Sull’arte, sulla scrittura

Una delle frasi più belle che porto con me dice così:”Chi scrive lo fa perché non ha il coraggio di non farlo”. E’ proprio vero!

Un libro, una poesia, solitamente nascono per comunicare, hanno un messaggio più o meno celato da scoprire, decrittare, indovinare. Lo scrittore sceglie uno strumento e un modo per comunicare ciò che desidera mentre il lettore lo deve cogliere, interpretare. Tutta la nostra vita si basa su questa fondamentale azione: interpretare. La cosa intrigante in questo processo è che l’interpretazione cambia a seconda di chi legge o di chi ascolta. Questo può diventare un problema serio perché, ad esempio, risulta difficile far arrivare lo stesso messaggio a tante persone diverse e spesso nascono incomprensioni da cui si generano litigi e discordie.
Per quanto mi riguarda l’esistenza dell’atto di interpretare e il fatto che ognuno lo faccia a modo suo è un vantaggio, un’incredibile sfumatura che rende il quadro ancora più complesso. Non sai mai a cosa hai appena dato vita, con quel racconto, non sai quale magnifica, poliedrica interpretazione esso può nascondere, quanti spunti di riflessione ne possono nascere, quali consigli utili possono arrivare. Sono sempre stupito quando qualcuno mi dice cosa ha capito di una mia poesia o di un mio scritto! Scopro messaggi che non avevo pensato in partenza. E questo è fantastico, perché ognuno riceve qualcosa di diverso sebbene io volessi comunicare un messaggio, e le parole sono nelle stesso ordine per tutti. E’ una magia.
E’ come se, da un altro punto di vista, il racconto prendesse vita propria, qualità sue, oltre il volere iniziale dello scrittore. Scrivendo (ma anche suonando, dipingendo..) si crea qualcosa di mistico che è un’entità a se stante in tutto e per tutto. Si dà vita a qualcosa. Il lettore, poi, si relaziona all’opera come farebbe con un estraneo. Può decidere di conoscerla, dargli fiducia, interrogarla. Può cercare di capirla più a fondo o non capirla affatto, può vederla bella o brutta, simpatica o antipatica. E’ una relazione a tutti gli effetti che diviene intima tra lettore e opera, mentre lo scrittore scompare, non è più importante.
Ormai l’opera è fatta. E’ stata letta. Non ha più senso che intervenga chi l’ha creata, che spieghi “Ma io volevo dire che…” perché ha già dato vita ormai a quella magia, e già si è interpretato il suo frutto.
Potrebbe semmai star più attento, la prossima volta, e creare meglio o diversamente. Ma quell’opera è fatta ormai, è conclusa, e deve camminare con le sue gambe, da sola, verso il mondo, lontano da chi l’ha creata.

Questa è l’arte, e vivrà per sempre.

Giacomo

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3 thoughts on “Sull’arte, sulla scrittura

  1. Bel post, James!
    Penso che l’autore possa esprimere la propria visione sul significato di ciò che ha creato, ma senza la pretesa di avere “l’ultima parola” in merito. L’autore è un interprete tra gli altri.

  2. Credo che l’opera d’arte appartenga al suo creatore in quanto emanazione del suo Sé.
    Credo che l’opera d’arte non appartenga al suo creatore in quanto senza pubblico non esiste, una volta che l’artista si oggettiva nella creazione, questa è alla mercé di chi ne usufruisce (in senso lato).
    Credo che l’opera d’arte appartenga a se stessa.
    No, non è vero, l’opera è mia, e io la so. E se gli altri la interpretano male?
    Non fa niente, non mi appartiene.

    Eggià, questo è il grande dilemma dell’arte e dell’opera d’arte. Possibili tentativi di uscirne sono la SIAE o il copyright o la mitica “Tutta l’arte è completamente inutile” della Prefazione dell’Autore al “Ritratto di Dorian Gray”.

    Ossia, ne vogliamo ancora discutere? O è un po’ come il Tempo per Sant’Agostino?

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