Breviario del dissacratore

L’elemosina è dare dei soldi a qualcuno che ne manifesta il bisogno. Nel canone, a fondo perduto. Io invece non voglio fare l’elemosina per farla, ma come investimento. Quando mi chiedi delle monetine le ramificazioni quantistiche dell’evento elemosina sono molteplici: ti ci comprerai del cibo? O una dose? Un libro? Li metterai nella cassa di famiglia? Io non lo so. La verità è che non ci possiamo divincolare dalla catena delle cause e degli effetti. La mia cosiddetta buona azione può avere una cattiva re-azione, il motore della sequenza – la mia moneta che cade nella mano questuante – può innescare un meccanismo che si allontana dalla originaria bontà dell’azione. Certo, la mia anima sarà più salva della tua, secondo i dettami della religione – che si rivela così fondata su una salvificazione del tutto egoistica, individualistica (e poi parlavano dell’etica protestante…), ma non garantirò la salvezza della tua, agendo così nel modo più lontano possibile dal buon cristiano. Così la carità è smascherata e dissacrata.

Gianmarco, Dissacro e Profano
Ateologo italiano

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6 thoughts on “Breviario del dissacratore

  1. Trovo condivisibili alcuni passi del suddetto “Breviario del dissacratore”, ma non condivido lo sbilanciamento dello scrivente sul “non fare/dare” rispetto al “fare/dare” che il bisogno vero comunque invoca. Butto lì una proposta: i centri di assistenza per i poveri (mense, alloggio, bagni, vestiario, arredo …) inventino dei buoni a scadenza di spicciolo valore, acquisibili da donatori che volessero trovare un compromesso tra la buona intenzione del loro gesto di carità e il sospetto che quel gesto venga malamente sfruttato; tra i poveri nascerebbe un mercato clandestino di quei buoni, ovviamente, ma essi manipolerebbero comunque un attestato di carità, più educativo del “non olet” della moneta donata. Ciao. Carlo.

  2. Mah, se fai la carità solo per toglierti un peso dalla coscienza non è carità, ma quell’orrendo affare medievale della vendita delle indulgenze, solo che nessuno te le vende pubblicamente, te le compri te, da solo, tacitamente e in segreto.

  3. Per me la carità è un’azione del tutto non caritatevole, almeno nel mio caso. Mi muovo del tutto libero, in base a simpatie personali e non per aiutare, ma per esaudire la richiesta di chi ho davanti. Semplicemente.

    Ma credo che in generale abbia ragione Gianmarco, la carità puzza molto di indulgenza.

  4. Credo che il problema sia la valutazione dell’azione: che cosa conta? L’intenzione o le conseguenze? Un’azione compiuta con intenzioni egoistiche ma che ha conseguenze positive su altre persone può ritenersi altruistica? E, viceversa, un’azione compiuta con le migliori intenzioni ma che determina effetti negativi può essere considerata positiva?
    Personalmente do maggiore importanza alle conseguenze e non faccio (quasi) mai “la carità” a nessuno, perché non credo sia un’azione efficace. Preferisco destinare parte dei miei soldi a qualche associazione di cui mi fido e, in questo modo, fare la mia piccola parte per redistribuire un poco la fortuna.
    Però, certo, fa male vedere persone sedute ai bordi delle strade con la mano tesa e la scelta di non accogliere quella richiesta d’aiuto pesa. Emotivamente fa male, c’è poco da fare.

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