Lettera dal Giappone

Anno domini 1304 d.C.
Monastero di Bose, Giappone

Ai miei cari amici, Fu Tien e Lhan Juo Dan.
私の親愛なる友人、ポールとジュリーに

Ho tre candele vicino al mio letto e le accendo tutte e tre prima della pratica serale di Zazen. Una candela è più consumata delle altre, esiste da molto tempo, parecchio prima delle altre due. E’ inevitabile che la sua vita durerà di meno, è la legge del tempo, la natura delle cose. E’ però anche vero che da molto tempo essa dona al buio la sua luce senza risparmiarsi, luce che sembra essere sempre più forte, sempre più brillante man mano che passano i giorni. La sua fiamma è alta e impetuosa, ha realizzato per questo la sua natura di candela, portatrice del fuoco. Questa candela mi ricorda tanto il mio Maestro.

La seconda candela è grossa e alta. Ha pochi mesi di vita, ma già la sua fiamma è forte. Purtroppo a volte si forma della condensa di acqua sulle pareti interne, per questo la sento lottare quando una goccia di mescola alla cera. Il fuoco allora comincia a scoppiettare, fa rumore, è come se si arrabbiasse. Poi, si spegne. Allora pazientemente la riaccendo con un bastoncino, prendendo il fuoco dalla prima candela. Ha una grande potenzialità, ma è giovane e ha ancora bisogno di qualcuno che la riaccenda, perché da sola non sa ancora brillare con costanza. Per questo mi ricorda la Shanga.

L’ultima candela è di purissima cera d’api ed è la più nuova. Quando brucia emana una fragranza di miele che quasi inebria i miei sensi, regala alla stanza un profumo che non ha eguali. Appena l’ho accesa però la sua fiamma è sprofondata al suo interno, scavandola, come un buco. Dall’esterno non sembra cambiata, sembra ancora intatta, come se il fuoco non l’avesse ancora plasmata. Non so per quale ragione ma è la candela che più mi da preoccupazioni, perché la sua fiamma ha sempre lottato per rimanere accesa ogni secondo. Brilla poco, e non dona molta luce. Quasi non sembra nemmeno accesa. Ma se ti avvicini, laggiù in quel buco, dentro quegli spessi muri esterni di cera, ancora la vedi accesa, che conserva, stringendo i denti, la fiamma nel suo cuore per non farla spegnere. Questa candela sta lottando per sopravvivere, ma già la vedo un giorno, libera, che brucerà vigorosa donando il suo aroma e la sua luce senza risparmio. Ha grandi potenzialità, ma deve svilupparle, e ancora prima, deve riuscire ad avere una fiamma forte al punto che non si spenga al minimo spostamento d’aria. Ogni volta che accade però la riaccendo pazientemente, in modo analogo di quell’altra, prendendo la luce dalla prima. Quel fuoco che brucia laggiù, un giorno scioglierà la cera e anche il suo aspetto esterno cambierà, la fiamma porterà il cambiamento. Questa candela mi ricorda tanto di me stesso.

Huo Chuen
ジェームス

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3 thoughts on “Lettera dal Giappone

  1. Questi giapponesi la sapevano lunga, belle metafore!
    Ci vediamo questa sera al secondo appuntamento di Arte sotto il Tetto, ho grandi aspettative vista la prima volta!!

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