L’illusione del ritorno

Il ritorno non esiste. Torni, ma se pensi di tornare t’illudi. Parti e arrivi. Questo sì. E ti capita – dopo qualche partenza e qualche arrivo – di arrivare nel primo luogo da cui sei partito. Ma non è vero che sei tornato.
Il ritorno è un’illusione del tuo io che si immagina coerente, intatto, immutabile. Ma sai che si sbaglia: la persona che eri non torna, non esiste più. E molte altre le cose perdute: un amico si è trasferito, la cartoleria è diventata un negozio di fiori, l’edicolante è andato in pensione.
Le strade sembrano le stesse, ma se guardi attentamente nulla è come prima. I lavori in corso sul ponte e le lamentele della gente, osserva bene: sono diversi. Naturalmente gli operai stanno ai loro posti ma forse non sono gli stessi, hanno chiuso al traffico la corsia di destra, e aperto quella di sinistra.
Un bambino è nato, e anche una bambina, due donne – le conosci – sono mamme, un’altra è malata, più di prima. La casa in cui abitavi non esiste, sembra uguale ma i profumi sono cambiati, c’è più tristezza o più allegria, il gatto del cortile è più affettuoso, sembra dimagrito.

No, questa non è la città che ricordo.
E io non sono tornata: sono nuova, appena arrivata.

Arianna

8 pensieri riguardo “L’illusione del ritorno

  1. d’altra parte qualcuno cantava “vivere il ritorno come cambiamento, la partenza come senza ritorno”, no?
    Quindi, per la proprietà transitiva, partire non è cambiare, solo il ritorno ci può mettere di fronte al cambiamento. Partire è sospendere il giudizio.
    perché poi quand’è che “partire sia solo partire, o magari scappare”?

    Ben arrivata, quindi.

  2. E’ ironico allo stesso modo che quando si e’ distanti e si chiama a “casa” ci si sente dire “qui come prima, sempre la solita vita, nulla di nuovo”.
    potremmo trovare mille cose nuovo da un giorno all’altro, figurati se stiamo via mesi o anni. Ma se e’ nuovo, dov’ e’ la nostra casa? Abbiamo un nido?

  3. Grazie della segnalazione, non conoscevo questa canzone.
    Già, bella domanda quella riguardante il nido, la casa. Un nido – almeno per me – è importante. Quindi in questo momento di partenze “forzate” a causa della mancanza di possibilità lavorative nella città in cui ho il mio “centro affettivo”, devo cercare di crearmene uno che possa portarmi dietro dovunque io vada, oppure uno nel luogo in cui lavoro. Il problema è che questo luogo non è ancora definitivo.
    Precarietà, insomma…

    1. Sì, me la ricordo questa teoria! Ce l’avevi raccontata in uno dei tuoi primi post su questo blog: molto interessante.
      Mi ero immaginata il terzo luogo come un luogo in cui isolarsi dal mondo, in cui rifugiarsi in solitudine per “ritrovarsi”, mentre da ciò che leggo nel tuo blog si tratta del luogo della relazione con qualcuno che ci aspetta (che ci ama?). In effetti, è vero che a volte troviamo o “ritroviamo” noi stessi, prendiamo le giuste distanze dagli altri luoghi, soltanto quando stiamo in compagnia di chi ci vuol bene 😛

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