Prima delle prime luci dell’alba

Lì fuori un vento sibilante spazza la notte. Sono le cinque del mattino e gli infissi tremano. Tremano di paura. Nel mio stanco pensare notturno getto l’orecchio al di fuori, dove l’aria combatte contro la disuniformità della superficie terrestre, contro la struttura segmentata della città. S’infila nei vicoli: i cavedi e gli spazi nascosti, tra casa e casa intonano un lugubre canto, un lamentoso frusciare che gioca e riprende i versi delle piante spettinate dall’aria. Ondeggia non visto nel buio l’abete fuori dalla mia finestra, si piega alla forza che squote la notte. Poi lontano lontano, odo un meccanico rantolo, un cardine che scricchiola disumano, sgradevole. Dopo quel grido disperato nulla rimane e d’un tratto stoc!, il legno dell’infisso batte violentemente contro la pietra della casa, forse ne ferisce l’intonaco, forse scopre una lacrima di calce. Spalanco gli occhi per meglio udire il rinnovato silenzio figlio del contrasto con il momento prima.  Ad ogni folata un’onda di pressione s’insinua dentro casa ed anche le porte lo sanno e prendono vita, oscillano in quel mugghio ruvido che mi spaventa, che non mi lascia sprofondare nel torpore del sonno. Di nuovo le zampe del vento artigliano le case là fuori, sento un cadere di cristalli infranti, quasi una fragilità umana caduta di fronte ad un nemico di impari forza e brutalità. Quasi una poesia morta, cantata per l’ultima volta, e non udita.

Giulio

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