Primo: socializza

Oggi vorrei esporre qui alcune riflessioni su un tema che mi sta molto a cuore: l’importanza di socializzare la fortuna. Prendetele per quello che sono: considerazioni embrionali, da approfondire e irrobustire. Ma spero che l’idea di fondo passi, perché ritengo sia una questione importante.

Cominciamo dal caso più semplice: la fortuna materiale. Poniamo, ad esempio, che un individuo disponga di un appartamento di sua proprietà. Ora, i casi sono tre: 1. l’ha ereditato 2. ha ereditato la somma necessaria per acquistarlo 3. ha aperto un mutuo. Ciascuno di questi casi è determinato almeno in parte da fortuna, che io definirei in questa sede come l’insieme di fattori che producono una condizione favorevole e che non sono ascrivibili al merito individuale. Anche il caso 3. non può considerarsi determinano esclusivamente dai meriti del soggetto in questione perché per aprire un mutuo bisogna fornire garanzie (ad esempio, la tipologia e durata del contratto di lavoro) condizionate anche da una buona dose di fortuna.

Altro caso: poniamo che un individuo svolga una professione che gli piace, che lo fa sentire “realizzato”, il tutto (esageriamo!) con un contratto dignitoso. Bene, anche questa situazione – a mio parere – non è solo ed esclusivamente merito del soggetto, ma anche di condizioni favorevoli che si sono create e che gli hanno permesso di occupare tale posizione. Questo non significa che la persona citata non abbia meriti, ma semplicemente che non deve solo a questi ultimi la propria condizione.

Ancora un esempio: poniamo il caso di un individuo che vive una relazione sentimentale felice e/o si trova circondato da amici cari a cui vuole e che gli vogliono sinceramente bene. Ora, anche qui non ritengo che sia solo ed esclusivamente merito della persona in questione se il suo bisogno di amore, affetto e riconoscimento sociale si trovano appagati. Il soggetto citato deve (non solo ma) anche alla fortuna le competenze sociali e le caratteristiche che contribuiscono a renderlo amabile, probabilmente prodotte in contesti familiari e sociali favorevoli. Incontrare le “persone giuste” così come acquisire intelligenza sociale ed emotiva è (non solo ma) anche questione di fortuna.

Dunque, ammesso e non concesso tutto questo, ovvero che – a mio parere – nessuno è esente dal dover ringraziare la sorte se gode di una condizione favorevole sotto qualunque punto di vista: che si fa? E proprio qui sta il punto. Data la disuguaglianza di opportunità fortunate che sempre esisterà e ammettendo che si tratta una disuguaglianza a volte evitabile o almeno riducibile, chi dispone di un bene (materiale o immateriale) ha l’obbligo morale di socializzarlo. Nessuno è colpevole se nasce in una famiglia ricca, ma se questa persona non fa niente – nel corso della sua vita – per limitare almeno un poco questa ingiustizia, finisce per rendersi corresponsabile del persistere della disuguaglianza. Naturalmente l’ideale sarebbe che lo Stato contribuisse ad appianare le disuguaglianze in termini materiali e di opportunità (lavorative, formative, affettive) attraverso una tassazione progessiva e l’utilizzo dei proventi delle tasse per servizi alla collettività (come nelle democrazie scandinave, per intenderci). Ma mi sembra necessario anche un percorso di educazione e auto-educazione all’importanza della socializzazione di ciò che la “buona sorte” ci regala, per completare l’azione dello Stato o sostituirla dove essa è carente.

Abituiamoci a pensare che non abbiamo il diritto di appropriarci di tutto ciò che ci appartiene. Se posso prendere 100, non è detto che io ne abbia il diritto. Magari ho diritto di prenderne 80 e il resto lo devo “restituire” al collettivo, in qualche modo, ad esempio finanziando enti o associazioni che limitano gli effetti negativi dell’attuale sistema economico-sociale sempre più “esclusivo” nel senso di “generatore di esclusi”. Oppure si dà il caso che io possa prendere 20 e magari ho diritto di prendere 50. Allora è facendo appello alla giustizia (non alla bontà) che chiederò a chi ha “troppo” di socializzare con me quel bene, che si trova lì concentrato, non equamente distribuito.

Mi sembra necessario cominciare ad educarci ad una visione più ampia rispetto a quella individuale o famigliare, in cui il centro non sia il mio “ego” né tantomeno i miei figli, ma qualcosa di più vasto, capace di comprendere anche i figli di chi ha perso il lavoro e non sa come mantenerli. L’obiettivo della mia vita non può ridursi “solo” nel soddisfare i miei bisogni materiali ed emotivi. Tutto questo va bene. Ma non basta: voglio chiedermi quotidianamente come posso socializzare ciò che ho e come posso contribuire a ridurre almeno un poco le disuguaglianze e i danni che contribuisco a creare o riprodurre prendendo parte all’attuale sistema economico-sociale. Non tutti devono né possono svolgere una professione “di utilità sociale” e quindi dedicare la maggior parte del proprio tempo e risorse al “bene comune”, ma tutti si devono porre il problema di contribuirvi, in qualche modo. Se lavoro in una multinazionale che sfrutta il lavoro minorile perché – poniamo – “non avevo scelta”, come minimo (ed è davvero il minimo!) devo utilizzare parte del mio stipendio e/o del mio tempo libero per limitare i danni che contribuisco a produrre durante le mie ore lavorative.

Insomma, il punto è: ti va bene qualcosa? Ti ritieni “fortunato” sotto qualche aspetto? Potresti partecipare maggiormente al bene della collettività, definito come la migliore condizione possibile per il maggior numero di individui possibile? Molto bene: allora hai la responsabilità di farti venire qualche idea creativa che permetta di allargare al massimo gli effetti positivi della tua condizione e/o di ridurre al minimo quelli negativi. Ho l’impressione che, se continuiamo a vivere “ciascuno per sé”, il nostro stare su questo pianeta si risolverà in una guerra tra avvoltoi (con tutto rispetto per gli avvoltoi).

Arianna

7 pensieri riguardo “Primo: socializza

  1. Molto interessante l’argomento che stai cercando di trattare, ed e’ proprio uno di quelli su cui io stessa ogni tanto mi arrovello, anche se con conlcusioni diverse dalle tue. Premetto che io da qualche anno mi sento molto spesso nella controparte fortunata del rapporto, e concordo pienamente sul fatto che la Fortuna gioca un ruolo importante nella realizzazione degli obiettivi e nella felicita’ dei singoli. Pero’ non credo che quelli che non stiano bene siano semplicemente sfortunati (ps. parlo di persone nate nella parte benestante di questo pianeta). Mi spiego meglio: anch’io sono convinta che socializzare quello che si ha sia fondamentale, non solo in termini materiali ma anche emotivi, aiutando cioe’ le persone a vedere degli aspetti e delle opportunita’ della vita che, proprio perche’ a volte si trovano in certe difficolta’, da sole non riescono a vedere. Certo, non si trattava di cose fuori dal controllo umano come morte, malattie gravi e cose del genere, ma ad esempio lavori che davano poche soddisfazioni, relazioni che facevano solo stare male, indecisioni riguardo al futuro… cose comunque non banali, che possono farti deprimere seriamente. Beh, posso solo dire che ho sempre fallito, niente di tutto quello che ho mai cercato di fare per i miei amici piu’ cari li ha mai aiutati, al massimo forniva loro un sottile e temporaneo conforto. Perche’? Perche’ la decisione finale spettava a loro, e non hanno mai avuto il coraggio di prenderla. Purtroppo a volte bisogna rischiare, e molto, per vedere il sorriso della vita che ci sembra cosi irrangiungibile, o raggiungibile solo ad alcuni… ma non e’ facile, quindi non tutti riescono e, soprattutto, vogliono farlo. A forza di aspettare che qualcosa succedesse senza dover mettere un briciolo di responsabilita’, le situazioni sono pian piano degenerate, sfuggendo completamente al loro controllo. Per certi di loro, mi rendo conto che ora e’ davvero tardi per fare qualcosa, o meglio: cambiare la loro situazione richiede uno sforzo molto molto grande.
    Io sono stata una persona molto negativa in passato e, soprattutto, mi sono sempre sentita sfortunata al confronto con chi mi stava attorno. Poi alla fine dell’adolescenza mi e’ scattato qualcosa, e ho preso una decisione che, per le zone da cui provengo, era molto drastica. Prima di partire mi sono chiesta mille volte perche’ mi ero invischiata in quell’avventura, eppure piano piano ho visto che mi aiutava a lasciarmi tante paure dietro, tra cui quella di essere allergica alla fortuna. Insomma, e’ iniziato un percorso che sta continuando tuttora, perche’ non e’ che sono sempre tutte rose e fiori, ed e’ importante rinfocolare un po’ la propria vita prendendo decisioni e cambiando quello che non ci piace e non ci fa stare bene. Ecco quello che penso io, alla luce delle mie esperienze ovviamente e parlando solo di aspetti non materiali!

    1. Grazie per questa tua riflessione 🙂

      Condivido ciò che scrivi e spesso io per prima mi sono scontrata con l’impossibilità di socializzare gli effetti positivi di quel che mi stava capitando con persone che sembravano non volerli ricevere. Però a volte il semplice fatto di poter contare su qualcuno con cui parlare può essere di grande conforto. Non abbandoniamo chi arranca, ecco il mio “appello”. Naturalmente ognuno è responsabile della propria condizione e può fare qualcosa per migliorarla, per stare meglio, per essere più felice. Questo è innegabile. Però questo non contraddice un’altra verità: noi tutti siamo anche responsabili di come se la passano gli altri e se c’è qualcosa che possiamo fare per migliorare la loro condizione, se possiamo versare un poco di balsamo sulle loro ferite, dobbiamo ingegnarci per farlo. Di conseguenza, dobbiamo anzitutto sforzarci di tenerci vicine le persone a cui mancano quei “beni” di cui noi disponiamo. Andiamole a cercare. E poi teniamocele strette. Pensiamo a modi più efficaci di socializzare, se quelli che abbiamo usato finora non sono serviti, insomma: continuiamo a provarci.
      Ci sono delle sofferenze inevitabili che bisogna accettare, ma ce ne sono altre evitabili, che possiamo e dobbiamo lenire.

      Per esempio: se uno lavora in un’azienda orientata esclusivamente al profitto, che inquina e produce oggetti di dubbia utilità, sta contribuendo – anche se in piccola parte – alla riproduzione dell’attuale sistema economico, generatore di disuguaglianze sociali e inquinamento. Ora, non tutti hanno la fortuna di poter svolgere una professione “eticamente sostenibile” a condizioni economicamente altrettanto sostenibili. Quindi mi sta bene che uno accetti di dedicare tempo e competenze per qualcosa che io personalmente non ritengo di “utilità sociale” (cioè: il profitto dell’azienda in questione). Però chiunque può dare un contributo per compensare i danni che contribuisce a creare. Ci si può dedicare a lenire qualche sofferenza evitabile nel tempo libero, liberato dal lavoro, e/o investire parte dello stipendio finanziando enti o associazioni che a questo si dedicano. Oppure inventiamoci altri modi per fare la nostra parte, l’importante è porsi il problema e farsi venire delle idee.

      Il punto per me è: sforziamoci di ingrandire il cerchio, non poniamoci come unico obiettivo quello di star bene noi, “E gli altri s’arrangino”. Impariamo a coltivare empatia per la condizione altrui e pensiamo a come socializzare le cose belle che possediamo o che ci capitano. Io per prima ho tutto da imparare al riguardo, ma mi sembra importante cominciare…
      Conosco delle persone che mettono insieme gli stipendi e poi li ripartiscono tra loro in modo più equo, integrando pensioni o sussidi troppo bassi per consentire una vita dignitosa. Conosco persone che dicono: “La scorsa estate siamo andati in vacanza, quest’anno la offriamo a qualcuno che non ci va da anni”. E lo fanno senza sentirsi “buoni”, lo fanno come si compensa un’ingiustizia, un torto di cui non siamo colpevoli ma rispetto al quale possiamo “fare qualcosa”.

      Non abbiamo bisogno di arraffare tutto ciò che possiamo per essere felici.
      Come canta Gaber: “Qualcuno era comunista perché poteva essere libero e felice solo se lo erano anche gli altri”. Ecco, sforziamoci.
      Tutto questo senza negare che – come giustamente sottolinei tu – ognuno è padrone del suo destino e nessuno può vivere al posto di qualcun altro.

  2. Si’ certo, concordo, anche se credo che siano diventati due discorsi un po’ diversi a questo punto! E’ vero che avere i mezzi per poter vivere dignitosamente sono molto utili per avere una una vita felice nella nostra societa’, ma non e’ vero il contrario, cioe’ che le persone benestanti hanno una vita che li soddisfa. Dunque sul fatto di aiutare gli altri, di provarci sempre e di uscire dalla logica individualista sono d’accordo con te, come era gia’ emerso con il post di Gianmarco… ma sulla felicita’ individuale sconnessa dai bisogni materiali, resto dell mia idea: a parte casi eccezionali, ognuno e’ responsabile della sua realizzazione personale! La Fortuna te la devi cercare.

    1. Sì, è vero. Io però credo che si possa far qualcosa anche sull’immateriale, farsi venire delle idee per fare in modo che la Fortuna in qualunque modo si esprima rilasci i suoi effetti positivi in un cerchio sempre più allargato.
      Se qualcuno è entrato in un circolo vizioso di negatività, è anzitutto responsabilità sua uscirne, però sono convinta che chi gli sta attorno o chi lo va a cercare perché si sente sufficientemente colmo di positività da poterla diffondere possa far qualcosa. Che cosa esattamente non so, però cominciamo a pensarci, a porci il problema 🙂

      1. Non mi ricordo chi ha scritto che “Un vero amico non è chi conosce tutte le risposte ma chi rimane con te quando non ci sono risposte”. Ecco. Stare, esserci può rappresentare un modo per socializzare la Fortuna nel campo dell’immateriale.

        Un abbraccio!

  3. Bel discorso. riflette ciò che penso in toto. Io quando ebbi questo pensiero lo riconducevo tutto alla nascita.
    Che merito ho se nasco qui piuttosto che in Sudan?
    Immaginarsi davanti ad un tavolino, tutti, prima di venire al mondo, elaborando una strategia per aggirare la sfiga. Una strategia per garantirsi le maggiori probabilità-possibilità di stare bene. Cercando l’unica che a occhi bendati ti garantisca una situazione decente.
    Allora ragionando anche in modo egoistico il discorso conduce alla stessa conclusione.
    Anzi, creo un post, può diventare interessante.

  4. Aggiungo un link in tema: http://www.youtube.com/watch?v=DPFLbjCCP50
    da una lettera di Nicola Sacco al figlio Dante: “Non dimenticarti giammai, Dante, ogniqualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista. Dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri, più deboli di te e non essere mai sordo nei confronti di quelli che domandano soccorso”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...