Dettagli della vita di Giuseppe Giustini (pt2)

Giuseppe guardava fuori dalla finestra pensieroso.

Davanti ai suoi occhi stava sdraiato il mare. Era calmo, con un suono cadenzato, tranquillo. Gli sembrava risucchiasse tutti i suoi pensieri. L’acqua aveva un colore blu intenso quella mattina che pero’ era, contrariamente a quanto accadeva di solito, piu’ chiaro del cielo, dando l’impressione che il mondo si fosse rovesciato, tutto sottosopra, come una clessidra. Nuvole dense di pioggia, scure come la notte ricoprivano l’orizzonte. L’aria era umida, carica del profumo della terra e del mare. Ad ogni respiro sentiva il mondo divenire parte del suo corpo. Stava pensando che aveva voglia di correre, si sentiva energico, elettrico. Poi un fulmine taglio’ il cielo a est e lo segui’ un forte boato. Poi, due secondi di assoluto silenzio. Ed ecco che riprendeva il suono, lontano, delle onde.

Giuseppe era totalmente assorbito da cio’ che percepiva.

I suoni presero a dischiudersi un poco, come un fiore che lentamente sboccia e mostra cio’ che contiene e nasconde, il suo pistillo, cosi’ i suoni presero ad aprirsi lentamente lasciando spazio ad altri di emergere, timidi, dal sottofondo. Si accorse dapprima di lontane grida di gabbiani, poi si accorse che tutto era avvolto in un suono setoso, profondo, come un grande mantello che copriva le spalle a tutti gli altri. Era una specie di rombo, un boato continuo, lontano, quasi un eco, come il rumore di una cascata, o il rumore del vento…

Giuseppe si sentiva in pace, si sentiva parte del mondo che lo circondava. Allungo’ la mano, prese la penna che gli era stata donata un paio di anni prima dalla sua ragazza, prese il suo diario, e comincio’ a scrivere, infine, cio’ che non riusciva mai a comunicare alle persone che gli erano piu’ vicine e piu’care. Chi era Giuseppe? Lui sapeva benissimo chi era. Lo aveva sempre saputo. Lo sentiva dentro. Non capiva pero’ come mai le persone non riuscissero a vederlo come si vedeva lui stesso. Era come se ad ognuna mancasse qualche tassello per completare il puzzle per svelarne l’immagine finale. Nessuno si accontentava di vedere il puzzle incompleto, ma si ostinava a completarlo con le proprie supposizioni, ovviamente mai positive. Si ritrovava ad affrontare un problema assai importante, perche’ ogni volta che egli si confidava sinceramente e profondamente con qualcuno, vedeva fronti corrucciarsi, labbra contorcersi, visi storpiarsi da pensieri che evidentemente erano talmente complicati e negativi che cominciava a preoccuparsi egli stesso per quelle reazioni cosi’ esagerate. Quando aveva rivelato che non voleva andare in vacanza, quell’estate, ma voleva starsene da solo in casa, a lavorare dietro alla stesura del suo libro, lo avevano preso per un pazzo. Per lui era una cosa normalissima. Stava benone, gran forma fisica, ottimo morale…Eppure gli continuavano a chiedere in continuazione se non avesse bisogno di un consulente, con cui confidarsi, rivelare i suoi problemi e che lo avrebbe sicuramente aiutato. Lo avevano preso per un pazzo. Ai suoi amici aveva invece rivelato che gli sarebbe piaciuto cambiare lavoro e questi avevano cominciato a chiedergli insistentemente se andava tutto bene con Veronica, la sua attuale ragazza, se avevano avuto qualche problema di recente che, andandosi ad aggiungere al carico pesante gia’ presente nella sua vita, lo avrebbe sicuramente spinto ad una crisi depressiva con conseguente perdita di orientamento e voglia di cambiare professione quale rimedio inconscio alla sua sofferenza.

Ma quale sofferenza? Lui stava benissimo. Il suo problema era anche che gli piaceva tanto scrivere. Perche’ era un problema? Non poteva scrivere di qualcosa che subito la gente gli chiedeva se andava tutto bene. Parlava della nostalgia e gli chiedevano se aveva bisogno di qualcuno che passasse la serata con lui, che probabilmente era stanco o in qualche crisi depressiva. Se parlava della vita o della morte andavano direttamente a casa sua, senza invitarsi, perche’ pensavano che era sul punto di scoppiare e che dovevano, in quanto amici cari, fare assolutamente qualcosa. A lui piaceva tantissimo immedesimarsi invece in qualcos’altro che non fosse se stesso. Gli piaceva viaggiare con la mente e la fantasia, far finta di essere tremendamente e follemente innamorato di qualche strana e complicata donna e scrivere di come si sarebbe sentito. Far finta di essere sul punto di morte e scrivere come si sarebbe sentito. Immaginarsi di essere un airone e scrivere cosa avrebbe provato, come sarebbe stata l’emozione di avere l’aria sotto le sue ali, di sentirla compatta, densa quasi, sostenerlo e scorrere veloce, tutto intorno a lui. Provava infinita curiosita’ a fare questo gioco con ogni cosa e aspetto della vita, indiscriminatamente. Si immaginava di essere una formica schiacciata dal suo stesso piede, si immaginava una morte orribile, in qualche modo strano, si immaginava di essere un pesce, un fiore, un albero, un’altra persona… E via dicendo, unendo il suo spirito, la sua fantasia, immedesimandosi ripetutamente, nell’oceano, nel vento, in un profumo, in una persona, in una situazione, in un’emozione. Questo giochetto gli costava caro. Rendeva le persone intorno a lui completamente confuse, che non sapevano che pesci pigliare, se dovevano preoccuparsi di quello che scriveva, di quello che diceva, se dovevano unire le cose, se dovevano leggere tra le righe che aveva qualche problema… Erano confusi, non sapevano leggere il ragazzo, capire chi fosse e quale che fosse il suo stato d’animo, e questo li preoccupava ancora di piu’.

Mettiamoci ora per un poco nei panni di questa povera gente che era ignara di questo suo quantomeno bizzarro passatempo. Voglio farvi capire come si erano sentiti. Se avessero avuto la certezza che fosse stato un pazzo, avrebbero agito di conseguenza, avrebbero cominciato a fare qualche strategia di recupero, deciso come comportarsi, come rapportarsi con lui. Se avessero saputo che era normale, normale nel senso che loro davano al termine, che era tutto un programma, allora avrebbero saputo allo stesso modo come comportarsi e via dicendo. Ma loro non riuscivano a farsi un’idea. Era questo il loro problema. Mi seguite? Se non riesci a capire dal principio, men che meno dopo tanti anni, che tipo di persona hai di fronte, allora non sai nemmeno come comportarti e la cosa ti agita, non ti va bene, la situazione ti puzza, e’ strana, non e’ normale e quindi senti che bisogna fare qualcosa. Alcuni avevano deciso di evitarlo, perche’ le persone strane non si frequentano di principio proprio perche’ sono strane e strani sono quelli che frequentano persone strane perche’ e’ strano che si frequentino. Altri lo vedevano invece a piccole dosi seppur dentro sentivano che era strano. Altri ancora, quelli che poteva forse chiamare amici, gli stavano vicino ma si agitavano come le bestie e continuavano a non capire un fico secco di come effettivamente si sentiva. Strano. Forse, pensava, avrebbe dovuto pubblicare i suoi libri e i suoi scritti nell’assoluto anonimato, cosi’ nessuno di quella cerchia piu’ ristretta avrebbe avuto piu’ confusione in merito e le cose si sarebbero sistemate. Avrebbe smesso di far partecipi le persone chi gli si avvicinavano di questa parte intima di lui, la sua fantasia, che condivideva apertamente, e forse stoltamente, con tutti. Avrebbero smesso per questo di vederlo confuso, sempre diverso, sempre strano, avrebbero capito che lui stava benone invece, non aveva bosogno di alcun strizzacervelli, perche’ non avrebbero saputo che l’autore era lui. Tuttavia, perche’ c’e’ sempre un tuttavia, il suo stile di scrittura era abbastanza marcato e temeva che se lo avessero scoperto fare una cosa del genere di nascosto allora si’ che gli avrebbero imposto sedute serali da un consulente e questo davvero non lo avrebbe assolutamente sopportato.

to be continued

Giacomo

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