Profumi nuovi

Il mercato del giovedì mattina, cammino tra le bancarelle mentre nell’aria colgo un suono di altri momenti, rumori che mi riportano ad altri luoghi. Mi volto: un commerciante arabo gesticola animatamente, sposta e ricolloca alcuni vestiti. Dal lato clienti due donne grassocce con il capo coperto ridacchiano e si confrontano, valutando la merce. Profumo di…Marrakech. La loro conversazione, i loro modi ed i loro gesti sono perfettamente marocchini, eppure alzo gli occhi e lì in alto se ne sta, il campanile del Duomo. Profumo di una città che cambia, sotto gli occhi di tutti.

Ora di pranzo, mi dirigo alla fermata del bus in piazza Fiera e nella luce del sole verso di me cammina una famiglia. Un uomo panciuto in abiti semplici ed una barba lunga e curata, una donna con il velo che spinge un passeggino, di fianco un altro bimbo che saltella ovunque. Li ascolto…anche loro, squisitamente arabi nelle parole e nei gesti. Poi alzo gli occhi, stanno attraversando l’arcata di pietra a sinistra del Torrione. Profumo di una città che cambia.

Pomeriggio, taglio diritto per piazza Italia ed affianco due signore velate che sghignazzano tra loro, camminano placide, mentre una delle due spinge un ragazzo disabile sulla sedia a rotelle. Lui ha uno sguardo perso e quel tipico copricapo musulmano. Parlano arabo. E’ una passeggiata nel centro cittadino della loro città, una passeggiata nel centro di Trento. Profumo di una città che cambia.

Giulio

6 pensieri su “Profumi nuovi

  1. “E’ una passeggiata nel centro cittadino della loro città, una passeggiata nel centro di Trento.”
    Due domande aperte:
    1. dopo quanto tempo e a quali condizioni una città diventa “nostra”?
    2. In quali circostanze si verifica il processo inverso, in cui una città che era “nostra” cessa di esserlo?

  2. Due domande…a cui non ti so rispondere! Io credo che l’inclusione o l’esclusione dipenda dalla società soprattutto, i luoghi si adattano di conseguenza.

    Però si ritorna al punto di partenza…non saprei dirti se è la funzione dell’individuo all’interno della società a renderlo parte della stessa. Non mi piace questa definizione, anche se è la prima che mi viene in mente. Non mi piace perché si rifà al concetto di “utilità”, manco fossimo le pedine di una scacchiera. Chi ha idee?

  3. La città è la città. Noi siamo noi. Noi nella città, siamo noi nella città.
    Loro nella città, sono loro nella città. Di chi è la città? Di nessuno o di tutti a seconda di come si sceglie di vedere le cose. E’ bello, a mio parere, che i profumi si fondino e si mescolino insieme fino a crearne uno nuovo. I profumi sono vari e tanti e costituiscono l’ Anima della città. Un pò come quello che Sentiamo è l’ Anima del nostro veicolo fisico.
    La presenza arrichisce un luogo sia che si tratti di una città, sia che si tratti di un corpo. Viva i profumi.. viva l’anima.. e viva il Giulietto!

    Raji

  4. Quando sento una città “mia” ho l’impressione di appartenerle in qualche modo, mi sembra che quello sia il posto in cui voglio vivere, fare progetti, costruire. Questo accade se in quella città posso coltivare la maggior parte delle relazioni per me significative. La “mia” città è la città in cui vive la maggior parte dei miei amici.
    Questa è la prima cosa che mi viene in mente.
    Però posso sentire “mia” una città anche se non ho amici in quel luogo, se lì svolgo attività per me dotate di senso che non potrei svolgere altrove.
    Questa è la seconda seconda cosa che mi viene in mente.
    Detto (scritto) ciò: hai ragione, Raji! 😛

  5. Condivido anche il tuo sentire cara arikita. Trento la sento come la “mia” città, sin da quando ero piccino. La indosso che è una meraviglia: montagne ferme e stabili che mi fanno sentire protetto, laghi che mi trasmettono calma, volti ed anime sparse per le vie della città che incontro volentieri, di cui apprezzo le singolari sfumature. Trento è come una Culla per me, un tenero riparo al cui interno c’è il nutrimento per il mio spirito. Tant’è che non sento una particolare esigenza a viaggiare, nonostante sia cosa gradita quando decido di approdare in terre sconosciute. Sto bene qui.. e perciò sto bene anche di là.

    Raji

  6. Ho pensato un po’ a quando una città che sento “mia” cessa di esserlo. Credo che questo accada quando la città muta in una direzione distante da me, senza che io abbia potuto prendere parte al processo di trasformazione. Ad esempio, se a Torino l’amministrazione decidesse di chiudere i circoli ARCI, i centri sociali, i bar che frequento, se i prezzi degli affitti aumentassero sensibilmente, così come il costo della vita in generale… allora probabilmente non riuscirei più a percepire Torino come la “mia” città. E sono certa che molti dei miei amici si trasferirebbero 😉

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