Logico

Eri una presenza
sei un’assenza.

Arianna

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

10 pensieri su “Logico

    • Non so, Giulietto. Forse la morte e la vita in quanto mero “cessare di esistere” ed “esistere” sono semplici, logiche e quasi banali.
      Mi pare tuttavia complessa e incomprensibile la vita in quanto “tempo vissuto”, fatto di corpi, emozioni, ideali, senso, critica e giustificazione dell’esistente. Prima ci siamo, poi non ci siamo, mentre altri continuano a esserci. Va bene. Ma che senso ha il modo in cui siamo? Perché viviamo così? Potremmo vivere altrimenti? Come vivere una vita “bella e buona”, tra le molte sofferenze evitabili (se dipendono da noi) e inevitabili (se no)? E’ possibile? Se sì: come?
      Rispetto all’essere e al non essere forse ciò che importa non è tanto “se” o “perché”, bensì “come”. Anche se le tre domande sono connesse, in effetti…

      • Però Ari, se tu fossi una cellula e ti ponessi queste domande, troveresti altrettanto convincente la soluzione “prima ci siamo, poi non ci siamo, mentre altri continuano ad esserci?”. Sarebbe convincente solo dal tuo punto di vista cellulare: conoscendo la complessità del corpo umano, delle sue funzioni e delle sue potenzialità…diresti comunque che tutto si esaurisce nel vivere e nel morire, oppure penseresti anche all’organismo intero, alle sue funzioni, alle possibilità che, quella trasformazione a livello cellulare, produce all’esterno?

        Se non fossimo divisi l’uno dall’altro vivremmo in un’ottica diversa?

  1. Sì, hai ragione, se ci pensiamo come un organismo unico è diverso… anche se il problema principale – per me – resta non tanto quello di capire come e perché una parte dell’organismo muore ma come il resto dell’organismo può continuare a funzionare (se può farlo) senza quella parte, cosa quella perdita significa per il resto dell’organismo…

  2. Volevo ancora aggiungere che sto pensando alla tua osservazione, e in effetti la prospettiva cambia proprio (se ho capito bene ciò che intendevi! :-P).
    Certamente molte sofferenze e morti (quelle che sono conseguenze della nostra azione) potrebbero essere evitate; perché se la sofferenza di un’altra persona (o addirittura di un altro essere vivente) mi riguarda nella misura in cui mi riguarda la sofferenza del mio fegato o del mio cuore allora, certo, farei di tutto per lenirla, mi prenderei cura di quella sofferenza come se fosse mia. E allora tutto cambia.

    • Cosa significa una perdita di una cellula, per te? Quando ti tagli le unghie ed uccidi un pezzo di te stessa, lo allontani e lo getti nel mondo, è quello un atto insensato?

      La perdita di una cellula secondo me non significa di per se, ma risponde comunque ad una legge che pervade la manifestazione a tutti i livelli: la legge cioè della trasformazione.

      Io cerco di allontanare, a livello pratico, il concetto di divisione. Se una zanzara mi punge penso “ecco una parte di me che ne punge un’altra” ed in questo atteggiamento mentale provo qualcosa di diverso a livello emotivo…più serenità.

      Sul secondo intervento concordo in parte 🙂 Un globulo rosso non pensa mai ad aiutare una cellula epidermica morente, semplicemente le fornisce ossigeno fino alla fine della sua vita, ma quando quella conclude il suo percorso non v’è, nella trasformazione, desiderio di trattenere. C’è una relazione, un interscambio tra le parti. Ma questo è tutta la manifestazione e non l’essere umano, che presenta caratteristiche peculiari.

      Comunque sempre più ritengo che la sofferenza sia causata dalla apparente divisione tra le cose e gli esseri. E’ un concetto che non oserei affermare essere un pensiero mio, ci sono fior fior di tradizioni che dicono ciò. Solo…mi avvicino a questo concetto…e sto meglio!

      • Certo, è un pensiero antico… per ora non riesco a coglierlo bene, mi sento distante da questo modo di vedere, sentire, pensare, anche se ne sono affascinata.

        A domani, Giulietto! (wow, che bello poterlo scrivere!!!)

  3. Un monco si sente meno -se stesso- per non avere il braccio?
    L’anima è forse infleunzata dagli abiti che indossa?
    E’ il suo Gioco Prezioso.

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