Donne in saldo

Ne avevo sentito parlare, ma non le avevo mai viste.
E invece stamattina è successo.
È periodo di saldi e, così, un negozio di intimo ha pensato di attirare i clienti esibendo manichini in carne e ossa. Due giovani donne hanno trascorso qualche ora della loro vita in piedi dietro un vetro trasparente, in mutande e reggiseno, in equilibrio su un paio di tacchi a spillo.
Ho provato disagio, per loro e per me. Avrei voluto chiedere: “Perché lo fate? Non vi sembra umiliante?”. Incrociare il loro sguardo è stato imbarazzante, anche per loro, che l’hanno distolto immediatamente, sorprese e forse infastidite dal fatto che io cercassi un contatto. Quando si è avvicinato un giovane uomo, invece, hanno sorriso, lui le ha fotografate e poi ha mosso la testa in segno di approvazione, come a dire: “Complimenti!”. Complimenti: avete un bel seno, un bel culo, belle pance, belle gambe? Complimenti: siete in saldo, disponibili, a portata di mano, posso avervi? Questo voleva dire?
Mi sono vergognata. Ho proseguito oltre e, quando mi sono nuovamente trovata davanti a quella vetrina, ho tenuto gli occhi bassi.

Arianna

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

12 thoughts on “Donne in saldo

  1. Aggiungo una precisazione: la scena a cui ho assistito mi sembra umiliante per tutti, uomini e donne. E’ degradante anche il modello d’uomo sotteso all’esibizione di donne-manichini in vetrina.

  2. ti riporto questa citazione, tratta da un’intervista all’attrice Isabella Ragonese… a mio parere azzecca parecchio la questione.
    «È ora di ripensare a quello che siamo diventate. Tutto deve ripartire dalle ragazze della mia età, siamo figlie del femminismo, possiamo contare sui privilegi che ci hanno assicurato le nostre madri, le donne che hanno combattuto per noi. Ma un conto è riappropriarsi del corpo, della libertà di esporlo, un altro decidere che quell’ autonomia è diventata libertà di vendersi per arrivare. Quello non è un diritto, è tornare indietro […]».

    • Sì, la trovo anch’io molto azzeccata. Il confine tra “riappropriarsi del corpo ed esporlo”, da un lato, e “venderlo”, dall’altro, è sottile.
      Ti propongo un’altra citazione tratta dal libro: “Sii bella e sta’ zitta! Perché l’Italia offende le donne” di Michela Marzano: “L’ossessione per il corpo è il nuovo oppio dei popoli”.
      La libertà di esporre il corpo può confondersi con l’imporre su di esso il giudizio altrui, in cerca di conferme: “Vado bene? Se sì, imitatemi! Rovinatevi la vita con diete crudeli, andate in palestra, insomma, fate in modo che il vostro corpo diventi così. Questo è il modello”. E’ il problema della democratizzazione della bellezza: il messaggio è “se vuoi (=se fai la dieta giusta, vai in palestra ecc.) puoi essere bella. Dunque se non lo sei, è colpa tua”. Ma se concentriamo le nostre energie nello sforzo di assomigliare a quel modello, ovviamente le togliamo ad altro, non vediamo altre contraddizioni, non pensiamo alle oppressioni che subiamo e che potremmo provare a cambiare. Questo naturalmente vale anche per gli uomini.
      “L’ossessione per il corpo è il nuovo oppio dei popoli”.

      • ecco la costernazione di una donna musulmana (una sociologa che io adoro) di fronte al suo tentativo di shopping negli USA:

        “La commessa aggiunse un giudizio condiscendente che suonò per me come la fatwa di un imam:
        – Lei è troppo grossa!
        – Troppo grossa rispetto a cosa?
        – Rispetto alla taglia 42. Le taglie 40 e 42 sono la norma. Le taglie anomale come quella di cui lei ha bisogno si possono comprare in negozi specializzati. All’improvviso in quel tranquillo negozio americano in cui ero entrata così trionfalmente nel mio legittimo status di consumatrice sovrana, pronta a spendere il proprio denaro, mi sentii ferocemente attaccata:
        – E chi decide la norma? Chi lo dice che tutte devono avere la taglia 42?
        – La norma è dappertutto, mia cara, su tutte le riviste, in televisione, nelle pubblicità. Non puoi sfuggire. C’è Calvin Klein, Ralph Laurent, Gianni Versace, Giorgio Armani, Mario Valentino (…) Da che parte del mondo viene lei?
        – Vengo da un paese dove non c’è una taglia per gli abiti delle donne. Io compro la mia stoffa e la sarta o il sarto mi fanno la gonna di seta o di pelle che voglio. Non devo fare altro che prendere le mie misure ogni volta che ci vado. Nè la sarta nè io sappiamo esattamente la misura della gonna nuova. Lo scopriamo insieme mentre la si fa. A nessuno interessa la mia taglia in Marocco fintanto che pago le tasse per tempo. Attualmente non so proprio quale sia la mia taglia, a dire il vero. (…)”

        Fatema Mernissin propone un’idea molto provocatoria: se le donne musulmane hanno il dovere di indossare il velo, le donne occidentali vivono oppresse dall’obbligo di entrare nella taglia 42, imposto dai “profeti della moda” (come lei li chiama). Considerazioni e contestualizzazioni a parte (sottolineo che si riferisce al Marocco, non all’Iran o all’Arabia Saudita) credo che la sua analisi da esterna ci faccia capire molte cose…

    • Che bella citazione, Silvia! Grazie 🙂
      Una gonna su misura, perché non c’è una misura giusta e una sbagliata… ognuno ha la sua. Che meraviglia!

  3. Sì infatti Silvia, e ancora una volta ci accorgiamo che “gli altri” contro i quali a volte puntiamo il dito e che discriminiamo, non sono poi tanto diversi da “noi”, e a volte sono pure meglio!

    Io cmq sono un po’ stufa delle stupidotte che si esibiscono, si vendono, perché dicono di essere femministe e di aver finalmente conquistato la proprietà del proprio corpo.

    So che mi addentro in un discorso pericoloso…ma non ci dovrebbe essere una “morale di genere”? Il comportamento di queste stupide barbie danneggia me, me come donna, offende la mia dignità, e soprattutto crea un modus operandi che poi in qualche modo influenza la mia vita, perché poi la società si aspetta che io rispetti e osservi “la norma” di cui parla la sociologa marocchina che è effettivamente dappertutto.

    Mi spiego ancora meglio: l’altro giorno mi è capitato di vivere quella che per me è stata un’aggressione vera e propria: io stavo camminando per strada, e un tipo mi ha afferrato per un braccio per dirmi quanto sono bella. Lui l’aveva fatto probabilmente un milione di altre volte, prima di afferrare me, e altrettanto probabilmente in nessuna occasione le precedenti ragazze se ne erano lamentate (anzi…piuttosto si sraanno sentite lusingate), e questo l’ho capito dalla sua faccia di estrema sorpresa quando gli ho mollato una sonora borsata e vari ceffoni!

    Non credete che tutte le ragazze precedenti siano responsabili della mia aggressione?

    Ripeto…so che il mio è un discorso pericoloso…però ognuna di queste ragazze è responsabile per il modello sessista di cui è vittima, ma anche esponente! Ed è responsabile della morte del movimento femminista, o almeno della sua decadenza…

  4. Condivido. Le donne sono responsabili o, meglio, co-responsabili della perpetuazione dei ruoli di genere e dei comportamenti che citi. Naturalmente danneggia tutti (uomini e donne) il fatto che ci sono donne che accettano di umiliarsi ricoprendo il ruolo di “barbie”, che sono lusingate se uno sconosciuto fa loro un complimento (rigorosamente riferito al loro aspetto fisico, ovviamente).
    Ma atteggiarsi da barbie non significa soltanto diventare velina. Tutte le volte che poniamo l’accento sul nostro aspetto fisico in modo eccessivo, quando adottiamo dinamiche seduttive anche dove la seduzione non c’entra, quando accettiamo qualunque complimento sul nostro aspetto fisico da qualunque persona in qualunque situazione… beh, ci stiamo già comportando da barbie.
    Ma come è stato già sottolineato in molte occasioni in questo blog, la rivoluzione deve avvenire insieme, uomini e donne. Finché ci saranno uomini che sostengono che la scrittrice che ha “subito” complimenti inopportuni da Bruno Vespa in occasione della premiazione del suo libro “se l’è andata a cercare” perché indossava un abito scollato non andremo molto lontani.
    Non è vero che i complimenti sono sempre graditi, né cercati: se indossiamo un certo indumento dev’essere anzitutto per noi stesse, a prescindere dallo sguardo altrui.
    Ovviamente il cammino comincia in ognuno di noi… è può essere molto fastidioso e umiliante notare quanto siamo “barbie” nel profondo, quanto siamo condizionate dal modello dominante.

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