Il pozzo

Il cielo era nero, nuvole nerissime coprivano il sole e la luce. Attraverso la fitta coltre di polvere vulcanica i pochi raggi che arrivavano alla terra erano rifratti e tinti di rosso così che il cielo sembrava la superficie di una colata lavica che si raffredda, un nero intenso su di uno sfondo rosso fuoco. Qualcosa di oscuro aveva ingoiato l’uomo in quegli ultimi decenni ed ora una forza mai vista aveva reso schiave le masse. Gli uomini stavano camminando assieme, tutti fianco a fianco, verso il pozzo.

Così veniva chiamato, il pozzo. Era un enorme cratere di qualche chilometro di diametro che si estendeva nella pianura di Kanusia, dove un tempo era coltivato il grano per tutta l’Eurasia. Vastissima terra che per infinite distanze veniva coltivata con le più rivoluzionarie macchine operatrici, terra importantissima per la sopravvivenza di 8 miliardi di persone. Nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe potuta finire così.

Quegli immensi paesaggi che si coloravano d’oro al momento della raccolta erano brulli e secchi che la terra si increspava e si raggomitolava su se stessa rivelando le ferite dell’arsura, crepe nell’argilla. Perchè quelle masse  avessero camminato così tanto non lo si seppe mai, perchè chi fu svegliato si dimenticò del sogno e di come era iniziato. I cavalieri del LogisLux  erano avvolti di quella luce bianca che era tanto rara in quell’oscurità come le briciole dell’amore che un tempo aveva vissuto su quel pianeta. Si ergevano sui cumuli di detriti in mezzo alla folla e cantavano le melodie più struggenti mentre tutta quella gente, che riempiva la prateria, venuta da mezzo mondo, stava camminando silenziosa verso il pozzo. Le persone riempivano l’orizzonte e coprivano tutta la terra che ad un uomo alto su un cavallo è dato di vedere. E tutti camminavano come sordi alle melodie dei cavalieri, stregati dal richiamo del pozzo. Nessuno più parlava, pensava, era padrone di se stesso, non reagivano se scossi o picchiati, non rispondevano a chi li chiamava ne ai canti incantati che le fiaccole ancora intonavano. Tutti si stavano dirigendo al pozzo e vi si gettavano, buco nero dell’oblio del mondo, risucchio oscuro di cui nessuno era mai riuscito a vedere il fondo.

Giacomo

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