Ossidoriduzione

«Scusi, lì c’è spazio» è la frase che più spesso si sente pronunciare alle fermate della metropolitana, quando tutti tentano di salire e di incastrarsi nel vagone già pieno. Incastrarsi, occupare tutto lo spazio disponibile. In un ambiente sociale dove solitamente tentiamo di distribuirci nello spazio a distanze che non superino i confini della nostra bolla prossemica; in uno spazio sociale in cui si cerca di annullare la forza di gravitazione fra due e più corpi; in questa atmosfera sociale di distacco, l’esperienza del viaggio metropolitano sembra concedere un tregua a questa valorizzazione del legame debole. In vista dell’obiettivo, si è disposti in un qualche modo a rinunciare alla difesa della propria individualità fisica e l’invito è a occupare ogni singolo quadrato di superficie. Si pongono così le condizioni per un’interazione all’interno delle rispettive bolle prossemiche, anche se l’interazione, in realtà, non avviene: ognuno rimane nella propria individualità psichica nonostante la contiguità dei corpi. A dirla tutta, ci sono solo imprenditorie singole in un vagone del metrò. Ciascun passeggero è lì per intraprendere la propria iniziativa quotidiana personale e personalizzata, il destino dei compagni di viaggio è privo di interesse, tutti siamo accomunati da una parte di destino, quella del viaggio. È a questo punto che l’esperienza del movimento diviene esperienza liminale, di passaggio da uno stato all’altro dell’esistenza (una sua porzione temporale, almeno). Nell’esperienza del passaggio (cfr. il buon vecchio Van Gennep) l’individuo perde le sue caratteristiche precedenti e si prepara ad acquisire quelle che la nuova condizione gli offre; l’annullamento della distanza durante l’esperienza liminale del viaggio in metropolitana non prepara a una condizione nuova, diversa da quella in cui ci si trova al momento dell’imbarco. Fuori dai sotterranei della città, si torna ad abbracciare l’impostazione prossemica della distanza. Considerare quest’esperienza come passaggio antropologico permette però di concepire il quotidiano come cosparso di innumerevoli passaggi di stato che potremmo definire impropri: momenti della giornata in cui, ad esempio, sacrifichiamo la nostra prossemica distanziale in virtù di un qualche obiettivo a breve termine; momenti che si ripetono tutti i giorni, acquisendo la conformazione del rituale. Il cambiamento di stato allora potrebbe consistere nel continuo raggiungimento dell’obiettivo attraverso il rituale di passaggio, che diviene così il canovaccio della performance quotidiana: riti senza i quali non ci è possibile portare a termine i compiti che il nostro vivere sociale ci assegna. Se adottiamo questo punto di vista antropologico, tornando al nostro viaggio in metropolitana, la tribù esperisce nello stesso lasso di tempo un rituale comune, condiviso anche senza esplicitazione del consenso, trasformando l’individualità in esperienza collettiva e realizzando il paradosso della solidarietà dei numeri primi, adattamento contemporaneo della comunità. E questo è un po’ quello che passa il convento, senza cercare di aggrapparci a un’idea di comunità che rischia di diventare mero nostalgismo da localizzazione fondamentalista.

Gianmarco

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One thought on “Ossidoriduzione

  1. Molto fika Giam questa riflessione. Riguardo alla bolla, a teatro la chiamano “cinesfera”, anche se in realtà ha un’accezione un po’ diversa, più collegata al solo campo di movimento. La tua bolla prossemica è un confine molto meno definito ed emotivo…

    …ma pure esistente.
    Esiste un confine del nostro emotivo?

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