L’outlet del frammento

Leggo un interessante articolo del New York Times datato 20 febbraio 2011. Parla del rapporto fra diversi tipi di comunicazione web 2.0: Facebook, Twitter e i blog. In sostanza, si dice che il blogging declinerà, abbattuto dai social network che tanto possono comunicare in maniera più rapida e a un maggior numero di contatti, spesso fidelizzati dal fatto di appartenere a una rete di conoscenze personali, non lasciati all’iniziativa singola di accedere o meno a un contenuto blog. Se prima i blog erano «the outlet of choice» per coloro che desideravano esprimere se stessi e condividersi, ora Facebook e Twitter sembrano essere mezzi più efficaci per raggiungere lo stesso obiettivo: in un universo limitato a poche battute, l’istantaneità dell’espressione (lo status o il tweet) è il nuovo paradigma, che soppianta l’espressione elaborata tipica del blogging. Questo ha a che fare con la velocità e con la fluidità, ma soprattutto, a mio parere, con il tempo e con il modo di viverlo tipico delle nuove generazioni, assidue frequentatrici di “effebbì” e Twitter. Il tempo (e le esperienze che racchiude) è qualcosa di frammentario e frammentabile e ogni frammento è degno di essere condiviso, diffuso, dato; è una versione del multitasking, che già aveva cambiato la nostra concezione del rapporto fra cosa e quando. Se il multitasking ci permette di concentrare più esperienze nello stesso frammento temporale, i social network ci offrono la possibilità di ricollocare ogni esperienza nel frammento temporale cui l’abbiamo assegnata e di condividere questo metodo con il resto della nostra rete-mondo. Non c’è (o non si vuole più che ci sia) il tempo fluido della lettura di «lengthy posts». Persino quando vogliamo condividere un link (che è già di per sé una forma di contrazione temporale) su Twitter, il sistema lo trasforma in uno shortlink, una stringa anonima che non ci dice nulla sul contenuto cui stiamo per accedere. Non c’è più bisogno dei blog per connettersi al resto del mondo, la vera necessità è quella di pubblicare rapidi commenti su piccoli frammenti di esperienza, sintesi fra il tempo che scorre e l’esperienza che si raggruma intorno all’istante. La possibile verità è che non sia finita l’era del blogging, bensì che il racconto di sé sopravviva sotto altre forme, o meglio piattaforme. Twitter e Facebook sarebbero allora una forma evolutiva del blog classico, che ci porterebbe ad annunciare l’avvento di un web 3.0 (a meno che non si sia già al 4.0…) in cui le forme della comunicazione si integrano e si dividano socialnetworkianamente il lavoro. Alla fine, anche noi, dopo esserci presi il tempo di scrivere le nostre righe, le linkiamo sulla bacheca o le twittiamo… Noi ci prendiamo il tempo, poi lasciamo che sia il tempo a prendersi il resto, nel suo fluire viscoso di frammenti ed esperienze.

Gianmarco

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6 thoughts on “L’outlet del frammento

  1. Avevi letto Barbari di Baricco vero? Ci sono un paio di idee che citi in questo post. Singoli frammenti inanellati uno dietro l’altro, fare surf fra istanti e roba del genere.

  2. In effetti la scorsa estate ho letto Barbari, ma non c’è stato alcun mio riferimento conscio, anche perché ho alcune remore sulla Sociobariccologia… Forse inconsciamente o forse è facile la sociologia del frammento nella nostra epoca postmoderna. Insomma, gioco facile.

  3. Post interessante: bravo, Giammy!
    Ho una perplessità: questa è un’analisi che descrive il reale, ma mi chiedo: “E’ quello che vogliamo? Se la risposta è ‘no’: possiamo agire affinché questa profezia non si realizzi?”

    • La profezia è quella del tramonto dei blog e in generale dei contributi online lunghi, che richiedono tempo dilatato, non frammentato.
      Per me la risposta è “no”, perché non tutto si può esprimere in 420 caratteri e perché ho l’impressione che ci perdiamo qualcosa, a fare mille attività nello stesso micro-tempo. Ci perdiamo in concentrazione e profondità. Chiacchieriamo ma non dialoghiamo, perché per dialogare ci vuole uno spazio di silenzio e ascolto tra le parole, ci vuole pazienza, e tempo, tanto tempo non frammentato. Ovviamente potrei sbagliarmi, e potrei cambiare idea. Forse la mia è la classica visione di una “immigrata digitale” 😉

  4. La profezia, alla fine della mia lungaggine, non è tanto la fine del blog, quanto l’evoluzione e integrazione delle piatta-forme di espressione online… Non la sostituzione di Twitter e Facebook al blog, quanto un affiancamento sincronico e sincretico.

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