Il risveglio pt3/3

Guardavo in faccia gli altri passanti entrando infine nel parco vicino casa e rivedevo me stesso nei loro sguardi, nel loro modo di camminare, così deciso e frettoloso, diretto a una meta, senza alzare gli occhi. Una meta che poteva essere il lavoro, la scuola, un appuntamento… e in mezzo a tutte queste persone mi sentivo solo. Mi sentivo lontano lontano, a mille miglia da loro, dalla loro vita, eppure così vicino fisicamente.

La natura cittadina, che sopravvive in quei pochi alberi asfissiati nel cemento e in quell’erba  dei parchi, per quanto potesse sembrare artificiale e poco selvaggia, viveva di un colore quel giorno che mi era nuovo. La sensazione era quella di poter apprezzare per la prima volta quel frammento di poesia e bellezza che ancora traspariva tutt’intorno, percepibile nei profumi solitari dell’aria, nei riflessi del sole sull’erba e sull’acqua della fontana… caddi come incantato e mi sedetti su una panchina.

Mi sembrava che tutta quella poesia che sempre riempie l’aria, la vita e il tempo fosse in totale contrasto con l’uomo, così lontano dalla realtà, così preso dai suoi impegni al punto che avevo l’impressione che tutto ciò andasse sprecato, come una musica suonata per nessuno, o un piatto di una buona minestra calda che rimane là, solitario sul tavolo, a raffreddarsi. In quel momento di pace io vivevo, respiravo, godevo di quei pochi raggi del sole, dei colori, ascoltavo quella musica, nuovamente. Era poesia, sinfonia, bellezza che si esprimeva così, in una banale passeggiata al parco. Ed ero commosso. Perchè non ero stato capace di vivere così ogni momento della mia vita? La paura vera della morte mi aveva svegliato?

La morte spaventa, su questo non c’è dubbio. E quando ci tocca da vicino o ci fa sentire anche soltanto appena appena il suo odore ci sveglia dal sonno. Forse non siamo nemmeno realmente consapevoli che prima o poi arriverà il momento in cui dovremo lasciare tutto questo. Credo che dentro di noi esista la certezza che vivremo per sempre, perchè in caso contrario non sprecheremmo tanto tempo in cose inutili e sapremmo gustare di più tutte le sfumature che passano inosservate. Eppure la morte e la vita sono legate assieme come il bianco e il nero, come due opposti che esistono solo se esistono entrambi. Dice una legge della chimica: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Gli uccelli ancora cinguettavano e il sole mi stava regalando i suoi utlimi raggi della giornata. Aprii il mio libro e continuai da pagina 78, dove ero arrivato. «Meno noto, o forse direi più difficile da realizzare, è che la Trasformazione è la legge prima della evoluzione. La morte, così come ce la raccontano, non esiste. La morte non è cessazione della vita, ma trasformazione della stessa. Ogni cambiamento è morte, dove morte significa Trasformazione. Osservando davvero i mutamenti della vita, comprenderemo la vita stessa cessando di temere la morte. Le cellule del nostro corpo muoiono continuamente e rinascono, così emozioni, pensieri, desideri… anche nell’arte marziale possiamo trovare lo stesso principio con ogni attacco e parata effettuati. Opporsi alla trasformazione, che è evoluzione, è davvero morire. Com’è difficile scoprire quanta sofferenza, nella vita, derivi dalla non comprensione di questo antico e meraviglioso Segreto. Com’è difficile “realizzarlo” davvero, affinché il nostro Essere possa dispiegare quelle ali di Luce, nella levità di un “eterno Qui ed Ora” che vive lungo la Strada del Ritorno. Non avere paura, non soffrire. Impara quindi sin d’ora a distaccarti dalle sensazioni pesanti e negative del quotidiano. Si tratta di “lasciare andare” quel peso e quella sofferenza che talvolta tratteniamo e coltiviamo dentro di noi oltre la “giusta misura”. E’ una cosa difficile da fare, anche se la logica dovrebbe far pensare che per chiunque sia una liberazione lasciare la sofferenza; invece non è così. Siamo molto attaccati alla sofferenza, che sembra essere la più importante fra le sensazioni tramite cui riusciamo a sentirci vivere. Naturalmente si tratta di un’illusione, ma è molto forte e difficile da cogliere. Ma non va creata una dualità, nella quale si pone da un lato l’oggettivo e dall’altra l’illusorio. In realtà il distacco si deve maturare nei contronti delle opinioni e delle idee formate negli anni, nonché da tutta quella somma di abitudini che costituiscono ciò che chiamiamo “noi stessi” e che invece è solamente il vestito perituro della personalità».

Chiusi il libro e rimasi senza pensieri, finalmente con la mente vuota, godendo dei colori di quel timido tramonto cittadino, e nell’aria una musica cantava:

“E’ sulle note di un pianoforte, sul sussurro del vento, sulla voce di labbra di donna, sul sorriso di un bambino, sul saluto di un caro amico, sul dolce rimprovero di mia madre, che l’eterno domandarmi perchè son qui svanisce in favore della vita”.

End

Giacomo

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