Credo in un solo io

Io credo nei ruoli.

Il concetto di ruolo è sempre stato associato a quello di aspettativa, ossia il ruolo è l’insieme delle aspettative che gli altri hanno su quello che noi faremo una volta che avremo assunto il ruolo. Questo implica che ci siano dei ruoli predefiniti pronti per essere usati: il capo, la vittima, la segretaria, il tirocinante, lo studente-fuori-sede e via dicendo. Sì, questi ruoli esistono, ma sono sedimenti di un’interazione, e come tali, sono modificabili, destrutturabili.

Io credo nei ruoli aperti.

Un ruolo è aperto quando le aspettative che lo creano sono disattendibili. Il rafforzamento delle aspettative è qualcosa che ha a che vedere con l’interazione puntuale fra due ruoli, l’interazione istantanea o di breve periodo. La variabile tempo è sempre quella che la fa un po’ da randagio nelle spiegazioni di concetti sociologici, a volte la si trova a volte non la si considera, o la si considera solo quando serve a uscire da un vicolo cieco. Questo perché siamo abituati a pensare che la sedimentazione sia un prodotto, e non un processo. Questo per dire che i ruoli si possono abbandonare, o modificare, solo dopo un’interazione di medio o lungo periodo, non in un istante.

Io credo nei ruoli come processo.

Ciascuno si crea il ruolo e soprattutto si crea il modo di attendere alle aspettative che ha sul proprio comportamento di ruolo. Tutti i giorni ciascuno di noi pone in atto una personale politica della vita, che altro non è che gestire, secondo il proprio schema di interpretazione della realtà, il rapporto con ciò che è Altro. Ciascuno di noi è un Me, ossia l’immagine che io ho di me stesso intersecata con l’immagine che io so che gli altri hanno di me, e questo ha inevitabilmente a che fare con il ruolo che io decido di interpretare nel palcoscenico della vita. Nel comizio della vita. Nella campagna elettorale della vita.

Perché chiunque, in fondo, desidera essere scelto.

[Credits: Herbert Mead, Irving Goffman]

Gianmarco

3 pensieri riguardo “Credo in un solo io

  1. “Perché chiunque, in fondo, desidera essere scelto.”

    Non sono totalmente d’accordo con questa affermazione (per come l’ho capita! :-P).
    Credo che tutti abbiano il desiderio di percepire un senso di appartenenza nei confronti del luogo in cui vivono e lavorano e delle persone con cui condividono il loro spazo fisico ed emotivo. Ma questo non significa soltanto essere scelti. Per me significa anzitutto sentirsi al posto giusto nel momento giusto, avere l’impressione di star vivendo una vita che ci corrisponde, che rappresenta la parte di noi che sentiamo di voler rappresentare.
    Perché dovremmo desiderare di essere scelti invece di desiderare di scegliere?

  2. La scelta senza corrispondenza, senza feedback, è una scelta solipsistica. Certo, ciascuno desidera essere scelto, perciò sceglie quotidianamente il modo in cui questo possa accadere. Tu scegli, ad esempio, dove vivere, ma desideri che il luogo corrisponda il tuo desiderio, o no? In un certo senso tu decidi di vivere in un luogo e fai in modo che il luogo ti scelga come appartenente a sé.
    Comunque una frase su tutto il discorso, per me è un successone.
    ¡Hasta luego!

    1. eheh in effetti hai ragione, ho estrapolato solo una frase, ti chiedo scusa! Quella che ho citato è l’idea che mi ha lasciato più perplessa… il resto del ragionamento lo condivido, soprattutto il legame aspettative-ruoli che metti in luce e la riflessione sulla dimensione processuale.

      Tornando alla frase che cito: concordo con la tua risposta, la scelta dev’essere reciproca. In effetti il problema che spesso si pone è il seguente: devo cambiare luogo, lavoro, partner perché questo non mi sta scegliendo? Oppure cercare di modificare alcune parti di me (problematico capire fino a che punto questo non diventi uno snaturarsi) per aumentare le probabilità che questo luogo, questa persona, questo lavoro mi scelga? Cambiare ruolo, insomma ma… ci riusciamo? Lo vogliamo davvero?
      Booooh!!
      Buon tutto! 🙂

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