Antiopia

Notte tenera ricopre ormai la rutilante Antiopia, molce tenera l’affanno all’attardato automedonte in disperato accelerare verso sua magione. Notte tenera carezza dolce gl’ispidi capegli d’alluminio biforcuti delle antenne; alle terrazze passa per pensili giardini malaticci e il tegolame tutto dei villini dannunziani ove, pari a direttor di banda, da inizio all’amorìo dei gatti ver’ le gatte (e vice versa). Notte dolce versa zaffiro profondo in su gli strepitosi isconti stagionali del bottegume tutto, in su gli esagerati boulevards di immensi e mal potati tigli in prospettive faraoniche: opra codesta d’esacerbati cerebri urbanisti d’altri tempi. Passa sui contrafforti delle vigilate mura (“Volante uno a volante due siamo in ascolto”); sui taciti pennacchi di sinagoghe finanziarie in slancio verso il cielo in vista di babelici orizzonti; sugli ultimi ubriachi discacciati dall’ultima taverna o bartabacchi; s’arrampica affannante per le budella del borgo popolare; specchiasi diafana sulla lenzuolatura e la corsetteria impunemente tesa ad asciugare per viottoli e, infine, crolla esausta sui diserti spazi presso il Circo Massimo impigliandosi i capelli tra le irte maglie dei tralicci elettrici o fra i camini dei lavorifici fuori porta.

Già vanno dispegnendosi le lucciole voltaiche appo le stanze e sulle magioni: di qua, di là, fino a stancarne l’occhio è tutto un grave et ampio sospirare per apprestarsi al lieto e disiato sonno. Ancora qualche garrulo pianino spumeggia canti e pei vicoli innalza lenti accordi guaiolanti per il notturno aere ma subitaneamente è richiamato all’ordine ed al silentio da certo smadonnare atrabiliare del vicinante: “gente”, quest’ultima, che, manco varrebbe mentovarlo, son “gente che lavora l’indomane”, e pare, mentre son lì in sul vociarlo che solamente dessi, in quel cafarnao in agonia, siano gli scemi proni all’opra, per diportar la vita innanzi e disbarcar lunario. Su Antiopia tutta, Antiopia la rilucente face della Cristianità, tace ormai ogni isfrenata furia, ogni balordo GIAN-GIAN-GIAN di striduli inumani, il nimbo ristoratore del pietoso nume, cala la smisurata schiera del popolo dei sogni: sul benziniere, sul fichivendolo esaurito, sul ricco Epulone, sull’astuto bagassiere, sull’ottusa mente del beccaio, sulla consorte del mimografo e su quella del portiere, sul povero sciancato e sul giovine impiegato, sulla vergine pulzella e sua nonna in carrozzella. Nelle diserte viscere dell’adiposa Antiopia rimangono soltanto, come relitti vomitati sull’arenile da forte mareggiata, strane e disgraziate genti, tanto che non le diresti vive ma somiglianti a lemuri braccati dal prossimo chicchireggiàr di gallo. Il bagassume, scalpicciante di retro a fuochi non proprio virginali appo le mura esterne alla necropoli (amore e morte allo stesso tempo: quale ironia a volte nella sorte!) vascheggia qual pendolo amoroso. Brancola per i budelli delle strade, andando immettendo certi bianchi bigliettini fra le serrande di comprovata vigilanza, la notturna guardia, abbandonata sola nella notte se non fosse per il gracchiar del cicalino (nomato uolchitòlchi) pencolante alla cintura in similpelle, donde tu ne avresti inteso disumane grida provenire fuori in meraviglioso e strano concionare in chissà quale koinè andata persa nelle tasche smisurate della Storia. Ciondolano di faro in faro due o tre disperati amici di ritorno da disgraziate orge e abbuffamenti in altrettanto disgraziati appartamenti di amichette (manco a dirlo disgraziate anch’esse). Qualche balordo vecchio ciancica ancor di piazza in piazza alla ritrova di un giaciglio per dipassar la notte su qualche dentellata panca degli orti pubblici o anfratto fra zoccolatura di palazzo magnatizio, qualora (dio lo volesse) non venisse discacciato da servitor in lucida livrea. Brancola un popolo di malnati: triste marchio in su la fronte. Gente di cui sempre, io mi rimembro ancora, mamme nostre solevano imprecar ver’ noi di mai frequentare (dio ce ne guardi), di mai dismettere la retta via, di aver cura di cibar noi stessi e sovr’ogni altra cosa, di non smentovare mai la lanuta maglia di sotto i vestitini.

Tace Antiopia tutta: e n’era l’ora!

Carlo

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4 thoughts on “Antiopia

  1. Grazie, dovrebbe essere l’incipit di un romazetto a cui sto lavorando da un po’ di tempo. Solo che lo stile mi lascia diverse perplessità sulla pubblicabilità di cose del genere. Davvero apprezzo quindi che ti sia piaciuto. 🙂

    • Anch’io nutro perplessità sulla pubblicabilità, penso che chi non ami la lingua in modo passionale non possa digerire un romanzetto scritto così. Detto questo, anche a me è piaciuto moltissimo, io non possiedo nemmeno la metà della metà di questa padronanza della lingua italiana…

      …si vede il lavoro che c’è dietro, come dice Arianna.

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