Eleonora dai capelli blu

Illustazione: Eleonora Mignoli ©

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Dima se ne è andato ieri. L’hanno riempito di botte in sala mensa, come prendere a calci un sacco di patate. Sono cose che succedono, diceva lui. Chissà se ora la penserebbe allo stesso modo. Si è lasciato dietro un accappatoio marrone, un paio di ciabatte, dei jeans e un pacco. Stanno lì, appesi nell’angolo buio, in un goffo tentativo di normalità su una delle pareti scrostate di questa stanza. Oggi piove, o meglio, c’è il clima adatto per pioggia. Lo sento, lo vedo dalla finestra che è un buco dieci per dieci. Il cielo è pieno di sé, le nuvole: rapide, e l’unico albero che si vede da qui sembra avere attacchi epilettici. Va a destra, a sinistra. Balla, si agita, come se non potesse uscire, lui. Per la rabbia, la rabbia che mi fa, devo smettere di guardarlo o lo accenderei, lo prenderei per fuoco. Tolgo lo sguardo e non mi resta che pensare. Finché non ne metteranno un altro qui dentro sarò solo. Proverò a far passare il tempo, che è la mia occupazione maggiore, l’unica, la migliore.

Ho preso il pacco di Dima e mi sono seduto sulla sua brandina sfondata che sotto il mio peso, sprofonda. È un pacco-scatola-da-scarpe, foderato con della carta beige, un po’ ammaccato ai lati con sopra un indirizzo quasi illeggibile. Ho guardato ancora un momento fuori dalla finestra, poi mi sono concentrato sul pacco, rompendo lo spago, scartandolo con la rabbia delle azioni precise, nette e sicure – che altrove si chiamerebbe cura.

La prima cosa è stata l’odore. L’odore di Romania non te lo puoi togliere di dosso: Dima aveva ragione. È uscito dal pacco un sapore di cibo fritto misto a cartone, un po’ umido un po’ primavera ancora da venire. È l’odore delle strade che entrano a Bucarest, lo sento. Lunghe lingue di asfalto a una corsia che tagliano le campagne da un lato e dall’altro, come affluenti per la grande metropoli, che ti accorgi che ci sei quasi dentro, alla metropoli, quando ti trovi d’un tratto con la faccia di fronte a enormi monoliti grigio antracite. Grandi, alti, possenti come il petto di un lottatore greco romano. Le fabbriche della potenza del socialismo reale. Acciaio, sudore: ingranaggi col grasso a colare da un piano d’aria a uno inferiore. L’occhio entra nel pacco. Mi è caduto subito sui tre pacchetti di Kent Ultras messi in fila, bianchi e blu, gli uni accanto agli altri, nel suo angolo destro. Ne ho tirato fuori uno e l’ho guardato per un momento. Le Kent Ultras, me le ricordo. Dima mi aveva raccontato che in Romania, nella Romania del post-socialismo, le Kent Ultras erano molto ricercate. Fungevano da moneta da conto, moneta di scambio, e lasciapassare. Andavi al mercato, in un mercato qualunque – Pantelimon, Titan, Piata Unirii – e la scena era sempre la stessa. Donne dalle guance rosse e dalla testa piantata nel corpo, donne senza collo coi calli alle mani e le dita segnate, che ti guardavano dietro ai loro banchi – lastre di pietra su cassette da frutta – vuoti. Non c’era niente, al mercato. Ma se tiravi fuori le Kent Ultras, le patate spuntavano; i cavoli; le verze. E quelle carote rumene, così sporche di terra, così grasse, belle, piene, quelle carote saltavano fuori da sotto il bancale e te le potevi permettere. I soldi non contavano più nulla nella Romania post-89: il massimo risultato del comunismo raggiunto quando il comunismo era ormai da un pezzo defunto. Ho aperto il pacchetto, ho portato una Kent alle labbra e me la sono lasciata fumare. Due boccate piene, distese; un viatico per il mio viaggio nella terra di Dima. Mi sono rituffato nel pacco.

Ho pescato un fagotto avvolto nella carta da giornale – l’Evenimentul Zilei, per la precisione. Uno strato esterno, un altro – leggermente unto – e poi un terzo in carta assorbente. Ed ecco spuntare uno dei famosi Gogosi cu branza. Non ne avevo mai visto uno prima di allora, ma quello era, ne sono sicuro, un Gogoso cu branza. Duro ormai come la pietra, ma ancora levigato dall’olio in cui era stato fritto: un panzerotto pieno di formaggio salato, un cibo zigano diventato piatto nazionale per la fame delle strade di Dacia. L’ho annusato per bene, me lo sono passato sotto il naso tanto da lasciare l’olio penetrare nei miei baffi neri e sformati. Un po’ dolce, un po’ salato: quell’odore tipico da Patiserie lungo la strada, che incontri magari prima di entrare in uno di quei parchi enormi, immensi, di cui Bucarest è piena. Ci arrivi, venendo su dalla metropolitana, lasciandoti il suo odore benzene alle spalle e quando ci sei dentro ti sembra di essere in un altro paese, fatto di gabbiani prati e bambini dall’aspetto normale. Addenti il tuo Gogoso, hai un’orgasmo dolce e salato, e puoi anche camminare con la testa reclinata, tanto stai bene. Ma io questo Gogoso non lo posso mangiare, ora. È duro, freddo: è un martello con cui posso solo battere il muro, senza speranza alcuna di poterlo scalfire. L’ho posato sul letto e ho continuato a darmi da fare. Il pacco contiene ancora tre cose. Ho afferrato qualcosa di soffice e ruvido allo stesso tempo. Calze. Spesse, negre, di lana cucita con la rabbia di chi deve lottarci, col freddo. Le ho messe da parte, e ho tirato su un piccolo pacchetto di plastica colorato di blu e di giallo, con su scritto “Seminţe de floarea-soarelui”: semi di girasole da mettersi in bocca, sgusciare, spolpare e pensare. “Seminţe de floarea-soarelui”. Dima li avrebbe comprati per strada, da quei vecchi che l’hanno visto il socialismo reale. Da quei vecchi che, con le loro mani segnate, l’hanno visto Ceausescu, salire e scendere dagli elicotteri, andare in giro con le macchine nere e blindate, radere al suolo il centro città e costruirci palazzi alti, enormi e bianchi come una follia. Vecchi che hanno oggi il volto scavato in rivoli rosa, e vendono semi di girasole per strada, tra la gente che va e che viene, che gli passa accanto e non sa, non vuole più sapere. Ho guardato ancora un poco i semi e con loro quei vecchi, le loro guerre… poi li ho messi da parte. Al fondo del pacco, c’era una foto. Con una dedica, sul retro: “Te iubesc, Dima mea dulce[1]”. La foto raffigurava il girasole personale di Dima.

Eleonora dai capelli blu. Se li tingeva, non tutti però. Aveva due strisce blu che le segnavano un corso d’acqua in testa, fino alla fine del suo caschetto, dove iniziavano gli occhi marroni puntinati di verde, il sorriso di chi ha una vita che sboccia di continuo nel seno e nel cuore, e le guance all’insù che Dima tanto amava, che Dima tanto sognava. Eleonora non era di Bucarest. Dima l’aveva conosciuta in un paesino sperduto della Bucovina, a Nord Est, regione povera e di confine. Brulla e vitale, come il suo amore, l’amore che Eleonora aveva nel petto fin dalla nascita, verso la vita, verso le cose. Dalla foto potevo sentire il gusto di quella marmellata di fragole che sanno fare lassù, vicino ai monasteri dipinti di dentro e di fuori. Una marmellata così dolce e densa, profumata e speciale che Dima aveva la fortuna di assaggiare ogni giorno sulle labbra di quella ragazza giovane e fresca, chiusa in quel fotogramma. Chissà quante volte, insieme, saranno andati a correre nei campi di grano, sterminati, che ci sono in quella regione. Campi di cui non vedi la fine, e in cui non sai come ci sei finito dentro. Volevi seguire un albero visto all’orizzonte, forse. O forse eri attratto da quel crocifisso senza nome, ferro arrugginito piantato per l’anima di un contadino. Campi gialli, cielo immenso, vento celeste. Una grande Romania infinita, libera, come il seno al vento di Eleonora, il suo orgasmo migliore dettato dai baci di un ragazzo inesperto. E poi i piani, la vita. I baci dati e quelli rubati. I sogni. I soldi. La felicità che si deve comprare come tutto il resto. No, Dima? La tua partenza e il tuo lasciarti alle spalle quella tua speciale Eleonora, per tornare vittorioso, credevi, ad amarla più di allora.

Illuso, mio Dima.

Me la immagino ora su questa branda sfondata, la tua Eleonora. Attraversa la strada, costeggia il bordo del canale che taglia in due la città, passa il ponte e giunge sull’altra sponda, circondata dal vociferare di motori tutto intorno a sé. È scesa fin giù a Bucarest per cercare notizie di te. Squadra un attimo il cielo, solcato da una scia nera che viene su dalla ciminiera di una fabbrica a un isolato da lì, e si butta veloce giù per gli scalini in pietra che portano sottoterra. Un puzzo di umidità mista gasoline la avvolge, un caldo afoso le entra tra il bomber e la maglia col collo alto, fa il biglietto e scende ad attendere la metro scassata, la metro buia, profonda come la notte. E mentre uno storpio scalzo la tampina per chiedere elemosina, lei è altrove, aldilà. E io so dove sta andando il suo sguardo. So dove viaggiano i suoi occhi brillanti, infiniti, marroni dai puntini irregolari di verde. So dove gira la sua mente, troppo sveglia per essere vera. Lei è tesa, come una bussola a nord. Il nord di questa prigione. Il nord del suo Dima-sacco-di-patate che se n’è andato in cucina, un giorno qualunque, come una cosa che accade.

Richiudo il pacco, lentamente. E rimango solo. Non c’è un rumore, anche il vento e l’albero, là fuori – lo so – hanno smesso di ballare.

Ho le mani su un diario a cielo aperto, ora. Un diario di cartone pronto per viaggiare, ogni volta che vorrò, fino a quando potrò. Viaggiare per lasciare il segno, come gli odori di queste piccole cose. E ringrazio Eleonora, per questo viaggio. Dima, per questo giorno. Poi afferro il pacchetto di sigarette dalla branda e mi accendo un’altra delle loro Kent, una delle loro Kent Ultras. Una Kent che userò come merce di scambio, come un aereo, una linea di fuga. Come se ridessi in faccia al destino. Ma forte, deciso, a muso duro così come la vita me l’ha dato… mentre mi lascio cadere all’indietro, sulla branda bagnata di questo lurido CPT[2].


[1] Ti amo, mio dolce Dima.

[2] I centri di identificazione ed espulsione (CIE), prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT), sono strutture istituite in ottemperanza a quanto disposto all’articolo 12 della legge Turco-Napolitano (L. 40/1998) per ospitare gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.

Nell’ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento). (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Centro_di_identificazione_ed_espulsione).

Michele

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7 thoughts on “Eleonora dai capelli blu

  1. Michele, tardavo a commentare per trovare le parole… ma tanto non le ho. Perciò scrivo queste, povere: stupendo. Nel senso che suscita stupore, emoziona, fa pensare ed è bello. Bello bello bello.
    Il dipinto, pure. Che coppia che siete!
    Poco altro da aggiungere, se non “grazie”, per questo tuo/vostro regalo… e per essere dei nostri.
    Evviva!

  2. Michele, mi è piaciuto moltissimo questo tuo racconto. Ritengo che siano pochi quelli che si siano presi la briga di leggerlo per davvero, per la lunghezza. Perché purtroppo articoli di questo genere sono percepiti troppo lunghi e quindi non vengono letti.

    Però è bellissimo, toccante, lo avrei pubblicato volentieri su Internazionale, se ne avessi il potere. Anche l’illustrazione è perfetta, mi ha calato dentro l’atmosfera ancor prima di conoscere Dima e la sua storia.

    Come lo hai costruito? Sono curioso.
    Una cosa del genere andrebbe messa in una sezione a parte, in un certo senso, se hai altri articoli del genere ne parliamo.

    Giulio

    ps per tutti: leggetelo che ne vale la pena 😛

  3. Cari Ari, Giulio e Rob,

    è una parola abusata, ma grazie – e non per i complimenti, ma per il calore, l’affetto, che c’è in quello che scrivete.

    Come l’ho costruito? Beh, inizio col dire che lo stimolo è stata la partecipazione a un concorso. Il tema del concorso era “il viaggio” (per inciso, non ho vinto, sono arrivato secondo – eh! http://www.cts.it/index.cfm?module=Movimenti).

    Il racconto l’ho declinato così a partire dalle mie esperienze di ricerche con i senza fissa dimora, durante le quali sono venuto in contatto anche con parecchi migranti che mi hanno raccontato la realtà dei CPT (o CIE). Ho voluto raccontare l’idea del viaggio possibile a partire dalle piccole cose che durano dopo la morte, che comunicano dopo la morte, ovunque, in qualunque luogo, anche in un luogo impossibile come la cella di un CIE.
    Ho scelto la Romania da un lato perchè la conosco abbastanza bene, dato che ci ho vissuto, dall’altro perchè le storie che ho raccolto spesso riguardavano immigrati rumeni. Poi il resto è narrativa: spunto dalla realtà per andare un po’ oltre.
    L’illustrazione di Leo non è stata fatta per questo racconto. Era un suo vecchio lavoro che ho deciso di riprendere perchè anche secondo me rappresentava bene il tutto.

    L’idea di mettere alcune cose in rilievo rispetto ad altre non è male ma, a mio avviso, molto dipende dalla forma. Avete mai pensato a creare una rivista elettronica? Potrebbe essere spedita alla mailing list del gruppo – se ce n’è una – o trovare altre forme di diffusione (una cosa leggera, senza cadenze troppo fisse).

    Questo sito è pieno di contributi estremamente validi e interessanti, lo penso sul serio. E’ giusto che escano, o che trovino delle collocazioni a sé: dal laboratorio (il blog) a qual-cosa-d’altro!

    Comunque, grazie, ancora – per lo spazio e per l’affetto.

    un abbraccio

    m

  4. Sai Michele, ci stavo pensando proprio nelle ultime settimane. In un certo senso questo spazio ci va un po’ stretto, sebbene qui ci sia una maggiore fruibilità da parte di esterni. Pensando ad una rivista elettronica mi chiedo: quanti si prenderebbero la briga di scaricarla e leggerla?

    Leggevo, sempre sull’internazionale della settimana scorsa, che molti blog grossi stanno facendo questo passo: ripassano cioè dal blog alla rivista (cartaceo e non). In un certo senso questo passaggio segna un’epoca, se la tendenza dovesse essere questa, la fine del blog è vicina 😛

    Tu hai qualche esempio in merito di riviste elettroniche?
    A presto, G.

  5. Michele che bello questo racconto!

    Complimenti, ha un potere evocativo fortissimo!

    Appartengo al gruppo di persone che pensano che spesso, ciò che determina la differenza tra chi sta da un lato o dall’altro delle sbarre di un centro di detenzione, sia la fortuna. Non voglio sembrare fatalista, perché non lo sono…però credo che sia così.

    In uno dei post precedenti stavamo commentando proprio la situazione dei paesi dell’Est Europa usciti dal comunismo (non voglio riprendere quell’argomento!)…e c’è una frase che hai scritto tu che mi ha dato i brividi…”tra la gente che va e che viene, che gli passa accanto e non sa, non vuole più sapere”, credo che questa frase esprima esattamente la disperazione mescolata a rassegnazione di chi sa che tanto non può fare niente…sare¡ curiosa di mettere a confronto la tua esperienza in Romania con la mia qui a Cuba…sono convinta che ci siano moltissimi elementi comuni!

    Nel frattempo ti rinnovo di nuovo i complimenti!

    Mina

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