Piccolo trattato sull’inutilità dell’arte

Mi è capitato di parlare di giudizio sull’opera d’arte. Il tutto è partito dall’ambito musicale. Quando puoi dire che un pezzo è un bel pezzo? Con ordine, con ordine. Sono dell’opinione che un brano (e in generale un’opera di genio artistico) possa essere giudicato sotto diversi aspetti, lungo un continuum di oggettività. Può essere giudicato il testo (ossia il contenuto, il significato, il messaggio) e la cornice (la musica, l’arrangiamento, il significante), può essere considerato il rapporto fra i due, fra forma e contenuto. Ancora, può essere importante lo strumento, la tecnica. La forma può essere giudicata da un punto di vista, diciamo, tecnico, matematico, da professionista della musica. Insomma, un giudizio è qualcosa di complesso, ed è giusto sia così. C’è chi dice: un bel testo senza una bella musica non vale niente; e chi, al contrario, dice, l’importante per me è che la musica sia bella, mi danno fastidio quelli che apprezzano un pezzo anche solo per il testo. Personalmente, le due cose non le vedo così inconciliabili, in realtà pendo dalla parte del contenuto: un bel quadro con una brutta cornice, rimane un bel quadro, o no? Allo stesso modo, un brano con un testo che manifesti una certa ricerca del migliore modo di esprimere un messaggio, di veicolare un significato, può innestarsi su una scelta strumentale non altrettanto fine (o forse è la musica che si innesta sul testo?), e risultare nel complesso una bella canzone.

Faccio due esempi. Andate tutti a cercarvi (no, lo faccio io per voi), questa canzone, o quest’altra. Si tratta di due pezzi di musica elettronica, seppure a diversi livelli: sospendete il giudizio personale, e provate ad avere un atteggiamento di apprezzamento ingenuo ed innocente. Nel primo caso (pura musica elettro), ci sono cinque secondi di musica reiterati, su cui si innesta un testo interpretato da una voce, secondo me, azzeccata: ora, il testo non è granché, è totalmente funzionale all’arrangiamento, eppure, il risultato è, direi, convincente, aldilà dei gusti personali. Nel secondo caso (un rock che prende in prestito l’elettronica), il testo occupa poco spazio, essendo la stessa strofa ripetuta per diverse volte, che poi lascia spazio a minuti di strumentazione pura, e se noi volessimo giudicare il complesso, rimarremmo delusi dal rapporto fra la forma e il contenuto, ma musicalmente è un grande pezzo, l’arrangiamento è il pezzo.

Altri esempi ci vengono dal cantautorato, e dato che siamo italiani, pigliamo dei brani italiani, che poi sono quelli che hanno scatenato il discorso che qui riporto. Uno è questo. Si tratta di un esempio di bella armonia fra testo e arrangiamento, anche se non c’è una esplicita funzionalità reciproca: il contenuto tratta delle contraddizioni, un po’ yin e yang, insite nelle cose, e la musica è uno scheletro di semplicità, pochi suoni che rendono un’idea di… ditemelo voi. Qui il testo è il pezzo. Oppure questo, di una band minore, e che alla prima sembra un pezzettino, ma poi, se si sente… Beh, gli strumenti ve li ho dati.

Il punto è che la musica è molto più di quello che si ascolta. Ossia, molto più di quello che tecnicamente si può considerare; il giudizio complesso è qualcosa che si inoltra nei reami del soggettivo, e nessuno può pretendere di avere dei criteri oggettivi di valutazione. Si hanno, al massimo, dei criteri personali di oggettività. Non stiamo a discutere del bello oggettivo kantiano, o della sensazione del sublime. Parliamo di aderire o meno a dei canoni imposti culturalmente, o di rinchiuderci in una precisa categoria di genere musicale, o artistico in generale. La preferenza non coincide con il gusto. E questo va oltre l’opera d’arte, potrebbe anche significare (e lo fa) che, ad esempio, l’azione sessuale non è un’azione identitaria. Ma questo è un altro capitolo della lotta.

D’altra parte, come diceva Oscar (Wilde, per gli amici), all art is quite useless, così anche l’arte dell’oggettività del giudizio.

Così io posso ascoltare Battiato e Madonna, e non sentirmi un incoerente.

Gianmarco

3 pensieri riguardo “Piccolo trattato sull’inutilità dell’arte

  1. Innanzi tutto grazie per quest’analisi dettagliata che ci regali.
    Dunque, ci sono un paio di passaggi che non mi sono chiari:

    1. Non ho capito cosa intendi esattamente per “criteri personali di oggettività”. Non mi è chiaro l’accostamento “oggettivo” e “personale”… che cosa significano per te questi termini?

    2. Non capisco bene l’affermazione “La preferenza non coincide con il gusto”. Intendi dire che, ad esempio, io potrei preferire qualcosa che ritengo esteticamente non “bello”, che posso preferire il brutto al bello? Naturalmente questi giudizi (giudizi, appunto!) estetici devono valere per me, perché se io ritengo bello qualcosa che per gli altri è brutto entriamo in un altro problema (la relatività del giudizio estetico).

    Ecco qui, ti ho esposto i miei dubbi: se hai tempo e voglia mi piacerebbe capirci qualcosa di più 🙂

    1. La preferenza è una scelta motivata occasionale. Il gusto è un sistema di giudizi sull’appropriatezza di qualcosa rispetto a noi, ossia cosa noi riteniamo di potere considerare accostabile a noi, che confermi la nostra identità in ogni momento. Per esempio, io posso avere sviluppato un certo mio gusto nelle cose, ossia un certo mio modo di valutare cosa è coerente con me… E preferire occasionalmente qualcosa che si discosta dal mio gusto. Quello che non c’è è il vincolo fra quella preferenza e il mio gusto. Logico che il gusto si manifest attraverso scelte preferenziali, ma se il gusto è fatto di preferenze, non necessariamente una preferenza è riconducibile al mio gusto personale.
      Per quanto riguarda la personalizzazione dell’oggettività, è un modo per dire che ciascuno ha dei criteri che sono oggettivi per la propria esperienza di valutazione, ossia ognuno si crea un codice di giudizio che gli appartiene, e quindi sono “criteri personali di oggettività”. Il salto da fare è quello di problematizzare l’assunto comune che la parola “oggettivo” si riferisca ad un universale.

  2. L’eterna domanda. Causata secondo me da un vago concetto di arte. Fin qui è arte… oltre artigianato, folklore, dilettantismo.
    Un tempo anche io mi affannavo a trovare un metodo “oggettivo” per stabilire cosa fosse artistico e cosa no. Oggi non ho più le forze per i giochetti intellettuali.
    La verità è che noi occidentali dobbiamo (per DNA culturale) ingabbiare tutto. E’ un riflesso del nostro potere sul mondo.
    Un giapponese (non inquinato dalla critica occidentale) considera una bella poesia alla stessa stregua di una pianta in fiore, o della composizione casuale creata su un laghetto da delle foglie che galleggiano.
    Ma anche ammesso che un gioro trovassimo la definizione perfetta di ciò che è arte e ciò che se ne discosta, avremo per questo fatto un passo in avanti? O avremo semlicemente soddisfatto un bisogno borghese?

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