V per Violenza

Si fa presto a dire violenza.
Cos’è la violenza? Non abbiamo una visione precisa, una definizione. Di sicuro si tratta di un’azione, che può essere fisica o psichica, finalizzata a recare un danno, generalmente grave, a chi o cosa ne è destinatario finale. Può essere una violenza lucida o meno. Personalmente propendo sempre per la prima versione: non credo all’irrazionalità totale dell’atto violento. Credo piuttosto che la violenza sia un modo di organizzare l’azione, ossia l’azione è violenta non nell’effetto (o non solo), ma nel modo. La violenza è quindi un repertorio, e l’azione violenta è una performance. Forse è un concetto difficile da immagazzinare, ma si rifà alla caratteristica delle azioni violente: gli strumenti della violenza sono i soliti, soprattutto nel caso della violenza fisica. Di conseguenza si può affermare che esiste una cultura della violenza come forma legittima di reazione all’azione. La componente irrazionale non sussiste del tutto, si sceglie di applicare una certa dotazione culturale  a una situazione, di rispondere in maniera violenta. Ancora non conosciamo a fondo le motivazioni – e in casi come questi siamo soliti liquidare la questione con un “Sarà pazzo” o simili, negando la possibilità di una costruzione mentale che legittimi la violenza – le motivazioni di chi ammazza un taxista per l’involontario omicidio di un cane per la strada, ma ho motivo di pensare che sapranno giustificare l’azione, motivarla. Probabilmente faranno ricorso  una qualche tecnica di neutralizzazione delineate da Matza (vi rimando a questo link di Wikipedia, comunque un buon inizio). Cosa significa? Che la cultura offre all’individuo un repertorio di scusanti, di motivazioni alla scelta violenta – nel caso dell’autore, deviante. Il contributo di Matza, per inciso, fu quello di ridare al deviante una dimensione razionale reinserendo nel processo di costruzione dell’azione deviante l’elemento volontà. D’altra parte la violenza culturale non si manifesta anche tra le poltrone dei palazzi istituzionali, dove la modalità di fare politica è una modalità violenta nei contenuti, nelle forzature, nelle ostentazioni di uno stile di vita che si fa beffe di ogni regola, di ogni strumento che la civiltà ha utilizzato per trasformare l’hobbesiano caos della violenza del tutti contro tutti nel quieto vivere civile?
L’aggressività stessa è una costante della natura umana, si nasce aggressivi, non si diventa. Si imparano i modi di trasformarla, di usarla sotto altre forme più profittevoli. Si apprende a conoscere l’aggressività e a riconoscerne la natura e l’utilità.
Riassumendo, la violenza, seppure istantanea, è un’azione che trova legittimazione in una certa cultura della violenza a livello collettivo, sociale. L’azione possibile per una prevenzione della violenza è quindi a livello culturale, di condanna continua da parte delle Istituzioni e di educazione alla relazione con gli altri.
La violenza è un’azione espressiva, ossia un medium di comunicazione di qualcosa, non è mai fine a se stessa, per questo bisogna capire che cosa vuole esprimere ed evitare di (ri)correre ai ripari della facile emotività. Che è, molte volte, proprio violenta.

Gianmarco

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