che non era questa
ti ho sognato e io non sono di quelli
che ricordano i sogni, forse sogno
i ricordi, e poi non ho più pensato
che eravamo due noi distanti, due
sconosciuti narranti, io muto osservatore
della tua storia urlata a un telefono
su una piccola strada di provincia,
perché i sogni pescano dal mare
che riescono a raggiungere,
e io dall’altro lato cercavo di capire
sapendo di non poterlo fare, cercavo
di capire come capirti, ma i sogni
parlano una lingua mai studiata;
e poi il risveglio è stato solo risveglio
ed eravamo ancora due narratori
distanti

Da dove parli?

Parli dal luogo
dov’è iniziato,
da cui è partito
a scricchiolare
più forte e minaccioso,
dal punto in cui
la paura
è diventata cicatrice
molle non tenera
sulla tua fronte.

Da quel posto
mi parli
con voce vuota
di parole
ma densa di sospiri, sei
ancora lì,
dove ti è rimbalzata addosso
la colpa, avida
e nera
come una zecca.

etichettami

C’è qualcosa di profondamente misterioso, di quel mistero che rende le cose terrificanti e terribili, spaventevoli e a tratti anche poco interessanti – per reazione di difesa, la paura allontana l’interesse, il coinvolgimento; il mistero profondo delle persone che escono di casa al mattino con il tesserino di riconoscimento, il badge, il cartellino del lavoro al collo, già al collo. Immagino che stiano tutto il giorno con questo pendaglio distintivo – che ti distingue pur essendo identico a quello degli altri che troverai all’ingresso dell’ufficio, della sede, un distintivo identico – senza mai separarsene, perché non riescono a separarsene. Forse potrebbe essere pigrizia o semplice scelta di comodo, indossarlo per non pensare a dove metterlo durante il tragitto, o per non rischiare di dimenticarlo o perderlo, non saprei.
Se provo a immaginare, la ragione d’essere dei tesserini è dichiarare un’appartenenza a un gruppo di lavoro, a un’attività, nel lasso di tempo in cui questa si svolge; identificare tra molti simili (io non ho un cartellino, saremo 10 in tutto, nessun rischio di spersonalizzazione, nessun bisogno di identificare di più) potenzialmente sconosciuti all’interno della stessa realtà. È uno dei tanti modi della brandizzazione, come un logo su una maglietta, una divisa, un accessorio. Fino a qui, tutto bene – come direbbe qualcuno, mentre cade, se non fosse che nessuno mi toglie dalla testa il sospetto che ci sia qualcosa di più profondo e terrificante nel mistero della scelta (razionale?) di esporre il tesserino e quindi dichiararsi appartenenti al lavoro verso il quale ci si sta dirigendo prima del necessario.
Siamo quello che facciamo molto prima di farlo? Non smettiamo di esserlo mai, se non quando ci togliamo gli abiti della giornata lavorativa e con essi il nostro distintivo? Il nostro lavoro ci identifica così tanto da utilizzarlo per distinguerci dagli altri o come scusante, giustificazione al nostro essere lì, su quel mezzo, a quell’ora? Stiamo parlando di uno strumento di riconoscimento che allarga la sua potenzialità? Non ci basta indossarlo quando è richiesto, la nostra mente ci chiede di mascherarci dal lavoratore che c’è sul pendaglio già all’uscita di casa, regalando quel tempo tra uscio e struscio al nostro datore di lavoro? Queste sono le domande che mi pongo, sì. In fondo, non quanto il nostro lavoro ci ingabbi, ma quanto siamo disposti a farci ingabbiare.
Oltre il faceto, quando incrocio un tesserino appeso al collo di qualcuno fuori, non sono tranquillo: immagino che il lavoro che ci etichetta sia un potente agente di identificazione, troppo potente, tanto da permeare anche quei momenti in cui potremmo essere semplicemente noi, ma in cui forse non vogliamo essere semplicemente noi, perché non saremmo nient’altro che noi – e questo ha il sapore del vuoto, che natura horret. Così ci vestiamo, giacca e zainetto e tesserino al collo, per tutta la giornata; tornati a casa, appendiamo il tesserino al chiodo e lì siamo noi, ma lo siamo tra le quattro mura della nostra rassicurante realtà, la libertà di essere noi senza etichetta può essere taciuta e goduta nell’intimo della nostra casa, della nostra routine, nessuno può contestarla né attaccarla, questa libertà che rende gli altri invidiosi odiatori seriali. All’ingresso, il tesserino è pronto per difendermi, domani, da qualsiasi definizione potenzialmente sbagliata: sarò quello che va a lavoro lì, che farà quello che c’è scritto lì, nient’altro. Non dimenticarlo, come non lo dimenticherò io.

La cosa più coraggiosa

La cosa più coraggiosa
è stata guardarti,
oggi, scendere da solo
tre gradini
e sentire il vuoto
e tacere l’urlo.

La cosa più difficile
è stata desiderarti
dire la mancanza
e lasciare spazio
e tenere aperto.

La cosa più vera
è stata pensarti
capitato, come tutto,
e questo mondo che spaventa
e io che fatico
non sono pronta.

La cosa più bella
è stata nascerti
qui, con me.

quarantremor

quindi è tutta nostra, questa

primavera di silenzi e tempi

lunghi come attese, di passeggiate

chiuse dietro maschere di seta,

tutta nostra nel ricordo splendido

del dopo, del domani che vogliamo

ieri, tra un coro stanco e un battito

di mani, irregolare come un cuore

stanco e pronto a rinunciare a tutto

questo spazio di pensiero, quando

ieri era caldo il sole e oggi soffia

nero un vento freddo di chimera

Tornare a casa

Ci è stato consigliato, poi chiesto e, infine, imposto di stare a casa.
Per starci, però, bisogna anzitutto tornarci.
Quanti di noi si trovano in luoghi (fisici ed emotivi) che possono chiamare “casa”, un posto sicuro, in cui stare bene?
Quanti invece si sono resi conto che – senza il lavoro, le uscite culturali e i bar – non ha più senso rimanere nella città in cui abitano e, di colpo, hanno sentito il costo relazionale della migrazione, che li ha portati lontani dalle persone che più amano e che più li amano?
Milano, per esempio: una città difficile da abitare (per ragioni economiche) e da cui si scappa appena si può nei fine settimana e nelle vacanze scolastiche, verso i laghi, le montagne, il mare oppure verso paesi lontani, ché più il viaggio è lungo più fa grande (interessante) il viaggiatore.
Eccoci invece costretti qui, dove paghiamo affitto o mutuo, dove il lavoro e la scuola dei nostri figli, proprio qui, possiamo forse provare a tornare a casa, pur senza muoverci? Oppure possiamo chiederci dove vorremmo costruire la nostra futura casa, quali relazioni sono centrali nella nostra vita e, dunque, quali persone vogliamo vicine?

Perché adesso l’abbiamo capito: è un’illusione stare vicini quando si vive lontani.