27 thoughts on “Il lusso della solidarietà

  1. a proposito di questo..ieri ho conosciuto un ragazzo e una ragazza russi, che elogiavano la ricchezza e gli obiettivi economici della nuova russia post capitalista..nulla potevano le mie perplessità sul fatto che, come loro stessi ammetteva…no, quella ricchezza loro non la vedono neanche da lontano..sul fatto che i paesi ex sovietici sono diventati il terreno della più alta e cinica sperimentazione della propaganda neoliberista..
    c’è sicuramente una falla in tutto questo, come ci spiega bene il film Goodbye Lenin, una bomba che è lì pronta per esplodere..
    l’est sta diventando il nucleo attivo del capitalismo senza lacci né regole, con le aziende che delocalizzano la loro produzione le un progressivo ma costante smantellamento di ogni forma di controllo del mercato..
    se ne accorgeranno anche loro..ma forse sarà troppo tardi per ripensare a un’altra rivoluzione d’ottobre..

    • Beh io ci andrei piano con l’invocazione di un’altra rivoluzione di ottobre… lo so che l’idea di una rivolta proletaria suona molto affascinante ma forse occorre dare uno sguardo a cosa ha portato davvero. Concordo con il discorso sulla solidarietà come elemento necessario per pensare ad un futuro più giusto e sostenibile… tuttavia non dimentichiamoci che proprio un “obbligo alla solidarietà” ha contribuito fortemente a rendere i paesi comunisti tragicamente egoisti. La loro reazione all’avvento del capitalismo a mio parere è assolutamente normale. Il punto è capire che esistono vie intermedie, equilibri diversi… ma in questo senso c’è moltissimo lavoro da fare a partire dai nostri cosiddetti Paesi Sviluppati, quindi credo che il discorso torni ad essere trasversale e non più focalizzato sull’Est Europa.

      • Il discorso è senz’altro trasversale, su questo concordo. E certamente il comunismo ha avuto degli esiti tragici. Senza dubbio.

        Tuttavia, non è soltanto “affascinante” pensare a una rivoluzione proletaria: pur riconoscendo le derive – che vanno condannate – la speranza era alta, l’ideale ambizioso, alcune persone ci hanno creduto davvero.
        Non sono un’esperta in materia, quindi non mi addentro troppo, registro semplicemente un’amarezza profonda di fronte a discorsi come quello che ho riportato, in cui gli ex-comunisti appaiono più capitalistici dei capitalisti. Naturalmente posso capirli (anzi, forse no, però posso immaginare…), però lo trovo davvero avvilente.
        Registro amaramente la completa acriticità con cui si assorbe il peggio dell’Occidente, il suo materialismo, la necessità di competere gli uni contro gli altri e con cui si fa propria l’equazione inglese=cultura. Se non sai l’inglese, non significa che tu sia un ignorante! Siamo costretti a studiare questa lingua, va bene, ma perché così “è capitato”, non perché sia più nobile, degna, valida delle altre di per sé. E’ importante ricordarselo!

        Le parole che riporto sono quelle di un’insegnante della Repubblica Ceca. Insegnante di inglese. Mi rattrista molto che un’insegnante la pensi così, perché significa che questi sono i valori che trasmetterà ai suoi allievi.

  2. Ricordo che anche un tipo che ho conosciuto dieci anni fa sul pullman per il G8 di Genova e che faceva parte dei movimenti cristiani di base mi diceva che “prima devi far andare a posto l’economia, poi puoi fare l’opzione per i poveri”. Si può dire ad un immigrato clandestino può andare a fare la spesa alla bottega dell’Altro Mercato, così da non entrare nel meccanismo di sfruttamento dei suoi compagni che sono rimasti a casa?

  3. E no, Ari, esco dal mio silenzio, da tutto questo buio che mi avvolge per gridarti NO! Dici a quel polacco (Lettone? Lituano?) che no: la solidarietà, come la bellezza, la partecipazione, la tenerezza, non è un mezzo, ma un FINE. Se la pensa così il suo Paese “povero” rimarrà povero senza appello.

    Alessio

    • Ale, condivido in pieno.
      La solidarietà è uno stile, è un modo d’essere, non la puoi appiccicare all’ultimo, come un fiocco su un pacco. Perché la solidarietà, così come tutto il bello e il meglio che c’è nell’uomo, è quel pacco, è la sostanza.
      Nicc, io capisco che in alcune circostanze non si possano fare tutte le scelte che si vorrebbero, però credo che spesso lasciamo morire troppo del bello che potremmo fare ed essere. In nome di cosa, poi? Della sopravvivenza? Ma se uccidiamo la parte migliore di noi, che cosa sopravvive?

      • Scusa Arianna, ma io credo proprio che stiate ragionando a due livelli completamente distinti.
        Non capisco quando dici “In nome di cosa, poi? Della sopravvivenza? Ma se uccidiamo la parte migliore di noi, che cosa sopravvive?”
        Mi sembra fracamente troppo buonista ed idealista dire una cosa del genere. Credo che sia normale che di fronte alla lotta per la vita si diventi egoisti…e che la solidarietà vada al diavolo!

        Sono d’accordo con Silvia, potrebbero esistere altre vie…credo però che sia una tappa forzata il passaggio per il capitalismo sfrenato, dopo il comunismo sfrenato. Una volta una persona mi ha detto: “è come quando, guidando, sbandi violentemente a sinistra, la prima reazione è girare tutto il volante a destra, e poi di nuovo a sinistra e poi ancora a destra, sempre più dolcemente, e solo alla fine riesci a tornare sul centro”. Secondo me è quello che sta succedendo.

        Sono pienamente d’accordo con Nicc: Prima bisogna pensare a un assetto economico stabile (cosa che non è affatto da sottovalutare…credete che sia semplice prendere una non-economia e convertirla in qualcosa che sostenga lo Stato?) e poi, con le casse dello Stato piene di soldi, si può pensare alle politiche di ammortizzazione sociale.

        Cmq, in generale, rabbrividisco quando sento ancora parlare di Rivoluzioni d’ottobre…non sono già morte abbastanza persone, o incarcerate dietro politiche ed ideologie stupidamente contraddittorie in nome di un ideale comunista populista e demagogo che non ha mai avuto nessuna applicazione utile e democratica?

        Questo mi ricorda un’altra persona, una Rumena che da anni vive in Germania. Lei si lamentava perchè la Romania moderna non è più così solidale e amichevole come quella comunista..lei diceva “Quando torno in vacanza, mi accorgo che la gente ha in testa solo i soldi”.
        Certo…bella la critica…fatta dalla ricca Germania, senza aver vissuto la profonda povertà della Romania sovietica.

        Mina

      • Sai Mina, la parte che più mi ha colpito del tuo scritto è questa:

        “Credo che sia normale che di fronte alla lotta per la vita si diventi egoisti…e che la solidarietà vada al diavolo!”

        Secondo me quella che descrivi è normalità, per un essere umano primitivo. Primitivo non perché vissuto migliaia di anni fa, ma semplicemente perché ancora molto vicino al regno animale. Quello che hai descritto è dal mio punto di vista un comportamento anche umano, ma soprattutto animale. E’ normale per il nostro mondo e per la nostra società, ma non è sempre stato normale per tutti gli uomini e tutte le situazioni.

        Ci sono uomini che per non tradire la propria sensibilità hanno preferito grandemente la morte e quindi hanno rinunciato a quella “lotta per la vita”. Il mio modello non è la scimmia, è Giordano Bruno. Ci hanno detto che è normale, ma non lo è sempre stato e se vogliamo cambiare le cose, non deve più esserlo.

        Just my way of thinking 🙂

  4. “Bella la critica”. Sì, è proprio bella la critica. E meno male che c’è, secondo me! 😛
    Non riesco a pensare che sia possibile solo “a pancia piena”, che la solidarietà sia un lusso, che il passaggio al capitalismo sfrenato sia una necessità. Certamente la critica è più facile a pancia piena e dopo il comunismo sfrenato è più facile passare al capitalismo sfrenato piuttosto che a una via intermedia… ma non credo si tratti di necessità. Secondo me potremmo provare a non dare il peggio di noi. Riuscirci naturalmente è difficile, ma potremmo provarci.

    Io per prima non realizzo quest’aspirazione (la strada è ancora mooolto lunga!) né condanno chi non ce la fa, soprattutto se vive situazioni molto più difficili e dolorose di quelle che ho vissuto io. Però credo che l’ideale vada mantenuto alto: esercitiamo la compassione nei confronti della fragilità umana… però non appiattiamoci sul reale! Nel passato sono esistite e nel presente esistono persone che non hanno ceduto alla tentazione di dare il peggio di loro stesse, anche in condizioni estremamente difficili. E allora, proviamoci!

    Se non ci riusciamo, nessuno potrà condannarci perché ci stiamo mettendo in un’impresa molto ardua… però, proviamoci. Magari non faremo la spesa al commercio equo e solidale perché costa troppo, va bene, ma possiamo evitare di diventare totalmente cinici. Possiamo pensare: “Appena avrò qualche soldo in più, lo spenderò in maniera equa”. Questo pensiero possiamo avercelo. E’ gratis.

    • Sì Arianna, certo che dobbiamo provarci, però personalmente, non mi sento di condannare chi, essendo da poco uscito da una realtà come quella dell’Unione Sovietica, non pensa alla solidarietà, perchè il passaggio non è poi così automatico!
      Attenzione, non dico che sia giusto che sia così, dico solo, che se ci si pensa…è normale che lo sia!
      È vero Giulio che non è sempre stato così, ed è vero che è un ragionamento attinente più al regno animale che a quello umano…ma la stessa lotta per la sopravvivenza lo è!

      Quello che a me sembra davvero irrealistico…è che vi aspettiate che una persona che sta morendo di fame, che vive al di sotto della soglia di povertà, che sia disperata, si metta a fare della filosofia!
      Guardate che non diventare cinici è davvero un lusso! E in certi posti per potersi permettere il lusso di non diventare cinici bisogna non uscire di casa e non avere nessun contatto con il mondo esterno e vivere in una bolla dorata!

      Ed è un miracolo che ci siano state e ci siano ancora persone che non hanno voluto tradire la propria sensibilità…e che hanno dato la vita per questo…però se c’è una cosa che ho imparato qui a Cuba, è che le persone, sono persone! Non sono tutti eroi, non sono tutti disposti a mettere in discussione tutta la propria vita e quella della propria famiglia…e io non mi sento di giudicarli per questo.

      Ieri per esempio sono passata per una via nel pieno centro storico – turistico della città dove c’era un ragazzo che stava picchiando una ragazza.
      Ci saranno state 30 persone. Quante sono intervenute? Nessuno. Perchè? Perchè molto spesso questi ragazzi vanno in giro armati, e se ti intrometti ci rimetti la pelle. È giusto? Ovviamente no. Sarebbe stato più giusto morire per difendere quella ragazza, che tanto avrebbe comunque difeso l’uomo che la stava picchiando? Non credo!

      Giulio, il problema è che spesso nel Terzo Mondo la vita umana rasenta la vita animale, per questo la gente è”primitiva” come dici tu, e per questo è prima necessario migliorare il livello di vita, cosa che quasi inevitabilmente passa per un processo capitalistico, e poi si può cominciare a sviluppare politiche sociali.
      E guarda che non voglio dire che le persone sono animali, dico solo che – purtroppo! – è così…e fa schifo, però è così!

      Insomma ragazzi, onestamente – e scusate se mi permetto – mi sembra che i discorsi che state facendo sono un po’ irrealistici…io dividerei il ragionamento tra primo e terzo mondo. È vero che il problema è trasversale…però io non mi sento di mettere francamente sullo stesso piano un italiano che va a fare la spesa ad AltroMercato…e un”terzomondista” che lotta – letteralmente – per la sopravvivenza.

      Guardate che io sono rimasta profondamente delusa da quello che ho visto, e ho cercato con tutte le mie forze di non diventare cinica, però accidenti, il ciniscmo è l’unica cosa che a volta di salva dal suicidio…perchè se mantieni un livello alto si sensibilità – chiamiamola così – le cose che sei costretto (e qui intendo proprio costretto, senza alternative) a fare diventano talmente intollerabili, che l’unica soluzione è proprio il suicidio! Oppure, devi imparare a convivere con le profondissime bruttezze che la vita ti mette di fronte. Molte volte il cinismo è l’armatura che ti permette di andare avanti e seguire, almeno, il tuo progetto personale.

      Di nuovo non dico che sia giusto…però criticarlo…o criticare in un qualche modo la mancanza di una realtà solidaria in questo contesto…mi sembra ingiusto.

      • Scusate per tutti gli errori grammaticali e di ortografia, ma, come si sarà capito, è un tema che mi sta parecchio a cuore perchè riflette un po’ il percorso personale per cui sono passata nell’ultimo anno e mezzo.
        Anche a me piacerebbe una società migliore…ma quella che abbiamo è così, il nostro punto di partenza è questo…ed è meglio lavorarci sopra realisticamente invece che ricamarci quello che vorremmo che fosse…

        Queste sono le mie personalissime conclusioni…

        Mina

  5. Cara Mina, anzitutto grazie per i tuoi interventi, anche se abbiamo visioni diverse e, anzi, proprio per questo, mi arricchisci e mi fai riflettere. Perciò grazie, davvero.
    Ci tengo a sottolineare che non voglio criticare nessuno in quanto persona e, soprattutto, non mi permetterei mai di condannare chi vive esistenze molto più difficili e disperate della mia. Questo vorrei fosse chiaro.

    Ho esternato la mia amarezza nei confronti del cinismo di una collega (un’insegnante, non una clandestina che lotta per la sopravvivenza). Non la critico, capisco quali esperienze possono averla portata a pensarla così, però mi dispiace che veda le cose in quel modo. Mi dispiace perché credo che se smettiamo di porci un ideale da raggiungere, se ci rassegnamo alla dura realtà (lo so che è dura!)… non cambierà mai niente. Forse il suo Paese diventerà più ricco materialmente, ma se il pensiero dominante è quello, sarà comunque un Paese “povero” di umanità, di bellezza. E forse una strada intermedia non è percorribile, però come minimo si potrebbe dire: “Purtroppo non siamo solidali, sarebbe bello se lo fossimo”. Per non appiattirsi sul reale.

    C’è una canzone dei Tiromancino che fa: “L’essenziale è fare in modo di avere qualcosa di buono da fare, o almeno da dire, per non restare a guardare”, per non restare a contemplare passivamente la distruzione della parte migliore dell’uomo (e della donna, ovviamente). Se non possiamo o non riusciamo a fare qualcosa di buono, sforziamoci almeno di dirlo, di pensarlo… ecco come la vedo.

    Rispetto al Terzo Mondo: sono stata in Guatemala qualche mese, ma ovviamente ho appena assaggiato che cosa può significare vivere in un luogo estremamente violento, dove temi per la tua vita ogni giorno, ogni ora. E naturalmente non è facile. Eppure anche in uno dei quartieri più pericolosi e crudeli di Città del Guatemala ho conosciuto persone che non si erano arrese alla “bruttezza”, alla parte peggiore dell’uomo. Io non ho la loro forza, ma credo che il minimo che posso fare sia non tradire il loro esempio. Il minimo che posso fare (io, nella mia posizione privilegiata e con le forze che ho) è ammettere la mia debolezza, dire: “Io non ci riesco, e capisco che la maggioranza delle persone non ci riesca, però grido forte che qualcuno ci è riuscito, che l’uomo ne è capace, che l’uomo è anche grande, non solo piccolo e meschino”. Non tutti sono eroi e soprattutto “beata quella nazione che non ha bisogno di eroi”, però non me la sento nemmeno di sostenere che nessuno lo sia, che l’uomo sia destinato ad esprimere le parti peggiori di sé, perché cosi è, e non c’è alternativa.

    Detto questo, concordo che bisogna far di tutto per migliorare le condizioni di esistenza in modo che, davvero, non ci sia bisogno di eroi. Su questo mi trovo perfettamente d’accordo con te.

  6. Ah, solo per completezza d’informazione: Alessio, che ha commentato sopra, vive nella Repubblica Centrafricana… direi che non ha la vita facile 😉

  7. Sì Arianna, in tutte le realtà povere ci sono “reti di solidarietà” locali, che sono spesso le uniche in grado di garantire la sopravvivenza delle persone. Spesso queste reti si snodano intorno a nuclei sociali come la famiglia per esempio: ti senti in dovere di aiutare un membro della tua famiglia, ma non ti esponi troppo per un estraneo. Questo poi in realtà genera tutta un’altra serie di problemi (tipo “amichisimo”, cioè, nei posti di lavori più ambiti, finisce che ci lavorano solo le persone di una o due famiglie, e quindi il poco benessere rimane circoscritto).

    Io comunque non volevo dire che bisogna star zitti e muti e non far niente. Dico solo che non è realistico, secondo me, aspettarsi un qualcosa di “equilibrato” – sicuramente in astratto prefedibile – da un società che di equilibri non ne ha mai conosciuti e che è sempre stata governata da un ordine sistematicamente contraddittorio.

    Ci vuole tempo per l’equilibrio…servono le strutture sociali per l’equilibrio.

    Rispetto alla critica della Rumena…Arianna è proprio questo il problema (che qui a Cuba si sente particolarmente, perchè fuori dall’isola ci sono 2 milioni e mezzo di cubani – mentre sono 11 milioni quelli che sono rimasti), quando arriva uno, che ha avuto l’enorme fortuna di essersene andato, l’opportunità di ricostruirsi la vita, di avere una vita che valga la pena di essere vissuta, e che torna in vacanza per due settimane, uno che magari ha due macchine e una casa, pieno di anelli e collane ed enormemente grasso – tutti elementi che si identificano con la ricchezza – e si mette a criticare lo stato sociale dell’Isola…beh ti viene davvero voglia di mandarlo a quel paese, perchè è davvero troppo, troppo facile criticare in questo modo, oltre che profondamente ipocrita!
    E non è una questione di mancanza di libertà di critica, è solo una questione di ipocrisia…perchè tutte queste persone che se ne sono andate, se ne sono andate proprio per rincorrere lo stesso, identico consumismo che avrebbero voluto avere qui.
    L’unica differenza è che qui, per certi versi, diventa più selvaggio, proprio perchè non ci sono strutture sociali che lo ammortizzino, fuori da Cuba, invece, ce ne sono…

    Ed è in questa chiave che io leggerei il comportamento della professoressa ceca, che diventa più consumista dei capitalisti. Noi siamo capitalisti da sempre, ormai ci siamo abituati al consumismo, e qualcuno di noi ha saputo costruire barriere di protezione, comunq

    • Scusate mi è partito l’invio senza volere 😛

      Insomma dicevo solo che è normale che serva tempo per abituarsi al consumismo, che se noi, dopo anni ne siamo ancora vittime, come non lo potrebbero non essere loro, che non l’hanno mai sperimentato a pieno?

      Però bisogna avere fiducia nel fatto che svilupperanno anche loro, col tempo, i loro meccanismi di interpretazione e protezione, che sono anche quelli necessari…ma che non possono essere forzati nè indotti…bisogna solo aspettare che nascano dalle esigenze endogene della nuova società, che nel loro caso, è ancora in fase di assestamento e adattamento al nuovo contesto.

      Io almeno ho grande fiducia in questo…lo sviluppo passa per fasi, colpi e contraccolpi…bisogna avere pazienza…

  8. M’inserisco così a discorso molto avviato, ma tant’è.

    Mi sembra che ci sia sempre, sottilmente e alla radice, un discorso di scelta. Che sia a livello individuale o sociale.
    Di fronte ai momenti drammatici del nostro percorso esistenziale molteplici scelte sono possibili: alcune necessarie, altre involontarie, ma molte e le più fondanti sono libere. Ovviamente rispetto alle proprie forze, alle proprie risorse, si può sempre cedere a una parte più meschina, più pigra di noi o resistere. Non c’è giudizio di valore, ogni percorso è unico, ma sempre si può scegliere di conservare la propria sensibilità, la propria bellezza, di tendere a questo. Non è facile, a volte costa tantissimo, a volte non ce la si fa. Eppure si può. Come dice Ari, si può scegliere, e lottare, per non appiattirsi sul reale.
    Poi, se il discorso diventa sociale diventa più complesso, subentrano le influenze, i modelli culturali, il funzionamento della sociètà in cui si vive. Noi siamo cresciuti in una società capitalistica, democratica, con tutte le contraddizioni insite in essa.
    Forse è da noi che è un lusso la solidarietà, ma un lusso che si paga, perché il mercato, gli studi, le relazioni spesso si basano sulla competizione. Una competizione violenta se la si legge con attenzione. Il nostro sistema ci porta a isolarci, ci atomizza, ci porta a vedere gli altri come qualcosa di etraneo, quasi alieno. Eppure con la coscienza della realtà, di questa realtà, e attraverso le nostre scelte e il nostro comportamento, i nostri pensieri, possiamo creare sempre un modello altro, che è d’altronde in noi.
    Utopistico forse a livello globale, ma a livello personale penso sia una realtà di molti. Sia una realtà.
    Mi è difficile capire la distinzione terzo – primo mondo, per molte ragioni che non starò qui a illustrare, ma soprattutto per il nostro discorso sulla solidarietà, e di conseguenza sulle scelte politiche. Non è una sorta di mitologia quella per cui anche solo nelle nostre società contadine la condivisione di quel poco che c’era da mangiare, era una regola; così come nei periodi di guerra (certo non civile) alla violenza terribile e disumana si rispondeva con un umano sostegno, certo con dei limiti, certo con degli egoismi, ma con molto più solidale slancio che ora, nel nostro cilma di cinica d’indifferenza. Verso gli altri e forse anche verso noi stessi.
    Così ho un ricordo del Brasile visitato e del Brasile letto, terra d’infinita povertà e ingiustizia, dove le contraddizioni sociali sono enormi e dove eppure ho visto i sorrisi più belli e larghi, nelle persone che avevano poco forse niente, di sicuro una vita dura, ma una gioia di vivere, di condividire, un calore inenarrabile. La musica più bella in una realtà molto violenta, eppure una poesia e una dolcezza unica.
    E a queste ultime elezioni ha vinto la presidenta Dilma Roussef, con un programma che, per quel che ne so, è molto sociale, di vera sinistra, di sviluppo sostenibile per quell’enorme parte della popolazione che vive nella miseria economica e nella violenza, ma che forse non è così culturalmente depressa: crede in un avvenire migliore e solidale.

    Irene

  9. Irene,
    sì prima Lula e poi la Roussef presentano programmi politici di assistenza sociale molto importanti, un po’ disorganici, molto demagoghi, in realtà non mirano al miglioramento delle condizioni di vita sociali per la parte più povera in sè, ma piuttosto per la parte non così povera, che ha più visibilità. È comunque un governo di centro sinistra, che non perde di vista la crescita economica – giustamente-. Cmq sai, gvernare un paese che è più grande di tutta l’Europa, non è proprio una passeggiata. Ad ogni modo, in America Latina quando si parla di sinistra si pensa a Chávez, di solito…insomma la sinistra qui, è più a sinistra!

    Cmq il Brasile, non a caso, viene da 20 anni di regime militare e altri 20 anni di neoliberismo sfrenato. Come appunto dicevo…adesso si è sentita la necessità di eleggere un presidente più “assistenzialista”…quello che prima era il secondo stato più diseguale di tutto il continente, oltre ad essere il motore economico dell’America Latina e la quinta potenza economica mondiale…sente la necessità di riforme sociali.
    E ben vengano!!!
    Ma dubito che prima sarebbero state possibili…non esisteva ancora una coscienza sociale in questo senso…proprio come dicevo prima!

    In generale sì, questi sono stati più “caldi” e accoglienti umanamente…ma non si può neppure nascondere che dopo Caracas (Venezuela, appunto!), Rio de Janeiro e San Paolo sono le due capitali più violente e pericolose dell’intero continente.

    Di nuovo…non mi sentirei davvero di mettere sullo stesso piano l’egoismo europeo e quello terzomondista. è senza dubbio vero che il primo è molto più grave del secondo, ma le ragioni e i processi storici sono troppo differenti.
    E anche rispetto a quello che dici dei nostri contadini e delle Guerre…ritengo che il contesto sia davvero troppo differente.

    Cmq, onestamente, non mi sembra neppure di vederla poi tanto questa grande solidarietà che si sarebbe stata in Guerra…la grandissima maggior parte degli italiani osannava Mussolini…solo una ridottissima parte entrò con i partigiani…o forse stiamo parlando di solidarietà selettiva?

    Insomma io ribadisco che è necessario rispettare le fasi fisiologiche e i tempi dello sviluppo sociale, che ha un ritmo diverso, più lento, di quello economico.

  10. ..nel primo commento postato, ho invocato la rivoluzione d’ottobre, suscitando stupore e critiche da parte di alcuni di voi, non per giustificare il regime sovietico e le sue nefandezze..
    volevo piuttosto riferirmi alla comunità di intenti che ha portato una massa di contadini, intellettuali, operai a sovvertire un sistema che produceva ingiustizie, disuguaglianze, povertà. Uno slancio verso l’ideale, che si era proposto di mettere in pratica un’ organizzazione sociale e un tipo di democrazia partecipativa realmente orizzontali.. ( i soviet non erano altro che comitati di cittadini e lavoratori che prendevano decisioni collettive, che successivamente venivano riportate ad un livello di rappresentanza più generale..non per niente la prima cosa che Stalin ha fatto è stata quella di sopprimerli)..
    Sebbene sia assolutamente d’accordo, e sarebbe antistorico negarlo!, che il regime sovietico (e quindi il modo in cui quello slancio ideale è stato tradotto in realtà) abbia fallito, sono convinta che non ci sia una grossa differenza tra un regime imposto con i carri armati e uno imposto con il dollaro, con il marco, con l’euro..
    Siamo proprio sicuri che portando a una “stabilità” economica di tipo occidentale i paesi “meno sviluppati“(ma che cos’è poi lo sviluppo?), si inneschi un circolo virtuoso di diritti, reti di solidarietà, di reciprocità e di scambio?
    Ricordiamoci che se l’occidente è ricco è solo perché tutti gli altri non hanno niente..
    Ricordiamoci anche che i paesi nei quali viviamo sono dentro il baratro di una crisi economica che non è altro che la crisi del sistema dell’accumulazione..
    I paesi dell’est in questo momento sono la terra di nessuno, in cui qualunque azienda (dalla Fiat alla Omsa, solo per citare esempi italiani) trasferisce la propria produzione, calpestando qualunque diritto sindacale, civile, politico, perché le risorse sono ancora più vicine e la manodopera costa ancora di meno..
    Il sistema capitalista non vuole soggetti pensanti, né tanto meno solidali tra loro..non sarà l’economia a determinare una trasformazione sociale né una svolta verso il comunitarismo..
    La situazione nella quale versiamo, e nella quale ci fanno credere di non essere grazie alla propaganda televisiva e economica, deve farci riflettere sull’urgenza di esigere, lottare, proporre un sistema economico alternativo..lontano dal paradigma vacuo della crescita infinita..
    I paesi emergenti oggi (in primis l’est e l’India) stanno dimostrando di aver imparato bene la lezione insegnata dal quel sistema che da centinaia di anni sfrutta gli uomini e le risorse, che causa morte e guerre, che genera ricchezze solo per il 2% della popolazione mondiale..e questa via non li porterà a “rinsavire” e diventare solidali, ma a determinare ancora più disuguaglianze..
    Si puo’ essere solidali con il proprio vicino di casa, con i propri amici, con i propri colleghi di lavoro..ma sul piano politico la solidarietà deve trasformarsi nell’urgenza di praticare l’alternativa (riducendo i consumi, scendendo in piazza..) e costruire un società in cui ognuno ha ciò di cui ha bisogno..

  11. “Insomma io ribadisco che è necessario rispettare le fasi fisiologiche e i tempi dello sviluppo sociale, che ha un ritmo diverso, più lento, di quello economico.”
    Mi sembra che questa tua ultima affermazione, Mina, che condivido, sia in contraddizione con quello che hai scritto prima. O meglio, proprio perchè lo sviluppo sociale è più lento di quello economico, è un errore determinare i tempi e i modi di sviluppo tramite le “crescita economica”, la crescita capistalistica (cosa che per altro l’Occidente detto sviluppato sta pagando). Poi, quello del brasile non era che un esempio, uno spunto.

    • Irene non vedo la contraddizione.
      Non dico di determinare lo sviluppo tramite la crescita economica perchè è più importante, dico solo che quella economica arriva prima perchè è più veloce. E per quella sociale invece serve più tempo…per questa, infatti, credo che siano necessarie delle strutture sociali che la società stessa deve creare.
      È poi lo sviluppo sociale a creare dei correttivi al capitalismo, laddove (ovunque praticamente) ce ne sia bisogno.

  12. Cari e care,
    aggiungo anch’io qualche parola.
    Mi sento vicina alle posizioni di Giulio, Carolina e Irene ma, del resto, già lo sapevo.
    Tuttavia, mi ritrovo anche in alcune riflessioni di Mina, perché è vero che il pulpito da cui viene la predica ha il suo peso. Con che faccia un emigrato che si è arricchito in un Paese più “sviluppato” torna in patria e punta il dito contro chi è rimasto, a mangiare povertà e disperazione? Se poi quella faccia l’emigrato arricchito la trova, ed effettivamente punta il dito e gioca all’anima bella, ma con la pancia piena… beh, chi subisce le critiche, chi lotta per la sopravvivenza ogni giorno e si sente condannare da chi conduce una vita immensamente più facile – giustamente – s’infastidisce un po’. Un po’ tanto, va’.

    Però c’è un tipo di critica che – nel mio modo di vedere le cose – è concessa anche a chi non vive sulla propria pelle la fame, la guerra, la schiavitù dei bisogni primari. Ed è la sola critica legittima, secondo me: quella che si rivolge non contro le persone, ma contro i comportamenti, le azioni, i sistemi organizzativi, economici, lo sfruttamento, le miopie, le ingiustizie. Ogni persona va compresa ma le sue azioni possono essere criticate. Non per il gusto di criticare, ma perché credo che “rispettare le fasi fisiologiche e i tempi dello sviluppo sociale, che ha un ritmo diverso, più lento, di quello economico” non significhi esimersi dal lottare contro ciò che si ritiene ingiusto.

    Del resto, se è stato introdotto un indice di sviluppo umano e se le Nazioni Unite (1) insistono affinché lo sviluppo sia equo, partecipato e socializzato, evitando le eccessive disuguaglianze; se in ogni programma di cooperazione allo sviluppo si sottolinea che il benessere economico dev’essere considerato un mezzo e non un fine… beh, mi sembra poco lungimirante affermare che “la solidarietà è un lusso”. E tacere di fronte a un’affemazione del genere in nome del “rispetto” per Paesi, società, persone che stanno uscendo da anni bui mi pare altrettanto poco lungimirante. Perché se non si socializza da subito, quegli anni bui torneranno presto: disuguaglianze, sacche di povertà, esclusione, emarginazione generano conflitti. Inoltre, un modello alternativo urge, non ce la passimo granché bene neanche noi Paesi “ricchi”, ammettiamolo. Dobbiamo costruire un sistema più umano, adesso, insieme.

    Non ho la soluzione, ma credo che sia cruciale esercitare (e stimolare chiunque all’esercizio di) lo spirito critico, che è quello che ti fa volgere lo sguardo oltre l’esistente e pensare: “E’ così, ma potrebbe (potrebbe!) essere altrimenti”. Coltivare questo pensiero è un primo passo, magari le azioni restano le stesse ma non ci appiattiamo sul reale, ci ricordiamo (ricordiamocelo!) che spesso laddove vediamo necessità, ci sta la scelta (individuale o collettiva). E dove c’è scelta… c’è speranza di cambiamento!

    Rispetto al comunismo, infine, mi allaccio al discorso di Caro, e vi strappo un sorriso: http://www.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DemoFu3iejiQ&h=611fc 😛

    Nota (1): Non sarò certo io difendere le Nazioni Unite, con tutte le loro contraddizioni, ma se c’è qualcosa di buono, mi sembra saggio riconoscerlo.

  13. Ragazzi io credo che non arriveremo mai a un accordo.

    Ovviamente condivido, in astratto, il fatto che la solidarietà sia un mezzo e non un fine. E forse io sono troppo condizionata, com’è evidente, dalla mia esperienza a Cuba.
    E se è vero che normalmente, e chi mi conosce lo sa bene, io lotto o cerco di farlo strenuamente contro le ingiustizie, è anche vero che a volte la lotta contro le ingiustizie a livello INDIVIDUALE – cioè di singolo – non è possibile. E adesso so che molti di voi saranno tentati di rispondermi che “c’è sempre un’alternativa, una scelta”, cosa che normalmente è vera, ma non lo è in una realtà, come quella che sto vivendo io, molto simile a quella dalla quale esce la prof ceca.
    E non lo è davvero! Non si tratta di pigrizia, non si tratta di mancanza di solidarietà, neppure di mancanza di umanismo. Non c’è (se non, come scrivevo in un post precedente, solamente rispetto ai nuclei familiari, cosa che poi alla fine genera ancora più distorsioni). E sapete perchè? Perchè non ci sono le strutture da una parte, e c’è grandissima repressione dall’altra. In un contesto in cui se ti lamenti (anche se hai ragioni per farlo), il problema sei tu, e quindi tu sei eliminato, mentre il problema permane, non ci si lamenta! Tanto più quando la riunione di più di tre persone che parlano di tematiche sociali è cosiderata cospirazione, sanzionabile dalla legge con pene detentive. Questo è quello che intendo quando dico che mancano le strutture sociali.

    Poi possiamo discutere, per esempio, sul ruolo di attori sociali che le offrono queste strutture, tipo ONG (che comunque, per avere accesso al territorio, devono sempre strizzare l’occhio al Governo). Per quanto anche in questo senso la mia esperienza sia stata negativa, devo dire che progetti di inclusione sociale, cittadinanza attiva, responsabilizzazione nella gestione delle risorse sono importantissimi nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone, e generano, quando ben organizzati, processi virtuosi di grandissimo valore a livello culturale, sociale e anche economico. Ecco in questo senso è possibile ragionare dicendo che la solidarietà è un mezzo.

    Per questo dico che in società come questa (questa, non tutte le società povere, anche se ci sono delle costanti che si ritrovano anche in altri paesi del terzo mondo, soprattutto dove esistono alti livelli di corruzione) si deve partire dal rilancio economico, al quale si aggiunge anche quello sociale (anche perchè, di solito, il rilancio economico – sempre partendo da una società che viene dal comunismo – corrisponde anche a un dare un effettivo valore al lavoro. Oggi è un po’ paradossale parlare di questo soprattutto tra noi che siamo tutti St(r)agisti, ma il lavoro nel comunsimo è solo un ulteriore strumento di controllo, non ha nessun effetto nobilitante). Ma prima si deve lasciare il tempo a una coscienza sociale di formarsi! E ripeto che non dico che sia giusto, o bello, o desiderabile, però credo che sia perfettamente normale che sia così. E ritengo anche irrealistico asepttarsi qualcosa di diverso.

    Cercherò di non fare più post tanto lunghi!

    • Uh! E come mai?? Siamo state così sintetiche, lineari e semplici come solo noi donne sappiamo fare… proprio non capisco dove tu possa esserti perso! 😉

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