Il risveglio pt1/3

“IL RISVEGLIO”

“Sapevo di dover capire molto dalla vita,
ma mai avrei immaginto che avrei dovuto imparare a capire.”

 

Da alcuni giorni vedevo la vita in modo diverso. Era come se fossi uscito da un film e mi trovassi ora in soggiorno, davanti alla televisione, guardando tutto da fuori. Si parla spesso di quanto sia importante il cambio di prospettiva, ma quello che mi era successo non lo si poteva chiamare così, era diverso, era qualcosa di più forte. Mi sentivo come se avessi sempre vissuto in un acquario, tra i pesci e quei finti scenari di fondali marini e ora potessi guardare lo stesso acquario dall’esterno. Avevo sentito parlare ancora di teorie sui mondi paralleli da alcuni miei amici, ma il discorso non mi aveva mai toccato particolarmente e, se devo dirla tutta, mi sembrava una grandissima scemenza, una cosa fantascientifica, assolutamente campata in aria, indimostrabile. Ora invece ne ero convinto, esistevano davvero. Il discorso è semplice: finché non ti capita di metterci il becco, non capisci veramente di cosa si sta parlando. E’ la stessa differenza che c’è tra imparare qualche nozione di pronto soccorso immaginando l’ipotetica scena e dover veramente soccorrere qualcuno, magari in uno spaventoso incidente stradale. Ebbene, cosa mi era successo? Mia figlia era all’ospedale, gravemente malata. Era grande ormai, aveva trent’anni, ed era cresciuta piuttosto bene, ero fiero di lei, della vita che faceva. Ogni volta che la vedevo mi capitava di viaggiare nei ricordi, a quando era ancora piccina, con quel suo sorriso immenso e quegli enormi occhi azzurri, talmente grandi da perdercisi dentro. Era stata la cosa più bella che mi era capitata in vita mia. Ed ora era là, in quel letto di ospedale, senza possibilità di alzarzi.

Era martedì mattina e stavo andando a trovarla. Lungo la strada per l’ospedale camminavo e rivedevo quei posti, quei luoghi che fino alla settimana scorsa facevano parte del quadro che era la mia vita. L’edicola, dove compravo il giornale ogni giorno, il supermercato dell’angolo, dove facevo la spesa tutte le settimane, il bar, dove mi fermavo spesso per un caffè o per due chiacchiere con gli amici, la pasticceria, dove ogni domenica compravo le solite paste o la torta di pasta sfoglia, con quel gusto e quel profumo, sempre uguali, per tutti quegli anni. Era la mia routine, era il cerchio stabile che mi ruotava intorno ed ero felice. Forse felice è una parola grossa, comunque facevo la mia vita, mi accontentavo, funzionava insomma. E quel giorno, invece, camminavo e mi sentivo distante, mi sentivo in un’altra realtà, lontana anni luce da quel mondo che fino a qualche giorno prima era il mio. Non facevo più parte del cerchio, ero fuori, ero in una realtà parallela dove mia figlia stava combattendo tra la vita e la morte e tutto il resto sfumava nello sfondo. Cosa era rimasto del mio quadro? Tutto aveva perso il suo senso, nulla mi interessava ormai, eccetto lei. Camminavo ma non mi sembrava nemmeno di percorrere le stesse vie che avevo percorso per tutta la mia vita. Sentivo chiaramente di non essere io a vivere in un mondo parallelo alla realtà, bensì era la vita che avevo sempre vissuto il mondo parallelo mentre quella in cui ero piombata, con mia figlia in ospedale, con la mia nuova scala di priorità, con gli oggetti usuali così lontani, inconsistenti e superficiali, era la vera e tremenda realtà, quella che ti cade addosso senza preavviso e che ti sveglia dal grande sonno. Non è bello svegliarsi, ma quando ti capita capisci che hai sempre vissuto in un sogno. Semplicemente lo sai, non hai bisogno di qualcuno che te lo dica, che ti faccia notare che questa è la vita e prima stavi sognando. Sostanzialmente perché è la vita che contiene il sogno e non il contrario. E’ un po’ come una matriosca dove ogni bambola sa perfettamente quali e quante altre bambole contiene, ma non sa quali e quante la stanno contenendo a loro volta. Anche mia figlia aveva vissuto una cosa simile con suo marito. Il tempo che non bastava mai, mi raccontava lui, ora si trovava. Ieri non avevo tempo per nulla, mi diceva, ero sempre di corsa, a correre dietro a questa o a quell’altra cosa, l’appuntamento alle otto, la revisione della macchina alle nove, la riunione con la delegazione alle undici, il corso con i dipendenti della filiale dell’altra provincia il primo pomeriggio…tutto sembrava così importante, essenziale, che non poteva essere rimandato o spostato. Poi mia moglie è stata male e tutto è cambiato, ha perso di importanza, può aspettare. Lei mi guardava invece con gli occhi lucidi, mi guardo indietro, mi disse, e cosa vedo? Qual è stata la mia vita per tutti questi anni, cos’ho fatto che valga la pena di ricordarsi, che rimarrà se il cielo mi chiamerà a sé? Tutti questi anni di lavoro come impiegata? No di certo. Le vacanze al mare? La spesa, la casa pulita, il giardino ben tenuto?” Rimasi zitto perché in cuor mio non le sapevo rispondere, non sapevo come consolarla. Quando la morte si avvicina e ti fa sentire il suo brivido ti chiedi un sacco di cose, cose a cui non pensi mai e che forse sarebbe stato meglio chiedersi prima. Quando la vita se ne vuol andare senti di non aver vissuto abbastanza, capisci come per magia cosa avresti dovuto fare, quali sogni non hai realizzato perché pensavi ci fosse ancora tempo per inseguirli più avanti, o quali sogni non hai nemmeno avuto, perché non avevi nemmeno il tempo di sognare. Ti chiedi il senso della vita, e vuoi delle risposte. Le pretendi, o forse davanti alla morte sei solo umile abbastanza da ammettere che le risposte che ti eri dato erano sbagliate e ritorni quindi a porti le domande.

to be continued

Giacomo

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