Su, fino ai vertici delle Nazioni Unite

Se uno come me desidera davvero giungere ai vertici delle Nazioni Unite, io credo che deve farsi il culo. Qui a Milano, uno ce la può anche fare, se magari inizia con uno stage di sei mesi. Così penso che uno stage va anche bene, per me che voglio andare in alto. All’ultimo piano? In alto, questo è sicuro. Allora sai che faccio? Mi imparo le lingue. Mi studio il cinese, che è il futuro, l’inglese che è la lingua di adesso, che si usa insomma, e poi il francese per le cose internazionali delle ambasciate, quelle lì insomma. So le lingue e sono pronto per lo stage di sei mesi. Adesso sì che sono un tirocinante, sto nel mio ufficio, alle nazioni unite ed ho ben due schermi per il mio computer unito. Inizio a diventare importante, se mi rinnovano è fatta, sono dentro e mi pagano pure. So le lingue io e inizio pure a vestirmi bene, mi metto la giacca e anche la cravatta, che alle Nazioni Unite fa bene. Bella, la cravatta, alle Nazioni Unite. Belle unite, davvero. Insomma nel giro di cinque anni salgo i piani, scalo le classifiche, divento su, bravo, che ci penso alle cose che dico e che faccio e guadagno i migliaia di euro, io. Mica come quando ero stagista che ne prendevo sì e no zero, adesso ne prendo anche cinquemila, di verdoni. Però mi sa che ho già quarant’anni, ho fatto le conferenze, sì, detto cose anche, ma principalmente sono stato al computer che ho, il mio. Bello qui, al computer delle nazioni unite. Ci ho la moglie? Sì, ma mi vuol bene? Boh, a lei gli piacciono le Nazioni Unite. Però tra cinque anni ancora divento assistant director ed allora eccolo lì! Il salto di qualità, macchinone e tutto il resto, molte giacche, moltissime cravattissime, sì per me che sono importante ormai. Mi sa che mi danno la mercedes, su cui andare. Bello sto schermo, intanto, mi piace la mia sedia e il vetro da cui guardo il mondo. Ora mi sa che sono anche stanco ed anche vecchio, che c’ho sett’antanni ma è sicuro, che io alle Nazioni Unite ci rimango, ormai sono director e non mi ci smuove più nessuno. Ah gli agi della vita, i sorrisi dei subordinati, la mercedes e tutto il resto…

…e riapro gli occhi. Ancora qui, con i miei trent’anni o poco più, mentre dall’altra parte del vetro gli uomini importanti delle Nazioni Unite mangiano alla loro mensa, con le loro giacche, le loro cravatte ed i loro sorrisi. Io sono fuori, sono escluso, sono emarginato. Lì è pulito, qui sporco. Qui piove, lì c’è la luce soffusa. E mi chiedo se per caso la mia carriera non debba esser diversa, che magari devo diventare importante partendo da una prospettiva diversa. Magari conquistando prima la mensa e dopo pranzo salire direttamente nell’ufficio del director e sedermi sulla seggiola sua. Mi daranno la mercedes? Non lo so, ma a settembre inizia a far freddo ed io non ho che stracci. Intanto entro alla mensa, delle Nazioni Unite, se mi sorrideranno, si vedrà.

Oggi ho visto un clochard fare carriera, in quella mensa tutti i grandi professori e statisti lo salutavano, con riverenza, togliendosi il cappello. Entrandoci, era subito diventato il più grande, il più lungimirante di tutti loro. Era il re del palazzo di vetro. Tutti gli chiedevano consiglio ma lui, ancora vestito da barbone, diceva “Per dio, è la pausa pranzo questa, prendete un appuntamento con la mia segretaria!”.

Giulio

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13 thoughts on “Su, fino ai vertici delle Nazioni Unite

  1. prendi una storia e fanne un recipiente
    inserisci gli ingredienti, lentamente
    pensando a chi poi la dovrà gustare
    che quel ragazzo riconosca la nocciola
    mentre l’altro ne colga il gusto, intenso.

    Dunque questo hai fatto amico mio. Dunque qui mi stai chiamando, su di un tema che scotta e che mi tocca da vicino (visto che una tra le possibilità che sto valutando è proprio quella di andare a lavorare per le UN).
    Che dire?
    Sì. Ho dubbi anch’io. Sì, ho paura di perdere il senso nel nonsenso di una carriera.
    Se fossi destinato a perdere il senso però…
    forse lo perderei anche stando qua.
    O forse no.
    Non so.
    Non so un accidente di un’acca bislacca.
    Da una parte direi che non sono ancora pronto per piantare radici. Che ho bisogno di vedere il mondo ancora un poco, di farmi le ossa viaggiando, rimanendo lontano da casa ancora una volta. Dall’altra ho paura di tentare la sorte una volta di troppo…
    Sono rimasto infilzato sulla punta della bilancia, oggi non posso o non riesco a pendere né da una parte né dall’altra.
    Mannaggia!

  2. Ah James james, pensa che quando ho scritto questo piccolo raccontino non avevo affatto pensato alle tue faccende con le nazioni unite! Dev’esserci anche gente valida da quelle parti veh, magari anche gente che non sta al pc tutto il giorno…

    …io ho preso solo spunto da una gita alla mensa UN che ho fatto per pranzo l’altro giorno con Sil a Bonn (tra l’altro abbiamo mangiato benissimo, quindi per il cibo, vai sul sicuro).

    Per il resto non sei tu che pendi o non pendi…conosco la situazione, è solo che la realtà deve trasformarsi e tu dalle mille possibilità troverai naturalmente la tua strada…non farti venire troppe ansie, almeno tu che sei partito molto positivo sul tema lavoro!

    Il senso, sono d’accordo, non si acquista e non si perde così facilmente…però fare un lavoro che ci piace è importante.

    Un abbraccio!
    G.

  3. Scusate se mi intrometto nella vostra discussione, ma non credo che il punto sia fare o no carriera alle Nazioni Unite. Scusate ma francamente credo che molti vorrebbero farla, cioè chiedete a me o a chiunque si sia laureato con me…sono proprio le NU il punto di arrivo, o quasi.

    Ma mi sembra che quello di Giulio sia un discorso differente. è il come e il perché fare carriera alle NU che discrimina: il personaggio di Giulio sta lì per le cravattissime, il Mercedes, i super mega schermi del computer e le finestre enormi, ma tutte chiuse perché altrimenti ti vien voglia di buttartici di sotto.
    Parla di uno che entra come tirocinante a 25 anni e si ritrova a 50 anni a non aver fatto niente nella vita, eccetto aver accumulato i privilegi dell’essere un funzionario delle NU.

    Ecco, è questo a sembrarmi sbagliato…soprattutto per chi, come me, insomma, una modesta fiducia nel sistema Nazioni Unite ancora ce l’ha, che con tutti i suoi difetti, è l’unica cosa che abbiamo. Quindi Giacomo se hai la possibilità di andarci, e sei in gamba, e ti piace quello che fai, vai, cerca solo di non essere tu quel funzionario.

    Ecco volevo solo dire questo.

    Abbraccio!

  4. Nazioni Unite a parte, penso sia importante sentire il lavoro che svolgiamo come “nostro”, in linea o per lo meno non in aperta contraddizione con quel che siamo.
    Se invece ci troviamo inseriti in un ambiente che non ci appartiene, soffriamo oppure (e forse è ancora peggio?) rinunciamo a una parte di noi stessi, per adattarci meglio alla realtà che ci circonda. “Massì, in fondo, tutto sommato, non potrei trovare di meglio”. Purtroppo in molti casi è vero (è vero?), ma allora occorre ingegnarci per capire come poter fare (almeno un po’) la differenza in quel posto, come essere (almeno un po’) noi stessi. Altrimenti rischiamo di diventare chi non vogliamo oppure finiamo incastrati in un limbo in cui non riusciamo né a snaturarci né a esprimere quel che siamo.
    Può salvarci quel che facciamo al di fuori del lavoro, in ogni caso.
    Tuttavia, resto dell’idea che è importante non tradire la parte più profonda di noi stessi. Meglio un lavoro umile ma non contrario ai nostri principi piuttosto che fare carriera in una multinazionale che abbiamo da sempre contestato.

  5. Interessante. Questo pezzo, che ho scritto di getto, non voleva essere un pezzo di critica, ma semplicemente un po’ di vertigine e nonsenso. Voleva prendere una o due prospettive, ma dai commenti ne sono uscite almeno quattro o cinque in più!!

    Non credo che le NU siano il problema o meno, penso sia un posto come un altro, in termini lavorativi. In effetti ci sono lavori più o meno nobili, più o meno eticamente corretti, ma in fondo ognuno lavora in primis per guadagnarsi il pane, quindi non mi permetterei di criticare nessuno.

    Tranne forse chi prende 20000 euro di stipendio? Ne parlavo giusto con silvia l’altro giorno…!

  6. Non voglio giudicare le persone, del resto è impossibile riuscirci perché ciascuno di noi è troppo complesso per essere “giudicato”. Però i comportamenti, le scelte, gli atteggiamenti possono essere giudicati (credo), se teniamo a mente che le persone che li agiscono sono molto più vaste e complesse delle loro manifestazioni.
    Giudico i comportamenti con l’obiettivo di capire quali sono quelli che voglio adottare io stessa, e quali sono quelli che voglio evitare.
    A me personalmente dispiace molto che la dimensione etica rientri raramente tra i criteri impiegati per valutare una certa professione, per valutare se abbracciare quel mestiere, accettare quel posto di lavoro ecc.
    Lo so, lo so che si lavora in primis per guadagnarsi il pane e che di ‘sti tempi pochissimi possono permettersi di fare gli schizzinosi.
    Allo stesso tempo, mi pare che stiamo diventando troppo cinici. Avete visto il film “Thank you for smoking?”. Ecco, il protagonista del film è un lobbista che difende gli interessi delle multinazionali del tabacco. Di fronte alla domanda: “Come puoi svolgere un mestiere così discutibile dal punto di vista etico?”, risponde: “Ho un mutuo da pagare”. È una battua, naturalmente, ma credo ci sia del vero. Credo che stiamo abbattendo troppi paletti, ci stiamo “svendendo” troppo. La coerenza al 100% è impossibile da raggiungere e forse non sarebbe neanche augurabile, ma la “tensione verso” quell’orizzonte (come le idee regolative kantiane) è essenziale, secondo me.
    Il lavoro occupa una gran parte della nostra vita, non foss’altro che in termini di tempo, dunque per me è importante sapere che – come minimo – non sto contribuendo alla riproduzione del peggio. Ripeto: per me. Voglio arrivare alla sera potendo dire: “Cos’ho fatto oggi? Sono stata fedele a me stessa” (almeno un po’).
    Se lavoro in un’azienda che produce armi o in una grande multinazionale senza scrupoli nei confronti dei suoi lavoratori, se devo pubblicizzare un prodotto tessendone le lodi, pur sapendo che sto mentendo… vorrei riuscire (con un atto di coraggio) a dire: NO. Piuttosto vado a pulire i bagni, almeno sono certa che non sto facendo niente di male.
    Ecco, mi piacerebbe agire così. Questo è il mio orizzonte.

  7. “In nome del mio amore e della mia speranza, ti scongiuro: non buttar via l’eroe che è nella tua anima! Mantieni sacra la tua speranza più elevata!”
    (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885)

    … anche nella tua vita professionale!

  8. Beh Ari non è sempre possibile. A volte sei incastrato.

    Non so, penso alle donne di Ciudad Juárez, al confine tra il Messico e gli USA, che vanno a lavorare per le multinazionali tessili che sfruttano la manodopera a basso costo messicana…ogni anno decine di migliaia di donne spariscono in quel paesino…si perdono nel nulla…andare a lavorare lì è una condanna a morte certa…eppure…se sei disperato e NON TROVI UN ALTRO LAVORO…dici addio a tutta la tua famiglia, fai la valigia…e ci vai a lavorare a Ciudad Juárez…sapendo che se avrai un’altra occasione di tornare a vedere la tua famiglia una volta in più…sarà un miracolo.

    I minatori indigeni incastrati nella cava in Cile?

    Cmq credo che ci sia una piccola contraddizione in quello che dici (scusami se mi permetto), ma se è vero che si possono giudicare le azioni di una persona tenendo a mente che questa persona è molto più complessa della sua manifestazione, allora perché il discorso non dovrebbe valere anche per la tua citazione di Thank you for Smoking? Cioè l’etica c’è, non c’è o c’è solo a volte?

    È vero quello che dici, io mi sento profondomante cinica…lo dico senza problemi perché il mio cinismo mi ha permesso di capire che c’è una profonda umanità dietro alcune azioni che normalmente siamo abituati a vedere come poco degne (almeno).

    Non è sempre così facile chiedere a una persona di essere coerente, o di essere etica, o di rispettare se stessa…e a volte, per rispettare se stessa una persona ha bisogno di perdere il rispetto di stessa…questo è più facile vederlo nel Terzo Mondo che nel Primo (forse). Mi semrba che tu non prenda in considerazione la variante disperazione.

    È un discorso davvero complicato…cmq non tutti sono giovani e aperti come noi, non tutti sono disposti a viaggiare e a mettersi costantemente alla prova, non tutti sono capaci di sentirsi senza radici, e non tutti hanno la possibilità di sentirsi senza radici, prendere, partire, e fare cose…e a volte, l’unico modo per sopravvivere è abusare dell’altro…

    Insomma…un uomo è solo un uomo…non si può pretendere che sia un eroe…perché non lo è…l’unica cosa che ci si può auspicare è che rimanga fedele a se stesso (e già questo sarebbe un miracolo), ma è normale voler avere una bella casa, è normale voler avere scarpe e vestiti…è normale voler fare vacanze e voler viaggiare, è normale voler avere i soldi per poter andare dall’altra parte del Mondo per vedere com’è lì…è normale voler garntire una vita ai propri figli…e siamo d’accordo che a volte le prospettive sono distorsionate dalla pubblicità, dal consumismo…però pretendere che un uomo sia un eroe sempre, che abbia sempre il coraggio di dire NO, che abbia il coraggio di sacrificare la sua vita per ideali…non so…è che secondo me non appartiene al genere umano…

  9. Ti chiedo scusa ma non riesco a capire in che senso trovi che ci sia contraddizione nel discorso (forse è un mio limite perché io ce l’ho in testa e mi sembra fili).
    Ho citato la risposta del protagonista di “Thank you for smoking” per sottolineare come l’argomento del “guadagnarsi il pane” venga addotto anche per mestieri (e qui mi riferisco alle azioni e ai comportamenti che questi mestieri implicano, non alle persone) davvero poco etici, come quello del lobbista, appunto. Il lobbista non agisce per disperazione (credo), insomma, di certo non è nella situazione senza via d’uscita in cui si trovano tante persone del Terzo Mondo! (Nota: sto giudicando l’azione del lobbista, non lui come persona, ok? Solo per chiarire…)

    In generale, capisco che non sempre ci sia possibilità di scelta, e se ritengo non si possa giudicare il lobbista come persona a maggior ragione non mi permetterei mai di giudicare chi agisce per disperazione, ci mancherebbe. Credo che a maggior libertà corrisponda anche una maggior responsabilità. Noi forse siamo abbastanza liberi da poter dire qualche no, ti pare? Così almeno mi sembra, poi certo ognuno deve valutare per sé, diciamo che se penso a me stessa credo che qualche no potrei dirlo…

    Non ho mai sostenuto che agire eticamente sia facile, tutt’altro! Però mi dispiace che anche tra noi “privilegiati” l’etica sembri un lusso che non ci possiamo concedere, mi dispiace avere l’impressione che abbiamo smesso di provarci. Mi dispiace, tutto qui.
    Io vorrei cercare di provarci, vorrei tendere verso quest’orizzonte, pur sapendo che non lo potrò mai raggiungere. Per me (e sottolineo “per me”!) è importante avere un orizzonte ideale verso il quale tendere, perché questo conferisce direzione e senso al mio agire.

    Ho avuto la fortuna di conoscere persone che si comportano spesso da “eroi” e forse è per questo che mi dico: provaci!
    Quest’estate sono andata in Sicilia, ospite di una donna di 60 anni, che come molti della sua generazione ha provato “a fare la rivoluzione”, con la differenza che lei ci prova ancora, cerca di sopravvivere facendo teatro, coltivando un orto, e nutrendosi di aiuti CEE. Pur non avendo un soldo, ospita un ragazzo rumeno, che le dà una mano con i lavori in casa. Non viaggia dall’altra parte del mondo, non va in vacanza, lo scorso inverno si è nutrita con le erbe del campo. Ciononostante, mi è parsa felice. Io non credo di avere la sua forza né il suo coraggio, però penso che sia bello sapere che esistono anche persone così (almeno a me dà conforto).

    Non ho la presunzione di imporre niente a nessuno, davvero, ma ho l’impressione (che può essere sbagliata) che a volte voliamo più basso di quel che potremmo (io per prima!), perché ci convinciamo che “più alto non si può”. Ci convinciamo di non essere eroi, mentre (in alcune occasioni) potremmo comportarci come eroi! Potremmo!
    Questo è il mio pensiero ma, ripeto, non mi permetto di imporlo a nessuno e mi dispiace se ho dato quest’impressione.

  10. Nono non hai dato quest’impressione!!!
    Sì capisco quello che dici quando parli del fatto che noi potremmo permetterci di dire qualche volta “no”. Però capisco chi non lo fa…perché in fondo alla fine credo che la gente aspiri semplicemente alla tranquillità…ed è vero che sarebbe meglio aspirare alla felicità piena…ma come hai detto tu…serve un sacco di coraggio per quello…

    E mi chiedo solo se quella signora siciliana che ha provato e prova ancora a fare la rivoluzione…beh insomma…se alla fine non si senta stanca…se non si senta frustrata guardando alla Sicilia, all’Italia…se a volte non pensi, cavolo è stato tutto inutile.

    Forse io sono in una fase di rigetto di tutto…

    • Sì, lo pensa e senz’altro vive dei momenti di frustrazione, delusione, stanchezza e sfiducia.
      Alla fine però la bilancia pende sempre dalla parte del dirsi: “Ci provo ancora, resisto”. Ciò che le dà forza credo sia la capacità (che lei ha e io vorrei acquisire) di vedere la bellezza, “le gesta eroiche” di altre persone che continuano a provarci. E’ come una catena: “Beh, dài, loro ci provano ancora… guarda che grandi! Resisto anch’io, allora!”.
      Sempre in Sicilia, sempre quest’estate ho conosciuto altri due “eroi”, una coppia di omosessuali che gestisce un caffé letterario (http://www.ilcontesto.org/2115/a-pozzallo-ce-il-mare/). Questa coppia (pur non navigando nell’oro) ha dato una mano alla signora che mi ospitava quando era in difficoltà e lei (pur non avendo un lavoro degno di questo nome) tiene laboratori di teatro gratuiti nel loro locale. Credo sia questa la strada: unire le (poche) energie che ci restano.

      Un abbraccio!

  11. Bellissime riflessioni!
    C’è una frase che mi è rimasta in testa da un film come l’uomo ragno e che, seppur il film possa non passare alla critica come chissà che filmone o contenuti…questa frase ha il suo perché:
    “un grande potere significa una grande responsabilità”

    Il conoscere, il sapere, il vivere qui e poter fare delle scelte, POTER FARE DELLE SCELTE, poter decidere, poter viaggiare, poter scegliere… questi sono poteri che abbiamo e che proprio per questo ci caricano anche di responsabilità.
    Viviamo una vita facile? Abbiamo soldi? Possiamo scegliere?
    Beh, abbiamo una responsabilità verso tutti quelli che non hanno queste fortune, questi “poteri”.

    Non è “male” fare del male se non sai di farlo, è male se lo fai sapendo cosa fai. Il conoscere ciò che è sbagliato e continuare a farlo. Il poter fare, poter conoscere e non farlo.
    Scegliere CONSAPEVOLMENTE di muoversi in direzione contraria alla vita: questo è l’unico dogma.
    Sapere è potere, e siccome sappiamo…siamo responsabili.
    Non so se vi torna come ragionamento, forse è un po’ contorto…

    • Sì, mi torna, eccome! 😛
      Forse potremo porci come obiettivo quello dei medici: “primum non nocere”.
      Se poi riusciamo anche ad agire in termini positivi, tanto meglio.

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