Lavorare gratis (ma anche) no

“Mi ha detto esplicitamente che è disposta a fare lo stage gratis… beh… potremmo pensarci”
“No, abbiamo sempre retribuito gli stage, continuerei a farlo”
“Beh comunque se è disposta a lavorare gratis significa che è davvero motivata… è un punto a favore”
“No, significa che non ha coscienza dei suoi diritti né del valore del suo lavoro. Ed eventualmente può significare (punto a sfavore) che non è sensibile al tema delle disuguaglianze tra chi può contare su risorse famigliari e chi, invece, ha bisogno di reddito”.

Difendiamoli, quei pochi diritti che ci sono rimasti.
Eccheccazzo.

5 colloqui di servizio civile

Approssimativamente l’anima

tra questa e l’altra sponda

tuo padre già svanito

sepolto nel Mediterraneo

(il nuovo mare dei cadaveri

la ferita che l’Africa mai ricuce

la violenza che l’Europa mai risana)

quel tuo curricula perfetto

il primo impiego a dieci anni

e l’italiano così incerto

tra i corsi e l’emozione.

 

Ed ora col tuo viso pulito

chiudi gli occhi

seduto nell’involucro metallico

cuore di lamiera

cuore di container

dove in tredici hai vissuto

sofferto, sperato, trovato

l’incommensurabile forza degli occhi

aperti ora

come braci sul mondo

 

ed ancora tua madre

quella che chiami fragilità

per non chiamare pazzia

quelle occhiaie lunghe di troppa

erba

troppo metal

troppa vita che scorre

dalle mani alla chitarra

il fiore degli anni

il fiore della sofferenza

due fiori recisi.

 

La giovinezza del tempo presente

l’insostenibile attesa di un lavoro

teoria smisurata all’università

gli occhiali e le mani sudate

la speranza di un impiego

pagato poco, pagato

però

tu che aduso ai tirocini

lanci gli anni come sassi

in attesa del giusto che non viene.

 

Infine il lavoro nei campi

la sicurezza ostentata

la tua giovane forza dell’est

a raccogliere mele perfette

cosi buone – in verità

cosi ingiuste – in verità

anche tu senza casa

anche i tuoi ventidue anni confusi

nella folla

degli universitari allo sbando

nonostante il cellulare

nonostante la camicia.

Giulio

Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017

 

Voglio scrivere dei tuoi occhi

 

 

img_6597.jpgVoglio scrivere dei tuoi occhi,
i tuoi occhi oggi, amica mia,
sotto a questi tronchi lunghi
e foglie aperte come mani,
a proteggere la nostra pelle
bianca (cielo d’inverno).

Ho visto rami rossi
attorno all’iride,
rami spogli, senza:
anche se domenica, anche se
qui,
dove ancora si vive,
non ci sono ripari per te.

Tutto brucia, in Grecia
stanno bene ma
sempre peggio:
se non hai soldi, se non paghi
la chemio
muori.

Dici, poi: “Basta”.
E’ domenica,
siamo qui: basta.

 

Foto: Barcellona 2017

Niente, ancora

Niente, ancora
giocano i bambini, loro
è la piazza e non ci sono
calde giornate a fermare
il pallone ovale, a noi
il torpore sudato, il futuro
degli anni passati, già
la nostalgica pigrizia
dei ricordi, della vita
che non abbiamo saputo
scegliere, che vogliamo
sciogliere in un calcio
bambino

Alla mia rabbia

E va bene: ti ho vista, ti ho sentita,
adesso però
smetti di correre intorno:
siediti.

Come devo fare con te?
Arruffata con i pugni serrati,
il broncio e gli occhi scuri,
come posso
cullare il tuo morso?

Vuoi addormentarti con una parola
per immaginare
cose lontane, non queste,
cattive
così dentro, incastrate a stare.

 

 

 

 

 

 

L’odio è nelle tue lacrime
appuntite
che nascondi,
non sai nemmeno perché
ma cresce
tutta questa, e ancora
paura.

Nessuno verrà
a salvarci.
Siamo e saremo insieme
io e te:
meglio allora che ti sieda.

Parliamo.

Foto: Iran 2017

Sulla dimenticanza

Sorvolare vorrei10463785_514081818726244_373363809816620035_o
imenotteri
in un deserto verde
d’erba cieca
deserto d’erba di silenzio
silenzio senza sosta
sosta senza fiori.

I giorni passano a coppie
uguali a due a due
mentre alcune domande
mollemente s’abbandonano
appassiscono
smarriscono.

Così ti ritrovi nell’ombra
della tua ombra,
e tu là fuori che guardi
qualcosa di te o del paesaggio
sbiadire
tramontare
dimenticare.

Fino al momento in cui l’io
e l’oggetto della dimenticanza
coincidono.

 

Giulio

Il punto in cui fa male

C’è un punto, da qualche parte,
qui con me, in cui
ti sei accoccolato
ti sei acciambellato
hai fatto il nido
hai fatto la tana
te ne stai lì, fermo
a tremare di paura
a piangere di rabbia
per il dolore del mondo
che ti attraversa come spilli.

Restiamo appiccicati, a premere
forte
le nostre parti morbide, aperti
come ferite, ad ascoltare
il suono delle mie mani
che ti accarezzano i capelli:
fruscio di vento tra le foglie.

 

Foto: Nadia Lambiase

 

Femminile

Guarda intorno:
m’appartiene l’albero, l’uccello
lo steccato e il rivo ombroso
e più in fondo l’orizzonte
ed il sole sulle messi.
Per tutta la vita ho lavorato questa terra che oggi
mi appartiene di dirtto
di sudore, d’amore di uomo.
Ma tu che non hai nulla
la notte
t’addormenti in ogni luogo
tu che trapassi me e la mia terra
col tuo zaino di niente
e ti scaldi ad ogni fuoco
ad ogni sogno,
tu che del grano hai fatto rame
e poi rugiada
tu che mi attraversi trasformandomi
e mostrandomi le labbra
le tue, le mie labbra di donna
finalmente dopo
tutta questa fatica
tutto questo sudore
tutto questo reame
finalmente donna
tana di conigli
nido di passeri
ventre estivo
alcova di sorriso.
Quel sorriso anche tuo
che m’ha fatto primavera
ed ora ho mille nomi
e non ho terra
non ho regno
e spoglio prendo commiato
nudo come vento
taluni sogni, alcune nuvole.

maschile-e-femminile

Giulio