Difendersi dal caos della vita

“Certo, è un disagio per i pendolari… ora che hanno reintrodotto il controllo dei passaporti tra Danimarca e Svezia ci metto 40 minuti in più per andare al lavoro… In effetti la gente si è mobilitata soprattutto per questo. Pochi hanno manifestato anche per i migranti”

“Sì, beh, del resto la situazione cominciava a diventare ingestibile… ho delle amiche che lavorano con i migranti, mi hanno confermato che accoglierli tutti come li accogliamo qui – senz’altro meglio che in Italia – era impossibile. Non si riusciva a dare un alloggio a tutti”.

Quindi: se non c’è posto per tutti, bisogna diminuire il numero dei richiedenti asilo. Logico, no? Meglio non accogliere piuttosto che accogliere male. Meglio difendersi dal caos e continuare a vivere felici, con uno Stato sociale generoso e tutto che funziona alla perfezione (peccato solo per quei disagi negli spostamenti tra Malmo e Copenhagen…).
Il disordine mal si addice ai climi freddi; lo conosciamo bene noi, invece, che veniamo da Paesi meno sviluppati, meno civili, dove la gente non parla neanche inglese.

Eccola qui. La tanto lodata Scandinavia.

Arianna

Almhult

Foto: Almhult 2016

inerziale

Se un punto si sposta mantenendosi alla stessa distanza da un altro, non è più un punto, ma una circonferenza. Allora il tempo passa e non te ne accorgi e gli anni hanno corso sulla curva. 

La circonferenza racchiude una porzione di tempo e spazio, il tempo impiegato a riempire lo spazio dei giorni.  

Saper conoscere il centro dal quale ci si allontana senza distanza, questo è il problema. 

Con la coda dell’occhio sembra un moto armonico, lento agli estremi: solo sfiorando il limite inizia il pensiero, la riflessione; lento nel mezzo del percorso, a dubitare di una direzione comunque nota.

Così ci spostiamo, senza allontanarci mai, sotto l’effetto di forze apparenti che non lasciamo agire.

 

Dove siamo finiti

“I figli, prima di farli, ci devi pensare! Devi pensare se puoi mantenerli. Se non hai un lavoro, una casa… i figli non li fai”.

 

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Siamo in alto mare, allunghiamo i piedi, giù giù giù, e niente, neanche con le punte.

Siamo in altro mare, un mare di lato, di dietro, di sotto: un mare che, prima di annegarci, neanche lo vedi.

Arianna

Foto: Essaouira 2016

Periferia

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Dov’è la poesia
qui
nel piscio dei cani e dei maschi
ubriachi, padroni
del marciapiede
dello sguardo che sposto
via, dagli alberi.

 

Dov’è la poesia
negli sputi per poco (proprio)
sui piedi, nei mozziconi di sigaretta, nelle cartacce, nei fazzoletti
pieni, nella puzza di merda,
nello schifo
qui
nella periferia del mondo che conta.

Arianna

Foto: Parigi 2013

Intermezzo parte III

Inès e Arturo riuscivano, talvolta, a rincorrere le loro passioni individuali anche quando insieme nello stesso spazio. Allora, da dietro una porta, les valses del violino, le ripetizioni infinite fino a soddisfare l’ambizione della musicista, riempivano il tempo. Eppure quando Inès emergeva da quel suo mondo sonoro e un po’ sognante abbandonava la sua stanza, la sua finestra e il suo strumento, trovava spesso Arturo assorto in cucina a non far nulla, ad ascoltare, diceva. Vedi perché non puoi stare sempre qui… e, con dolcezza, le sorrideva.

Delle liti e delle incomprensioni, della sacra rabbia, oggi Arturo non ricordava che qualche porta sbattutta e, forse, lo sguardo triste e vago che per qualche giorno rabbuiava l’espressione di Inès. Degli anni successivi più quieti, della quotidianità fatta anche di noia e fughe, degli amici a cena, delle domeniche a spasso, non aveva che un gusto in bocca: il sapore familiare e intimo della propria scelta, l’odore della pelle di Inès. Ma quella sera di temporale, erano i giorni, le settimane, i mesi iniziali e infiniti della scoperta a riempire come fumo tutta la sua fantasia.

Non c’era spazio per il resto, né per i rimproveri, né per i giorni lenti d’estate, né per il rumore improvviso, per lo schianto prima del treno poi delle parole nella sua testa. Solo la risata di Inès restava.

Le scelte antieconomiche

Un mese fa chiudevo il mio conto in banca storico in Intesa San Paolo, dopo averne aperto uno nuovo in Banca Etica. Seduto al desk, svicolavo le ultime proposte di prestiti vantaggiosi e solo per me, evitavo di cedere alle lusinghe di chi mi chiamava meritevole di offerte speciali, di chi mi proponeva almeno di tenerlo come conto di appoggio, per l’efficienza, che non si sa mai, di chi mi diceva che era praticamente gratuito. Poi la signora ha capito e mi ha detto: “se proprio lo vuole fare, allora costretta da lei, glielo cancello, mi spiace proprio.” Aveva uno sguardo contrito, anche per conto della banca, ma anche perché quel conto era davvero conveniente, una super offerta di anni ormai lontani, con condizioni oggi impensabili. Mi sono sentito di dire alla signora: “guardi che non mi sta accadendo nulla di male, sto solo facendo una scelta antieconomica.”

Ora, non so se la parola antieconomica fosse corretta, ma sicuramente la mia è una scelta alternativa a quella di maggior convenienza, di maggior profitto personale immediato. Nelle lunghe riflessioni pre e post evento ho notato come moltissimo di quello che facciamo viene giustificato semplicemente dal principio dell’economicità, come se una cosa conveniente fosse preferibile ad una non conveniente, a priori e questa convenienza fosse l’unico vero metro. Dagli appalti pubblici a ribasso, alla scelta del conto in banca, alla spesa.

Fare scelte antieconomiche, invece, diventa sempre più importante, come forma di contrasto ad un modello di vita e società che vorrebbe fare di tutto una questione di mero denaro.

Giulio

Terrore

E si contano i minuti
prima
e dopo (durante son ore, sempre).
Si elencano
i passaggi (quante volte, da quale binario)
increduli
sollevati: ancora
siamo, qui, intatti, non lì, frantumati.

E’ toccato ad altri.

Arianna

Un Sì per dire #notriv #17aprile

cari aironi, torno con una nuova segnalazione per voi, il blog DonneViola (dalla presentazione: “donne che non hanno bisogno di urlare e prevaricare per far sentire la propria voce nella società.”), e lo faccio in occasione di una loro proposta: quella di un #bloggingday oggi, 17 marzo, per diffondere informazione relativamente al prossimo referendum del 17 aprile. diffondo e aggiungo, da parte mia, l’invito a essere presenti al voto, per una ragione che in primis non ha a che vedere con il questito referendario ma con il senso di non voler gettare al vento una delle più grosse opportunità che ci offre la costituzione, cioè il referendum.

DonneViola

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”

triv

In sintesi viene chiesto agli elettori se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana.

Il gruppo di intervento giuridico (GRIG) riporta che nei nostri mari sono presenti 66 concessioni estrattive, la maggior parte localizzate oltre le 122 miglia dalla costa e che il referendum interesserà quindi solo 21 concessioni.

Nel caso venisse superato il quorum e dovesse vincere il SI fra 5-10 anni…

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Intermezzo parte II

Erano passati molti anni dal tempo del riso e delle grida, della gioia giocosa dei cuccioli che scoprono il mondo. In un appartamento dalla luce chiara del mattino, sempre in una cucina, Inès addormentata perché appena sveglia guardava con quel suo sguardo misterioso e caldo la stanza. Osservava il caffé, le tartine con la marmellata preparate sul tavolo e il suo giovane amore. La giornata cominciava dolce nella cucina gialla e fresca d’inizio autunno. I corsi sarebbero iniziati a breve, i maestri non amavano i ritardi, e lei era già in ritardo… ma non riusciva a sbrigarsi, indugiava, aveva paura di perdere quel sogno incantato. Aveva paura di ritornare dal conservatorio e trovare la casa vuota, il suo angelo evaporato, una luce polverosa al posto del sorriso di Arturo. Arturo ne cullava i movimenti lenti con lo sguardo, un’indicibile tenerezza lo compenetrava tutto e senza dir niente non la lasciava partire. Poi rumore di piedi, scale a rotta di collo per recuperare inutili secondi, il sorriso grande sul volto. Dalla finestra lui la guardava allontanarsi, il tram sferragliava, la salutava con la mano: sapeva che sarebbe tornata con il far del tramonto.

Al ritorno la casa era in subbuglio, un caotico lavororio e fermento d’idee aveva sconquassato l’aria, creato mondi. Per terra e sul tavolo, appunti, schizzi, calcoli. Le linee dei segni matematici come quadri ordinavano, nella loro esplosione, lo spazio. Ma, al primo sguardo, la solita battuta e la risata complice li ritrovava uniti.

il mito del tempo

Da questa mattina è fatto obbligo agli utenti della metropolitana di Milano la convalida del titolo di viaggio in uscita. Richieste opinioni al popolo buio, il sentimento popolare si divide, come prevedibile, tra la buona idea e l’insofferenza molesta. Un insospettabile dichiara che nella grande e rapida e frenetica Milano non s’ha il tempo di tergiversare dinanzi a una qualsivoglia barriera, la gente ha d’andare a lavorare. Per evitare perdite di tempo e affollamenti ai tornelli, in alcune stazioni l’uscita sarà mantenuta libera.

Sviluppo #1
Non ha mai tempo, la città-traino. Ha solo impegni da rispettare, e il suo tempo non ha spazio, perché avere spazi significa incontrare confini, barriere, ostacoli; interrompere il flusso di Milano non è cosa da pensare, perché la città è metropolitana, è flusso essa stessa, non ha confini, esplode: resta solo il tempo della percorrenza.

Questa è una città-flusso, misura se stessa nello spazio in base al tempo degli spostamenti: a Milano la gente non cammina, ma va di fretta, non ha cose da fare, ma posti in cui andare. L’immagine che dà di sé è il futurismo redivivo di una fama veicolare, vettoriale: la locomotiva, il movimento, la velocità che non lascia spazio alle relazioni, perché la relazione dev’essere scaricata a terra per acquisire solidità, realtà. Situarsi nel tempo abbatte le barriere spaziali tra le persone, riduce il rapporto a pulviscolo nell’etere, la città-flusso giustifica la fragilità delle relazioni che ospita attraverso la quantistica fondamentale di un principio di indeterminazione: onde o corpi, cosa scegliamo di essere?

Le onde viaggiano in uno spazio infinito, per un tempo infinito, non amano le barriere e non chiedono permesso, sono messaggi continui in infinite conversazioni sempre possibili.

Dove lavori? A dieci minuti di metropolitana da casa, forse ce ne metterò uno in più da oggi, perché hanno innalzato una barriera, per quanto legittima, al flusso della mia onda grav-intenzionale, ma non sarà un ostacolo fisico, sarà solo un po’ di tempo in più nel tempo infinito della percorrenza perenne.

(continua)