Le relazioni silenziose, persone in strada

Prendo spunto per questo articolo dalle mie interazioni con gli esseri umani che non conosco. Gli esseri umani che incontro sulla mia strada, che mi sfiorano mentre passo, che incrocio, con cui sto seduto sui mezzi pubblici. Gli esseri umani con cui, per una frazione di secondo solamente, mi relaziono. O almeno cerco di relazionarmi. O più che altro, mi relaziono all’incontrario. Sapete perché all’incontrario? Mi sono accorto che spessissimo quando una persona che stiamo incrociando capisce di essere osservata non solo non ricambia lo sguardo, ma semplicemente gira un po’ la testa altrove, spesso verso l’alto. In questa specie di attenzione verso i fregi del nostro centro storico, verso ai particolari delle case antiche che le persone manifestano, vive un incredibile segreto. Per un solo istante, una minuscola frazione di secondo, nasce e muore un rapporto con uno sconosciuto, un rapporto che, anche se non verbale, anche se brevissimo, può darci moltissimo. Quanto ho imparato sugli esseri umani camminando per strada!

A volte ci si sorride. Capita circa così, soprattutto tra sessi differenti, ma non solo; sicuramente tra giovani, ma non solo. Ci si vede da lontano, si capisce velocemente che ci si incrocerà in un dato punto della strada e circa cinque secondi prima di arrivare a quel punto (l’avete mai fatto?) si inizia a guardare di lato, dal lato opposto, un po’ in alto o per terra verso il selciato. Non che il marciapiede in quel punto sia interessante, ma bisogna evitare lo sguardo altrui. Cinque secondi è un buon tempo. Se si iniziasse a guardare prima non sembrerebbe casuale, sembrerebbe un forzato non guardare chi arriva. Deve sembrare esistere un particolare che, guarda caso, ci attira proprio lontano dalla connessione con l’altro. Non ci si guarda quindi, però succede che ci si sorrida. Si sorride soprattutto tra giovani, soprattutto per imbarazzo nei confronti della scenetta fasulla che va in scena tra due attori sconosciuti. E’ una situazione quasi comica, ma quel sorriso, che osservo poiché tendo a cercare lo sguardo degli altri esseri umani, nasconde tutta quella relazione silenziosa. Una relazione che esiste.

A volte ci si guarda fieri negli occhi. Capita così soprattutto tra maschi, ma non solo; sicuramente tra giovani, ma non solo. Ci si vede da lontano, ma si continua a guardare diritti, fieri, l’uno negli occhi degll’altro. Quando uno dei due capisce cosa sta accadendo, quando capisce che l’altro ha capito, generalmente gira i bulbi oculari verso un particolare ininfluente. Mi è successo oggi. Passavo davanti alla Banca d’Italia e fuori c’è il carabiniere con la mitragliatrice. Ho guardato la mitragliatrice, poi lui, lui mi guardava, ancora lui, ancora lì un attimo e poi…via di nuovo sulla mitragliatrice. Fuori tempo massimo, se viene superato un limite di tempo quello sguardo reciproco diventa un contato incomprensibile e per tutti privo di senso. Una relazione silenziosa che, tuttavia, esiste.

Altre volte le persone camminano a testa bassa, proiettate verso l’avanti, come corazzate da sfondamento, come tori pronti a caricare chiunque si metta sulla loro strada. Più le persone sono antiche, vetuste, logorate dalla vita, più camminano chiuse, guardando in basso, scure in volto o corrucciate. Capita così soprattutto nei vecchi, ma non solo. Queste persone sono disconnesse. Camminano ma sono completamente in un loro mondo, perse nei loro pensieri e nelle loro emozioni, completamente deficienti in termini relazionali. Un uomo od una donna che guardano in basso mentre camminano sono per me descrivibili con la metafora del fiore appassito, il cui stelo si è ripiegato e la corolla inevitabilmente è piombata a guardare faccia a terra. Questo è un segno involutivo, tanto che le scimmie, da cui siamo partiti, presentano questa stessa ritorsione della colonna vertebrale e del capo.

Anche i giovani sembrano così o meglio vogliono sembrare così. Il che è stupido. I giovani spesso fingono disinteresse per le persone che stanno loro accanto, fingono di non esserci, di pensare ad altro ed invece si relazionano continuamente. Anche la musica serve a questo. Serve a barricarsi dentro un proprio mondo, una personale atmosfera e da quella “sbirciare fuori” senza essere visti. E’ una difesa che però da fuori, almeno in me, è vista con timore. E’ lo stesso per gli occhiali da sole. Questi occhiali principalmente escludono gli altri dal proprio mondo interiore perché sbarrano la principale porta verso l’interno. Sapere che gli altri non sono in grado di distinguere chi sto guardando e come, fa di me un uomo forte, ma solo in apparenza. Ho scritto timore perché non mostrare i propri occhi e turare i propri orecchi simula distacco e disinteresse ed anche se questo è solo un modo per proteggersi, questo stesso modo modifica l’assetto mentale.

I vorrei chiedere ai più arditi di voi, ai più impavidi e coraggiosi, un tentativo. Provate a fare questo per una giornata solamente. Mentre camminate, provate a fissare gli altri esseri umani che incontrate diritti negli occhi. E guardate che effetto vi fa. E guardate cosa accade. Anche negli altri, ma soprattutto in voi stessi! Questo significa mettersi in gioco, entrare in relazione con degli sconosciuti e ricavarne però un approfondimento nella comprensione del mondo. Soprattutto aiuterete me e voi stessi a non andare verso un mondo in cui ci camminiamo l’uno di fianco all’altro, senza mai entrare in contatto. Penso ci sia grande bisogno di sentirsi e di sentire gli altri.

Giulio

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11 pensieri su “Le relazioni silenziose, persone in strada

  1. Ma che bel post Julius, è stato bello leggerti. Anch’io noto quanto tu dici, solo che delle volte distolgo lo sguardo per non generare imbarazzo all’altro che non è “pronto” per interagire. E’ come se ci volesse una scusa, un movente, un motivo razionale per dedicare spazio-tempo ad un altro. Con qualcuno è sufficiente “rompere il ghiaccio” come chiedendo l’ora o un’ informazione su una via, con altri è necessario che ci sia un “contesto”, un’opera teatrale affine alla forma mentis dell’individuo, e così ecco che due ragazzi si parlano perchè entrambi affascinati dalla macchinetta elettrica che passa per le vie del centro. Alchè ci si guarda negli occhi, ci si sorride e si fa qualche commento, magari con la voglia di interagire sempre di più, più intensamente… ma si ha Paura. Paura di essere giudicati. Paura di uscir fuori da un “normale realzionarsi” perchè non c’è un “valido perchè” a sostegno di ciò,è come se la Consuetudine prevalga su quanto Sentiamo ed allora si da spazio a ciò che “sicuramente” non ci faccia sentire “diversi”, cioè l’Atteggiamento … In essenza è l’atteggiamento che muove gran parte delle persone, non un Sentire, non un Fluido che Include quanto Ora si muove nelle sue vicinanze. Ci si sente spaesati di fronte ad un comportamento anomalo in questo senso. “Chi sei tu per guardarmi negli occhi? Ti conosco? Ci siamo mai parlati prima? Sei forse mia madre???”. Oppure:”Chissà cosa penserà quella se la continuo a guardare, che sono un maniaco quanto meno”. Non c’è una cultura all’entrare in vero contatto con l’altro se non c’è “prima” un’interfaccia che lo consenta.. un insieme di cose per cui è “normale” rivolgere la parola all’altro. E questo accade anche all’interno delle famiglie o delle coppie.. figurarsi per strada. E’ il nostro grado di libertà interiore a determinare quanto possiamo “permetterci” di uscire fuori dal “normale atteggiamento in una data situazione”. Il famoso uscir fuori dagli schemi… Non siamo robot!!! Siamo fatti di carne, di sangue, di respiro, di sogni, di desideri, di fluidii… Siamo vivi e pulsanti di vita…. vale davvero la pena fare l’esperimento che tu consigli Giulio!

    Raji

  2. Davvero, è molto difficile il rapporto con gli sconosciuti.
    Si nota moltissimo in metropolitana, li se ti siedi hai persone sedute davanti e a fianco a te, qualcuno è in piedi, a ogni fermata qualcuno sale e qualcuno scende.
    Io proprio non riesco a non fissare le persone. Un po’ perchè in metropolitana non c’è altro da fare, un po’ perchè spesso ci sono personaggi stranissimi e proprio non ce la faccio a non guardarli! Però tutti sempre attenti a non incrociare gli sguardi altrui… mi sembra uno spionaggio a volte!
    E poi è stranissimo quando salgono quelli che suonano qualcosa e poi chiedono un offerta, è troppo strano come nessuno li guardi, tutti girati dall’altra parte
    esattamente come se nn ci fosse un pazzo con la fisarmonica e i pantaloni strappati che fa un casino pazzesco a un metro da loro!!!
    Io compresa ovviamente.
    Se uno legge un libro sbircio per capire il titolo come fossi una ladra, mentre probabilmente basterebbe solo che glielo chiedessi, cominciando così magari una conversazione.
    La prossima volta magari lo farò!

    • Ah quella dei musicisti in metropolitana è davvero interessante. E’ una cosa che ho notato anch’io, come proprio le persone si voltino dall’altra parte come a dire “se non ti sto guardando, non ti sto nemmeno ascoltando e quindi non venirmi a chiedere il denaro”. Come se per guardare bisognasse pagare, mentre sull’udito si è meno legati! Questo vale anche per i mendicanti in strada. Ce ne sono vari modelli, dalla zingara al nigeriano supplicante (che ultimamente va di moda), ma le persone sempre e comunque li schivano camminando lontani e…guardando dalla parte opposta.

      Dato che con gli africani ho abbastanza confidenza (capisco il loro modo di interagire) spesso mi fermo con loro a fare quattro chiacchiere, ma soprattutto a toccarli. DI questo sono molto colpiti e glielo leggo in faccia, perché mentre il toccarsi in Africa è molto comune da noi è quasi un tabù (- soprattutto se è un negro! – si dice così?). E’ davvero un momento fiko, non gli do nessun soldo, eppure alla fine ci sorridiamo e ci ringraziamo a vicenda per le chiacchiere.

      E poi mentre vado mi volto indietro, e vedo la gente che di nuovo fugge via, scansa e non guarda e mi chiedo: di cosa hanno paura? Forse di mettersi in gioco. Forse di sé stessi.

  3. Sui musicisti di strada c’è un aneddoto interessante: qualche anno fa un famoso violinista ha deciso di andare “in incognito” in una metropolitana di Washington a suonare alcuni pezzi del suo repertorio; pochissime persone si sono fermate ad ascoltarlo, mentre la maggior parte ha tirato dritto ignorandolo. Alla fine della sessione musicale il guadagno racimolato ammontava a 32 dollari.

  4. Qui a Cuba succede il contrario!
    Qui la gente si guarda continuamente fissa negli occhi…e si guardano soprattutto gli stranieri, soprattutto quelli che, come me, sono “fuori contesto”, cioè, non nelle località prettamente turistiche, ma nelle bodegas, o in autobus…mi guardano con curiosità e anche un po’ di rabbia, come se non capissero che ci faccio lì, come se stessi cercando di impadronirmi dell’ultimo povero pezzetino di Cuba rimasto di proprietà dei cubani.
    Io l’ho vissuta piuttosto male all’inizio…mi sono sentita aggredita…non è carino avere 100 occhi puntati addosso continuamente…erano soprattutto i bambini quelli che mi mettevano in imbarazzo…in loro c’era solamente la componente della “meraviglia”…è come incontrare ET in autobus!
    Poi…ho cominciato anche io a guardarli fissi, dritti negli occhi…spesso, dopo aver sostenuto lo sguardo per un po’, sorrido…e di solito, i bimbi ricambiano il sorriso, mentre gli adulti si spaventano! È pazzesco! Sussultano e poi girano lo sguardo un po’ confusi e non mi guardano più! Non capisco se hanno appunto paura del contatto con questa strana creatura che è lo straniero, o se non si rendono conto del fatto che ci stavamo guardando!
    Cmq…è una relazione di forza…io ci vedo qualcosa di animalesco…quello che per primo abbassa lo sguardo è l’esemplare più debole! Il mio cane fa la stessa cosa con gli altri cani del quartiere! Per questo ho deciso che non abbasserò mai più lo sguardo di fronte a nessuno…non è per affermare la mia forza…che per altro, neppure credo di avere, è solo perchè è stupido non rispondere allo sguardo di qualcuno, qualsiasi ragione ci sia dietro!

    • Sai Mina, questo appunto finale sulla “relazione di forza” mi fa riflettere su una sfumatura che forse non volevo cogliere…c’è anche questo, mi sa. O almeno, se ripenso al passato, quando ero più piccolo lo facevo anche per provare a me stesso che ero in grado di sostenere un altro sguardo…preferisco ora vederla come una ricerca di contatto!

  5. Ciao a tutti gli autori. Posso lasciare il mio commento? 🙂 Sono capitato qui per caso cercando il tag “rivoluzione”…Molto bello e interessante questo articolo e anche i vostri commenti. A me l’argomento fa venire diversi spunti di riflessione. Ad esempio, mi domando se questo comportamento da voi descritto sia tipico delle società moderne e cosìdette più evolute oppure esisteva anche in quelle società come le tribù, dove nella società era predominante il concetto di comunità. Cosa intendo: intendo dire che effettivamente oggi viviamo in una società così grande, distribuita e disomogenea che forse è normale relazionarsi in questo modo, dato che effettivamente non abbiamo nulla da condividere con le persone che incontriamo, se non il fatto che siamo tutti umani. Non so effettivamente come poteva essere all’interno della comunità “tribù”, ma sorge spontanea la domanda: come si relazionavano le persone tra tribù diverse? Rimaneva lo stesso concetto di comunità, oppure c’era estraneità come ai giorni nostri?
    Ciao a tutti

    • Per le esperienze all’estero che ho avuto posso dirti che secondo me già in società altre da quella occidentale le cose sono molto diverse, forse non ci si guarda negli occhi, ma di sicuro ci si saluta e ci si rivolge la parola con facilità molto maggiore.

      Non credo però che “effettivamente non abbiamo nulla da condividere con le persone che incontriamo”…anzi, probabilmente avremmo molto da condividere ed è proprio questa illusione di distanza da tutto e da tutti che alla fine ci fa diventare…soli. Ma siamo esseri sociali, stare soli per noi è molto difficile.

      Benvenuto sul nostro blog!
      Giulio

  6. Riflessioni interessanti…
    Io sorrido sempre ai bambini, li guardo, li saluto con la mano quando si allontanano. In genere ricambiano e il loro sorriso contagia anche gli adulti che li accompagnano. A volte chiedo loro come si chiama il bimbo (se è troppo piccolo per parlare) e quelli sono tutti contenti.
    In generale, mi è sempre piaciuto guardare le persone, mi piace immaginare la loro vita, dalle rughe del volto fantasticare sulle emozioni della persona, dal modo di vestire e di camminare il lavoro, lo stile di vita, l’orientamento politico. Quand’ero piccola mi veniva rimproverato di “fissare” le persone, come se fosse un difetto. Forse lo è, perché metto in imbarazzo gli altri, ma di per sé il mio sguardo è mosso da semplice interesse, curiosità, voglia di conoscere. Non credo sia giudicante.
    Rispetto ai mendicanti, in effetti è proprio vero che li si evita. Anch’io abbasso lo sguardo quando li incontro, perché mi vergogno. Mi vergogno di avere appena fatto colazione in una casa, mentre loro hanno dormito in stazione. È il senso di colpa del sopravvissuto, che non si dà pace perché non ha nessun merito per essere in salvo. “Potrei essere al loro posto” – penso – “e non è detto che non ci sarò, prima o poi.” Ma questo pensiero fa paura, quindi lo rigetto, fuggo. Naturalmente non ne vado fiera… 😛

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