LA GRANDE BELLEZZA

LA GRANDE BELLEZZA

Si guardò allo specchio un’ultima volta prima di uscire quella sera. Il suo sorriso era smagliante, un rossetto tenue le metteva in risalto le labbra mentre i capelli ricci castano chiaro le lambivano il collo. Il suo sguardo era profondo come il mare, e mentre si guardava compiaciuta negli occhi, con la sensazione chiara e netta di conoscere finalmente se stessa, di aver fatto pace con i suoi pensieri, persino quelli più brutti e negativi, le tornarono in mente dei ricordi di qualche anno prima, ma che le sembravano così lontani da non sembrare nemmeno di quella stessa vita. Era cambiata, e molto anche.

Uscì di casa con un passo deciso ma estremamente femminile, un’andatura elegante che lasciava dietro di se un profumo del tutto particolare, una fragranza che non era solo quella del profumo con cui si era bagnata collo e polsi poco prima, ma che era evidenziata dalla sua sicurezza e stabilità interiore, uno stato di benessere che aveva raggiunto dopo anni di duro lavoro su se stessa. Aveva dovuto accettare tutte le sue paure, sentirsi piccola e indifesa, e ricominciare da lì, ma soprattutto aveva dovuto tornare ad amarsi, per quello che era, per come era, nonostante tutto.

Era sicuramente in sovrappeso, ma riscuoteva un certo fascino sul mondo maschile al di là dei chili di troppo. Il modo con cui si muoveva era estremamente femminile, le sembrava di essere una pantera che avrebbe potuto mangiarsi chiunque. Le piaceva il suo corpo, e si sentiva bella, come non si era sentita mai prima di allora. Molti erano gli uomini che l’avevano corteggiata negli ultimi due anni e che l’avevano invitata a cena, ma lei aveva dato solo a Robert Harrison questo onore, arrossendo sull’ascensore mentre rispondeva di sì, tutta emozionata, alla sua proposta. Le piaceva da morire. Amava come la guardava, il suo modo di fare, a volte un po’ goffo ma che lasciava trasparire una dolcezza e una spontaneità talmente rare da sembrare quasi un retaggio di altri tempi, di meravigliose epoche passate dove l’uomo non doveva rincorrere l’idea di bellezza odierna, composta da muscoli e arroganza, pelle abbronzata e tatuaggi. Tutto era successo di colpo, quando meno se l’aspettava. Sull’ascensore, mentre saliva al terzo piano dove si trovava il suo ufficio, lui, che lavorava al piano di sopra, l’aveva fermata e le aveva chiesto se il solito caffè non poteva trasformarsi in una cena, senza impegno. Poteva scegliere lei il giorno che preferiva, sarebbe andato a prenderla sotto casa all’ora prestabilita. E così la sera dell’appuntamento era arrivata e lei stava finalmente andando da lui, che l’aspettava con dieci minuti d’anticipo proprio fuori dalla porta di casa con un mazzo di fiori in mano. Aveva sbirciato dalla finestra per controllare se era veramente Robert perché ancora non ci credeva, non capiva come era possibile che la sua vita fosse cambiata così tanto in così poco tempo.

Mentre faceva colazione la mattina dopo, ancora sorrideva al ricordo della piacevole serata, terminata con un romantico bacio sotto casa, un bacio rubato come se fossero ancora studenti delle superiori, con lei che doveva rincasare prima di mezzanotte, altrimenti avrebbe dovuto subire le ire di suo padre. Si erano salutati timidamente mentre lui tornava alla sua macchina, tutto contento. Certo era solo l’inizio, erano usciti solo una volta, ma il futuro radioso che le si dischiudeva innanzi era un regalo che non si aspettava. Le sembrava di vivere un sogno che finalmente era diventato realtà. E mentre era persa a fantasticare su cosa avrebbe detto quando si fossero rivisti, riapparvero nuovamente quei vecchi ricordi, e tra tutti il giorno in cui la sua vita cambiò per il meglio.

Stava facendo colazione una mattina prima di andare al lavoro, con il suo solito umore nero. Non le piaceva affatto il suo lavoro, non le piacevano i colleghi, non le piaceva il suo capo. Odiava i suoi vestiti e la sua immagine allo specchio. I suoi vecchi compagni di scuola l’avevano presa in giro talmente tanto dicendo che era brutta e grassa che aveva perso la voglia di curarsi e tenersi. Si sentiva come imprigionata nel suo corpo, una prigione inverosimile di carne e ossa che non riconosceva e da cui non poteva sfuggire. Poi, mentre affogava la sua depressione in una colazione ipercalorica maledicendo la giornata che le aspettava, una voce alla radio calamitò la sua attenzione. Era un programma di interviste in cui le persone potevano chiamare lo studio e raccontare le loro esperienze di vita, solitamente terribili. Le tirava un po’ su il morale sentire che c’erano altre persone come lei, e che non era l’unica a vivere una vita così triste, anche se, nel suo subconscio, era sicura di essere la più sfortunata di tutte. La radio gracchiò prima di lasciar comparire, come se provenisse da un altro mondo, la voce dell’ennesima intervistata. Ciò che attirò subito la sua attenzione era il tono di voce, che al contrario di tutte le altre trasmesse quella mattina questa esprimeva calma, calore e sicurezza. “La mia vita è cambiata da quando ho capito che l’idea di bellezza che questo sistema ci ha insegnato non corrisponde alla realtà. Questa società ci ha fatto il lavaggio del cervello. Fin da bambini siamo stati sottoposti a numerosi messaggi pubblicitari che ritraggono donne perfette, con gambe lunghe, magre e seno abbondante, e con un sorriso stampato sul viso come volesse dire – solo se diventate belle come me sarete felici – e tutte noi per anni e anni ci siamo torturate per potervi assomigliare, per poter assomigliare alle modelle delle riviste. Ciò che ti ammala l’anima non è una frase di una sera, ma è un continuo martellamento, giorno dopo giorno, di un messaggio che anche se falso ti entra dentro come un virus e si impossessa del tuo cervello. La vera domanda che dobbiamo farci allora è – quello che pensiamo viene veramente da noi? o la maggior parte dei nostri pensieri sono il frutto dei mille condizionamenti ricevuti da quando siamo nati? – La bellezza, la vera bellezza, ne sono convinta, viene da dentro di noi, non da fuori. Quando una persona è felice, sta bene con se stessa, è contenta del proprio corpo, qualunque esso sia, non può che esercitare un effetto magnetico verso le altre persone. La gente è attratta dalla bellezza interiore, dall’energia positiva e magnetica generata dalla felicità, dai sorrisi, dalla semplicità di mostrarsi per come si è realmente, senza maschere. La realtà è che siamo tutti insicuri di noi stessi, e che per ottenere un po’ di autostima e riconoscimento desideriamo ardentemente piacere agli altri, è una nostra necessità. E per fare questo indossiamo delle maschere, recitiamo i personaggi che non siamo. Vogliamo piacere, essere desiderati, in modo da sentirci accettati e amati. Facciamo così perché sostanzialmente siamo noi i primi che non ci amiamo, che non ci accettiamo e che non ci desideriamo. Di conseguenza si crea un vuoto dentro che vogliamo colmare assolutamente. L’avere tante amicizie, l’essere cercati, il ricevere messaggi sul cellulare, l’essere invitati alle feste… diventa un modo in cui misuriamo nevroticamente il nostro successo. E per chi non è dotato di un corpo bello e sano da madre natura rimane solo l’oblio? Ci sono donne che si sentono talmente a disagio con loro stesse che smettono anche solo di sperare di poter essere attraenti. Ci sono donne che smettono di uscire di casa, di avere contatti con gli altri, perché temono di ricevere l’ennesimo rifiuto, l’ennesima conferma che sono brutte. Tutti noi, uomini e donne, cerchiamo disperatamente di piacere agli altri. E nel fare questo siamo estremamente goffi. Tutti, ognuno a modo suo. Ci sono donne fragili come un cristallo, che pur avendo un bel corpo passano ore davanti allo specchio per capire se lo sono abbastanza, e talvolta ricorrono alla chirurgia plastica, per rifarsi il seno, il naso o le labbra. Altre alle quali basta un rifiuto per cadere in profondi stati depressivi dal quali riemergere solo con l’ausilio di psicofarmaci. Tutto ciò è estremamente triste, perché non abbiamo capito che la vera bellezza è da conquistare dentro noi stessi. La vera bellezza nasce da dentro, quando finalmente abbiamo fatto pace con noi, ci accettiamo per quello che siamo, e smettiamo di ostentare la sicurezza che in fondo non abbiamo e che probabilmente non avremo mai. La bellezza del fiore sta nella sua fragilità e nel suo modo di mostrarsi per quello che è, noncurante delle tempeste e della grandine, delle stagioni, del freddo e delle arsure estive. Il fiore si dona al mondo, fragile e bello, senza la paura del futuro e del suo destino, senza paura di farsi male. Così noi donne dovremmo essere! Davvero dovremmo accettarci di più, sorridere nell’anima e vivere la vita con quello che abbiamo. Il nostro corpo è il tempio della nostra anima. Se curiamo l’anima e ne abbiamo assoluto rispetto, ci verrà spontaneo curare anche il corpo. Per questo credo fermamente nella frase che dice che il corpo tende ad essere specchio dei nostri pensieri, preoccupazioni ed emozioni, tende ad essere specchio del nostro mondo interiore. Chi è sempre imbronciato e negativo non solo emanerà un’aura pesante attorno a lui ma tenderà anche a trasformare il suo corpo in qualcosa di simile, semplicemente perché smetterà di averne cura. Come la casa, che quando si smette di sistemare e curare si impolvera e si accumula di oggetti, diventa disordinata e sporca, così anche il corpo quale tempio della nostra anima se non lo curiamo si imbruttisce e si deteriora. Per diventare belli dobbiamo ritornare dentro di noi e urlare al mondo che anche noi abbiamo voglia e abbiamo il diritto di sentirci belli. Ma non belli per finta, non belli ma di cristallo che basta un niente e ci cade il mondo di nuovo addosso, ma belli per davvero, noi vogliamo e abbiamo il diritto di sentirci belli in profondità, fin dentro ogni nostra cellula, stamparlo nel nostro DNA! Possiamo sentirci così nonostante il parere degli altri e tutti i messaggi della pubblicità. Solo allora il nostro stare bene interno innescherà un circolo virtuoso che si autoalimenterà. Cominceremo a curare la nostra anima, che essendo bella avendo il diritto di sentirsi bella, in quanto venendo da Dio non può che essere meravigliosa, si libererà lentamente dai pensieri negativi, dalle ansie e dalle preoccupazioni. Poi cominceremo a curare il nostro corpo che dovrà essere sempre pulito e profumato, lo vestiremo anche con vestiti puliti e profumati e faremo dell’attività fisica per rafforzarlo, così che diventerà più bello e più sano. Le emozioni lentamente cambieranno, e non saranno più negative, ma cominceranno ad essere positive, lentamente un poco alla volta, ma le cose cambieranno, e più le emozioni saranno positive più saremo felici e più saremo felici più ci sentiremo sani e forti, e più ci sentiremo sani e forti più ci sentiremo belli e la nostra anima sarà ancora più felice. Dobbiamo stare attenti ad innescare questo circolo virtuoso e non il suo opposto che conduce all’avvizzimento dello spirito e del corpo. Infatti, se ci lasciamo sopraffare dalle emozioni negative, se ci sentiamo di non valere nulla e crediamo a questi pensieri, e li seguiamo, tenderemo a lasciarci andare, così il corpo non curato si indebolirà, tenderà ad ammalarsi e saremo ancora più depressi. Più saremo depressi più non cureremo il nostro corpo, fino a fargli mancare le cose base, come la pulizia e la dignità di essere vestito bene, con abiti puliti e profumati. Costa fatica essere sempre puliti, profumati e in forma, ma sono tre cose fondamentali che possiamo e dobbiamo fare per il tempio della nostra anima, che è la cosa più preziosa che abbiamo.”

Quelle parole le entrarono dentro come un fulmine a ciel sereno. Qualcosa si squarciò dentro di lei mentre si sentiva così perfettamente descritta da quel discorso che illuminata decise che era ora di fare un cambiamento. Un grande cambiamento. Non andò al lavoro quella mattina, si diede per malata. Andò invece, rischiando la visita del medico del lavoro, a comperarsi degli abiti nuovi. Poi, tornata a casa si cambiò, andò a fare una corsa, si fece una doccia e tornò in cucina. Aprì il frigorifero e gettò via tutto il cibo insalubre a cui era avvezza, via tutti i formaggi e le cose grasse e pesanti che faceva fatica a digerire, e lo riempì di frutta e verdura. Così fece anche nella dispensa che riempì di cereali integrali e legumi gettando le merendine confezionate ipercaloriche e rivestite di cioccolata. Poi si dedicò a pulire la casa. Aveva lavorato tutto il giorno ma in un solo giorno era riuscita a dare una svolta netta nella sua vita. Ora le aspettava solo la sfida più grande, quella della costanza e di non ricadere più nella pigrizia e nelle cattive abitudini di prima. Così decise di iscriversi in palestra ad un corso di ginnastica, in modo da essere più incentivata a fare dell’attività fisica, e ogni giorno dedicava 15 minuti al mattino appena sveglia, sedendosi a gambe incrociate, a ringraziare il mondo di essere viva e di poter godere del miracolo della vita anche quel giorno. Ricordava quindi a se stessa la sua determinazione di cambiare stile di vita. Cascasse il mondo, lei si alzava ogni mattino 15 minuti prima per fare questo esercizio, e mano a mano che lo faceva la sua volontà si rafforzava e le dava la forza e l’energia di perpetuare questo cambiamento.

Fu così che cominciò a riacquistare il piacere di vivere, di stare con gli altri, di andare al lavoro, di parlare con i colleghi. Cominciò a sentirsi bella, ad accettare la sua femminilità e viverla con tutto il suo corpo. Cominciò a sentirsi attraente, a curarsi sempre di più, a truccarsi delicatamente con gusto e mai con eccesso. L’attività fisica cominciava a farla dimagrire, sebbene per ritornare in perfetta forma ci sarebbe voluto ancora del tempo cominciava però a sentirsi decisamente tonica il che le dava un piacevolissimo senso di benessere. Cominciò a sorridere. Sempre di più. E le persone si avvicinavano a lei, cominciavano a cercarla, ad invitarla fuori, ad uscire. E oggi aveva un mazzo di fiori sul tavolo, un messaggio sul telefono del buongiorno da Robert e una gran voglia di vivere un’altra splendida giornata che chissà quali magie le avrebbe portato. Era felice.

Giacomo Cestari

Andirivieni

E’ un andirivieni:
da qui
vai, lo vedo
dallo sguardo – solo quello
ché il corpo rimane
il corpo
almeno.

Tu invece ogni tanto
di colpo
magari
nel mezzo
non si sa dove
con chi sei.

Essaouira 2016

Essaouira 2016

E lì sento
che mi spavento
mi fa rabbia
sei andata
aspetto
di vedere di nuovo
che sei qui
aspetto
che torni.

Global warming explained

Immagine

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global-warming

Giacomo Cestari

Di te amo

Di te amo
il respiro
dentro e poi
fuori: è tuo
il fiato che mi calma.

Di te amo
la rosa dietro,
sulla nuca, segno
di tempi che non ricordo
e solo ora tocco
come sei
piccolissimo.

gattino-marocchino

Essaouira 2016

Di te amo
quando mi guardi e stai
tutto
con me.

Proteggi

Stanotte non dormo.
Sveglia, sogno.

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Siamo qui il gatto
ed io: immagino
di proteggerti
dalle paure, dalle voci
torturatrici.

Bloccate ogni accesso!
Chiudete le finestre,
sprangate le porte,
sorvegliate i ponti,
sbarrate le strade!

Poi, al mattino, eccolo:
il male.
Viene da dentro!
Spalancate porte e finestre,
liberate le vie di fuga!
Che possa uscire, per carità,
che possa andare!

Ancora un sogno
da sveglia.

 

Parole di rabbia

vietnam-2016

Come stai, oggi,
non lo voglio sapere.
Dopo queste notti
senza sonno
dopo i pianti, i silenzi, le voci
che tormentano te
e poi noi

basta.

 

Oggi voglio andare in giro
a graffiare
la pelle liscia
di quelli che dormono
sogni d’oro: che vengano le rughe,
le occhiaie, i segni
pure a loro.

E mentre li graffio
ci sarà un urlo
una furia di fiato
contro la loro ignoranza
del male.

Graffierei quelli che osano
le lamentele, una scortesia,
toni bruschi: li farei piangere
finalmente
pure loro.

E in mezzo a questi volti
non più belli
sanguinanti e tagliati
forse
troverei un angolino
in cui farmi piccola, chiudere gli occhi
e stare.

Foto: Vietnam 2016

La leggera incosistenza del dolore

Lo scandalo della scomparsa colpisce chiunque, prima o poi. Secoli di elaborazioni tribali hanno cristallizzato la drammaturgia della sofferenza in una dogmatica scenografia del cordoglio: bisogna soffrirne. Chiunque lasci, qualunque perdita deve generare in chi la subisce una reazione di lutto. Come stai? chiedono, appena ti ritrovi nel capannello dei parenti coinvolti, degli stretti. Rispondi Bene e loro aggiungono,  nel silenzio di chi la sa lunga, nonostante l’accaduto. Tu volevi dire Tutto questo non mi fa stare male, ma il gruppo deve salvare l’apparenza del dolore oltre l’indifferenza del tuo sguardo e del tuo corpo: occhi lucidi non pervenuti, triste rilassatezza delle membra assente. Non vuoi vederlo? Ti capisco, dice con un sorriso tenero che dà per scontata una mia strategia di preservazione emotiva, quando è solo disinteresse.

Muoiono le persone, prima dei gradi di parentela, soprattutto quando non ci siano stati relazione né affetto di cui sentire la mancanza. Era pur sempre tuo nonno, dovrei soffrirne a prescindere, il confronto con gli occhiali neri e la dolorosa postura degli altri mi fa mettere in dubbio l’integrità del mio parterre emotivo, mi fa pensare a un blocco dei chakra o a qualcosa di anomalo nel funzionamento dei miei meccanismi neuronali di elaborazione del tutto. Poi torno dalla discussione con me stesso e torno consapevole del mio dolore, del suo valore tendente a zero. Penso alla tragedia vera, al vero nucleo del dolore: la sedicente famiglia, che si staglia in faccia al mondo imponendo la propria definizione di luogo dello stringersi attorno, dello stare per, è solo un’immagine antica, tribale, presociale. Basta un solo caso, basto io, per falsificare questa teoria del dolore, sulla panchina lontana dal crogiuolo di teste chinate, di fazzoletti umidi e spalle abbassate. Non nego la sofferenza altrui, solo non lascio che sia per forza la mia; questa morte è una scomparsa, sarà più difficile affrontare il dolore di chi resta. Era pur sempre, continueranno a premettere.

Un prete giovane benedice il feretro, recita un’omelia non banale, ma completamente fuori fuoco: la vita come parabola d’amore, anche solo un gesto d’amore verso il prossimo la rende tale agli occhi di chi lo riceve altrove o semplicemente dopo. Non ha colpe il predicatore, parla per i vivi, non conosce chi sta congedando, la persona incapace di vivere oltre se stessa. È (stata) pur sempre una persona, penso, mentre mi accodo ai rituali liturgici nel rispetto dei presenti, e per me è stata una persona di cui non sentire mancanza, per quanto questo mi destini alla sottile disapprovazione della comunità. Cose che non vogliono essere sentite, ascoltate, capite; cose di cui non si parlerà, quella totale mancanza di cordoglio. Il dolore, come l’acqua, ha la forma del vuoto, solo se c’è un vuoto di cui prendere la forma.

11 settembre

Sono passati quindici anni. Ricordo di me che, diciottenne, osservo le immagini delle torri che fumano e crollano, di me che dispero. Ricordo la paura, mia delle persone intorno, per una cosa così lontana, così vicina, eppure. C’era stata mia nonna, pochi anni prima in cima alle torri e quelle immagini ripetute, migliaia e migliaia di volte, che solo a pensare “11 settembre” vedo l’aereo che lentamente plana nel vetro e cemento. Ricordo come mio padre vantava d’averlo detto, la teoria del crollo per il calore, la sapeva già prima dei telegiornali.

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Poi le guerre. La guerra in Afghanistan, che non si era capito nemmeno bene il perché proprio l’Afghanistan, ma pareva una cosa sensata. Poi la guerra in Iraq, nel 2003. Quello è stato per me il periodo della perdita della verginità. Insieme alle torri crollava per me la fanciullezza ignara, il mondo fatato che il sistema m’aveva cucito addosso, quella bontà così bianca, così europea, così cattolica di chi era cresciuto pensando d’essere dalla parte del bene, platonicamente parlando, o dei buoni dei film hollywoodiani.

Per il 2003 e l’Iraq ero pronto a dire no. Ritenevo che la guerra fosse ingiusta e mentre le bandiere della pace sventolavano alle finestre (e a quelle semplificazioni non riuscivo ad accostarmi, anche se lo farei ora, forse) ricordo che desideravo tanto fare una bella bandiera nera con la scritta “PECE” in bianco da appendere alla finestra, per fare l’occhiolino agli interessi volgari del mondo. Le fotografavo quelle bandiere, in giro per la città (erano le mie prime fotografie digitali), cercando di comprendere e comprendendo che “qualcosa” stava accadendo.

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Sono passati solo quindici anni. Abbiamo più paura di allora. Abbiamo ucciso più di allora e siamo stati uccisi più di allora. “Più” solo in senso accumulativo, perché certo le guerre non sono iniziate col millennio. Rimane un certo senso di disperazione, dentro, per questa umanità che, incapace di comprendersi come una e non molteplice, ferisce se stessa ferendo le proprie parti, in continuazione. Nonostante l’enorme interconnessione di questo secolo non riusciamo, ancora e per ora, a riconoscerci semplicemente umani.

Giulio

Testarda

E’ che sto ancora lottando
contro
il passato, con la speranza testarda
che magari non è andata proprio così
forse ho capito male
chissà, domani mi sveglio e mi dite:
“Non è vero niente, si scherzava”.

20160803_093313Sono ancora qui che lotto:
tiro calci al presente
mi faccio comandare dalla paura
del futuro, la paura che in futuro
continuerò a lottare.

Lotto ancora:
mi dico “basta” e invece
eccomi qui, che faccio a pugni
per niente.

Foto: Vietnam 2016