Non è che sono povero, ma…

Non è che sono povero, ma l’altro ieri mi si sono strappate le braghe. Peccato, ho pensato. Erano un regalo. Si sono strappate in due punti, erano lise.

Non è che sono povero, ma quando penso alle mie vacanze mi chiedo come ci potrò andare. Quei quattro soldi che guadagno mi bastano giusto giusto per l’affitto e la pappa.

Non è che sono povero, ma se dovessi ammalarmi non so come lo pagherei, l’affitto e il cibo. Non ho malattia e non ho ferie, almeno non pagate.

Non è che sono povero, ma mi chiedo come farei se dovessi sostenere delle spese mediche importanti, qualche visita specialistica privata o altro.

Non è che sono povero, però non è che sono ricco. Le mie povertà e le mie ricchezze sono così diverse da quelle delle generazioni precedenti e degli altri popoli del mondo! Sono ricchissimo d’istruzione, di possibilità di mobilità, di pensieri. Il cibo non mi manca mai, ho sempre la pancia piena. Però la macchina non potrei permettermela mai e poi mai. Il bollo e l’assicurazione. Ma allora sono povero? Se devo curarmi una carie come lo pago il dentista? Come me le compero un paio di braghe nuove? Però posso andare a Barcellona per quattro soldi. Posso telefonare in Australia per ore via internet. Sono ricco? Perché ritagliarsi uno spazio nel mondo del lavoro è così complesso? Perché una casa grande come un buco costa 200.000 euro e un garage (quattro mura!) 50.000?

Quando potrò permettermi un garage tutto mio? Dovrei fare un mutuo di trent’anni per permettermi un garage. Per quattro mura mie. In Africa tutti hanno quattro mura in cui vivere senza pagare, eppure sono poveri. E invece io sono ricco.

Non è che sono povero, ma ogni tanto me lo chiedo: sono povero?

Giulio

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6 thoughts on “Non è che sono povero, ma…

  1. scrivi cose molto vere Giulio! e mi hai dato uno spunto nuovo: la questione della casa non l’avevo pensata! cavolo, è vero, per noi la casa è qualcosa di quasi impensabile per quanto è impegantiva, mentre per tanti la casa è una capanna, una tenda, un qualcosa che non servono 300.000 euro solo per iniziare!
    Ma secondo me noi ci stiamo un pochino abituando ad aver bisogno di meno. Mio padre se avesse un lavoro come il nostro sarebbe disperato, io bene o male sto cominciando ad accettarlo: se mi ammalo dovrò chiedere aiuto ai miei, se avrò un bambino dovrò stare a casa e dovrà essere il mio compagno a mantenerci, se sarò vecchia dovrò aver messo qualcosa da parte, e sperare che ci sia ancora la sanità pubblica… comincio a pensare che non mi sentirò mai sicura e tranquilla, e accettare la cosa significa anche smetterla di sentirmi inadeguata, povera, per questo.

    • Il problema è che ci stiamo abituando troppo, secondo me. E’ positivo togliere il superfluo, ma quando non puoi permetterti una visita dal dentista e se ti ammali o perdi il lavoro non hai nessuna tutela, beh, mi sembra che si stia perdendo in dignità e diritti. Dovremmo protestare, resistere o, almeno, provarci. Se ci abituiamo, la partita è già persa, e si gioca al ribasso.

      • Secondo me adattarsi agli eventi può andare, soprattutto per non vivere male il quotidiano, mantenendo però vivissima la consapevolezza di come dovrebbero andare le cose.

        Per cambiare le cose ci vuole più malcontento di così, ci vogliono più problemi di così, più difficoltà e meno cibo. Forse siamo ancora troppo ricchi, o troppo rincoglioniti.

        Non mi voglio abituare come il mulo, che porta il suo carico senza dire nulla, mi voglio abituare come una tigre travestita che appena sente il profumo nell’aria, fa su un vero casino.

  2. e giocare al ribasso è assai pericoloso…
    cmq riguardo il sistema pensioni (lo sto studiando) posso dire che per noi giovani la cosa appare tragicomica sul serio. (vedremo cosa accadrà)

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