Cose nostre

Sono alle prese con un corso per amministratori locali sull’infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici. Rifletto.

L’origine della mafia ha a che fare con l’irrisolto problema della quadratura del cerchio. Provate a immaginare: sovrapponete una tela di ragno ad un reticolo di quadrati e non combaceranno, logico. Rimarranno dei vuoti: quando si pensò di creare un’Italia unita e unica, si cercò di sovrapporre la nuova ramificazione dei poteri, ossia la ragnatela con centro a Roma, su territori che già avevano una loro propria maglia di poteri locali. In Sicilia, ad esempio, la maglia era reticolare, con le terre coltivate dai mezzadri e i padroni nelle grandi città. In mezzo, faceva da intermediario il gabellota, colui che era incaricato di riscuotere i proventi delle terre e faceva da tramite fra i signori di Palermo e Catania e i lavoratori della terra: aveva cioè il compito di controllare il territorio in vece. Significò un enorme potere in mano a questi protettori dell’ordine aristocratico. Quando in Sicilia giunse il velo dell’Italia unita, andò solo a poggiarsi sulla maglia del potere locale così costituito. Rimasero dei vuoti.

La mafia si nutre del vuoto. E se natura horret vacuum, la mafia – essendo tutt’altro che un fenomeno naturale – ci sguazza. Coloro che erano intermediari fra il territorio e l’aristocrazia che lo governava da lontano, restò intermediario fra il territorio e il nuovo Stato che lo governava da lontano. In altre parole, riempì il vuoto. Fu figlia del vuoto.

Parlando di contratti di appalto per lavori pubblici, sappiamo che la mafia si infiltra in ragione di due condizioni: il sempre più labile confine fra economia legale e illegale; e lo svuotamento delle multinazionali o in generale della fabbrica, ossia la decentralizzazione e il dislocamento. Di cosa stiamo parlando se non di vuoto? L’organizzazione dell’economia legale e quella dell’economia illegale, intrecciandosi, non coincidono, e lasciano tasselli da riempire. Organizzazione: il primo pensiero va alla legislazione. L’esplosione dell’organizzazione fordista-taylorista del lavoro, caratterizzata da concentrazione e subordinazione (nel senso del lavoro), ha lasciato dietro di sé una congerie di forme di lavoro parasubordinato e con ampi margini di autonomia, che la legislazione traccia a grandi linee, lasciando spesso all’interpretazione. Lasciando, cioè, dei vuoti.

Il bambino che scrive grazie alla Camorra perché dà lavoro a mio papà e ci protegge, non significa che l’organizzazione criminale offre un lavoro che lo Stato non offre, o la protezione in vece dello Stato, bensì che lo Stato, su quel territorio, ha lasciato dei vuoti di significato, non è presente.

La mafia non è, come si è spesso detto, uno Stato nello Stato, ad esso parallelo o contrapposto, bensì uno Stato per lo Stato, nel senso di pro, a posto di.

Finché non si riempiranno i vuoti che intercorrono fra potere centrale e potere locale, la criminalità organizzata sfrutterà gli spazi oscuri, le ombre, le nicchie, gli interstizi che lo Stato non si preoccupa di colmare. Lasciandoci il dubbio che forse, in fin dei conti, l’Italia ringrazi per lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare.

Gianmarco

Per un’analisi sociologica e storica delle origini della mafia in Sicilia:
Block A., La mafia di un piccolo villaggio siciliano, 1860 – 1960, Einaudi, 1997

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4 thoughts on “Cose nostre

  1. Purtroppo c’è ben poco da ringraziare dello sporco lavoro che fa la mafia.
    Sono calabrese e in quanto tale seguo con interesse il lavoro di uno dei più bravi magistrati che lavoro nel mezzogiorno, Nicola Gratteri, che fra l’altro è reggino come me. E dalle sue parole c’è ben poco in cui sperare. Ormai la mafia, chiamiamola pure ‘ndraghera, è l’organizzazione calabrese che ha superato di gran lunga quello che era cosanostra di Riina. Controlla il 98 % del narcotraffico e ha legami politico-economici da paura. Ma secondo voi, perchè il nostro governo Berlusconi voleva con tutta quella forza la legge sulle intercettazioni? Può sembrare fantapolitica o robe da film, ma quella legge è stata voluta fortemente dalla ‘ndragneta. Con quella legge si sarebbero tagliete le gambe ai magistati che combattono quotidianamente la malavita perchè andava a toccare tempi e modalità di utilizzo delle intercettazioni, una delle armi più potenti che i magistrati hanno, anche perchè costa poco, rispetto a pedinamenti, microspie, ecc. . Sì, perchè si sente spesso dire che nella procura della mia città di Reggio Calabria manchino toner o carta nei palazzi di giustizia, figuriamoci se i magistrati dovessero “correre dietro” ai boss in macchina cosa avverrebbe… E comunque anche dopo i numerosi emendamenti quella legge rimane comunque una vergogna.
    (Fine prima parte)

  2. Condivido e spero che la sprezzante ironia dell’ultima frase non sia stata fraintesa. La connivenza fra Stato e mafie è quasi un dato. La lotta a questa connivenze e alle mafie in generale non è però finita, e a nulla valgono gli arresti eccellenti di cui si vantano i rappresentanti del Governo. Sappiamo che le diverse organizzazioni criminali sono ormai estese oltre i confini nazionali, europei, continentali, e che si sono specializzate in campi che si sono spartite durante gli anni, soprattutto dopo le stragi del ’92.
    Lo sporco lavoro che la mafia farebbe al posto dello Stato è quello del controllo territoriale in zone che lo Stato non ha interesse a controllare. Il ringraziamento dello Stato è solo la connivenza e l’abbassare lo sguardo o il fare le leggi che permettono alle mafie di continuare il loro lavoro.

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