Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (3 di 7)

Come ogni mattina il dottor Bazzoli, nel giorno che precedette quello della sua follia apparente, si vestì di tutto punto, camicia e giacca scura, per dirigersi al lavoro. Insegnava la materia più delicata ed al contempo difficile del mondo, quella capace di prendere un sedicenne e farlo sprofondare in un depresso disagio esistenziale ed al contempo annoiare tutti i suoi compagni di banco lì attorno: la filosofia. Era un insegnante rigoroso, amava definirsi hegeliano e, a detta di qualcuno dei suoi alunni più maldicenti, amava considerare il suo mai appagato bisogno di smembrare ogni problema, razionalizzarlo ed incasellarlo, un naturale effetto della triplice ripartizione in tesi antitesi e sintesi così come fu definita dal grande filosofo. In effetti il suo metodo era ossessivamente minuzioso: per scelta aveva eliminato le valutazioni classiche eccessivamente grossolane, con la numerazione da zero a dieci, dall’inferno all’eccellenza, per sostituirle con un complesso sistema di segni positivi e negativi che ad ogni impressione, durante le interrogazioni, annotava su un suo certo quadernetto. Quindi, contando il numero di più e meno presenti vicino ad ogni nome, mediante qualche algoritmo ancora sconosciuto alla matematica moderna calcolava alla fine del quadrimestre le votazioni degli studenti, piegando all’ultimo la testa ai convenzionali numeri. Amava ritenersi acuto, acuto al punto da escogitare tutta una serie di trabocchetti per mettere nel sacco gli studenti impreparati durante le interrogazioni, domande subdole e poste in un linguaggio accademico dei tempi in cui aveva studiato, a cui gli interrogati balbettavano qualche magra risposta senza senso. Durante le spiegazioni, soppesava ogni parola con razionale inquadramento all’interno della frase, con attenzione alla sintassi, prendendosi delle pause silenziose e meditabonde tra una parola e l’altra, come una infinita serie di puntini di sospensione, mai stanchi di uscire in fila indiana dalla sua pensierosa testa fumante di filosofo a scuola. Ogni tanto, con una certa ironia che gustava da solo in una classe di ragazzi sonnacchiosi, nel bel mezzo di una spiegazione su Parmenide esclamava, Le finestre sono aperte, possiamo dirlo!, per poi dire una parolaccia qualsiasi, che nella sua mente contorta ma precisa vedeva passare tra le file di banchi di compensato, aleggiare ed indugiare un poco nell’aria per poi uscire libera rapita dal vento primaverile. Il dottor Bazzoli insomma era un uomo particolare, ma la sua particolarità, oltre ad essere un po’ noiosa per quegli studenti sfaccendati, non era poi di danno a nessuno, se non forse a quei pochi alunni che, se avessero avuto un oratore meno preciso e più vispo, avrebbero amato la filosofia come si ama una donna fascinosa e piena di mistero.

…to be continued.

Giulio

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