Memorie di un pellegrino

Eravamo noi fedelissimi riuniti per un’esperienza unica del suo genere. Ritrovarsi con loro ogni volta è come se fosse la prima. Sono diventati come fratelli per me, persone verso cui nutro un’enorme stima e affetto.
Eravamo tutti allegri ed emozionati come bambini. Ero contento anche di aver lasciato dietro le spalle le mie aspettative e questo, ero convinto, mi avrebbe giovato permettendomi di vivere libero e disposto la Pratica nella sua essenzialità.
Smontato da cavallo mi ritrovai subito immerso nella natura. La voce del torrente poco lontano cantava decisa la sua melodia, mentre lo splendore delle stelle emetteva una tenue luce diffusa che ci lasciava intravedere forme e ombre nell’oscurità. Mi sentivo abbracciato dall’atmosfera silente che regnava in quel posto selvaggio. Camminammo in fila indiana lungo un sentiero che costeggiava la foresta e seguiva l’andamento del torrente avvolti nel nostro mantello scuro. Saremmo giunti a breve alla cascata. Io ero l’ultimo e chiudevo la fila del gruppo.
Mentre muovevo i miei passi feci finta di essere sospeso nell’aria, a qualche metro da terra sopra la mia testa, osservando dall’alto il mio corpo indaffarato che camminava sottostante. Questo lavoro di immaginazione è chiamato “terzosservazione” proprio perché si finge di osservarsi dall’esterno, dal punto di vista di una ipotetica terza persona. E’ molto utile riuscire a cambiare prospettiva perché permette di notare cose che altrimenti passerebbero inosservate, soprattutto di noi stessi, come una postura scorretta, movimenti goffi o meccanici, inutili, superflui. Dall’osservazione dei movimenti e della postura possiamo risalire anche al nostro carattere, al nostro stato interno, alle nostre emozioni e quindi renderci conto di stati d’animo interni di cui non eravamo pienamente consapevoli.
Arrivati alla cascata il rombo dell’acqua faceva vibrare l’aria e i nostri spiriti. Un rumore costante cominciava a prendere spazio nella mia mente lasciandone sempre meno ai miei pensieri. Ci inerpicammo su per un sentiero che portava direttamente ai piedi della grande cascata che si stagliava altissima davanti a noi. Ho ancora oggi l’immagine vivida davanti agli occhi di quella enorme colonna d’acqua in caduta, della tenue luce che l’illuminava rendendola, nella sua veloce caduta, bianchissima. Le nostre fiaccole emanavano fasci di luce nell’aria permettendo di vedere chiaramente come  piccolissime gocce d’acqua danzassero nell’aria mosse dal vento leggero che spirava da Est.
In silenzio ci sedemmo a cerchio per la meditazione mentre due di noi armati avrebbero fatto la guardia al gruppo. Avevamo adottato quelle misure di prudenza perché poche settimane prima era stato avvistato un gruppo di mercenari aggirarsi nella zona, e non volevamo essere colti impreparati. Dopo essermi seduto e sistemato per il freddo e per l’umidità con opportuni mantelli sulle spalle e sulle ginocchia, chiusi gli occhi e mi lasciai andare, come trasportato da una musica dolcissima finché lentamente mi persi in quel silenzio interno che si era generato. Il frastuono dell’acqua infatti si muoveva come una spazzola nella mia mente pulendola e svuotandola dai miei pensieri, dalle mie preoccupazioni. Mi unii così al rombo della cascata e diventai suono, poi diventai cascata stessa perdendo quasi la percezione del mio stesso corpo. Il tempo si era in qualche modo deformato perché lo scorrere dei minuti fu molto più veloce di altre meditazioni che sostenni precedentemente.
Finita la Pratica la mia mente era sgombra, candida, trasparente. Un profondo benessere mi aveva improvvisamente invaso, il mio respiro era lento, calmo e profondo. Non avevo pensieri, semplicemente osservavo ciò che mi circondava in una pace interiore davvero intensa. In silenzio ritornammo ai cavalli.
Non chiusi gli occhi fino all’alba e rimasi con gli altri miei fratelli a chiacchierare concitato su un tavolo all’aperto di una delle locande del posto…

Demetrio

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