Infelicità autogiustificata

“Tutte le persone di cui ho solo sentito la voce o di quelle che ho visto di persona hanno una straordinaria abituale capacità: elaborano precise giustificazioni del loro dolore, profondo o leggero, esistenziale o superficiale. In questo modo permangono nell’angoscia. Incapaci di trovare di meglio del male della vita e soffrendolo, rimangono capaci di autogiustificare la propria condizione: giustificatamente infelici, piuttosto che involontariamente felici.”

“Come comportarsi nei confronti di un mondo tutto sbagliato? Come inserirsi in un sistema eterno, immobile, attonito, torto su se stesso e privo di intelligenza. L’idiozia è colpevolizzare quel poco di sensato che c’è nel mondo, quel briciolo di verità scintillante che è tutto nella vita. Un senso, una dignità. Troppo facile vivere bene, troppo facile è amare il prossimo, riconoscergli un valore. Bisogna uccidere e uccidere. A detta di tutti è un male inevitabile: uccidi il tuo pensiero, fallo a brandelli, distruggi il tuo corpo, ma stai in silenzio. Solo a brandelli ti è dato vivere.”

“Uno sguardo di una ragazza, due occhi nel traffico per uno sgomento unico. Mi parlavano del suo senso di estraneità nei confronti di un’istituzione ch’essa amava, nonostante tutto. Mi raccontava del fatto che si sentiva inadeguata rispetto ai tempi, al cronometro inflessibile dei tram, delle metropolitane, dei genitori e degli impegni. Non riusciva a darsi pace del fatto di essersi “persa nel frattempo”, di aver “perso del tempo”. Mi chiedo se si possa perdere ciò che non si può possedere. Il giudizio del mondo, mi diceva, la condannava nell’errore. Il passato non si può cancellare e lei aveva “perso due anni”. Ormai neanche Dio ci poteva far nulla e lei sarebbe stata dietro quelli che l’avevano sorpassata. Una ragazza di vent’anni o poco più che aveva “perso due anni”. -E quanti minuti?- Le chiedo io… -Più che abbastanza-. Mi dice lei. Il tempo a nostra disposizione è limitato, non dalla morte, ma dalla nostra infelicità. Non vale la pena di tutto questo, se la vita si riduce al vuoto di un numero qualunque.”

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di

Giangiuseppe Pili

4 pensieri riguardo “Infelicità autogiustificata

  1. E’ interessante, forse più del giustificatamente infelici l’involontariamente infelici. Non posso che riflettere che è proprio così, lo stato naturale, che sarebbe la felicità, sembra non piacere proprio e ci si inventa di tutto pur di sfuggire al sole. Pazzesco.

    1. Non so se la felicità coincida con lo stato “naturale” dell’uomo. Sono sempre un po’ scettica rispetto all’uso dell’aggettivo “naturale”, mi sembra pericoloso perché spesso introdotto per legittimare posizioni sulla base della loro (presunta) corrispondenza alla “natura umana”. Ma che ne sappiamo noi della “natura umana”? Dove comincia la natura e finisce la cultura?

      Detto ciò, a prescindere dal fatto che la felicità corrisponda alla nostra condizione naturale o no, è certamente uno stato che dovremmo e potremmo sperimentare più spesso, in effetti 🙂

  2. La felicità è dentro di noi; non potremo mai trovarla fuori….eppure è questo che ci insegnano continuamente, con un martellamento sociale costante che ci suggerisce che per essere davvero felici dobbiamo essere così e colà, dobbiamo avere questo e quello…. poi è ovvio che i più fragili si confondono scambiando l’idea altrui di felicità per la propria.

    1. Anch’io non mi stupisco dell’infelicità diffusa (autogiustificata, autoimposta, involontaria che sia), dato il tipo di società in cui viviamo. Siamo continuamente sottoposti a pressioni, stress, rincorse perché il principale messaggio veicolato è: “Non c’è posto per tutti, devi sgomitare e lottare contro gli altri se vuoi conquistarti il tuo”. E questo discorso vale in tutti campi: sul lavoro, negli affetti, nelle amicizie. Se leghiamo la felicità ai riconoscimenti esteriori (un complimento, un’attenzione ricevuta, un aumento di stipendio…) non ne usciremo mai.

      Allo stesso tempo, però, secondo me è importante dare dignità a ogni dolore, a ogni sofferenza. Non sempre e non con tutte le persone funziona la “strategia d’urto” del dire: “Sveglia! Sei tu stesso che ti rendi infelice!” o “Ma non puoi star male per una cavolata simile!”. Se qualcuno sta male per qualcosa che ci sembra una cavolata, significa (è ovvio) che per lui/lei non è una cavolata. E, a volte, sottolineare il fatto che l’altro soffre per un dolore (secondo noi) “non degno” ha come unico effetto quello di far sentire in colpa l’altra persona. Inoltre, anche una volta che si è consapevoli della propria responsabilità nel rendersi infelici, non è immediato né scontato riuscire a fare “il salto” e cambiare atteggiamento (purtroppo! :-P).

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