work in progress

Ci sono delle aziende nelle quali alcune persone si sbattono e non si risparmiano aiutando chi ha bisogno e mettendo pezze ovunque.
Vi sono poi altre persone che rimangono perfettamente circoscritte all’interno del proprio orticello, innalzando spessi muri di cinta con tanto di feritoie per lanciare frecce, e torrette di guardia per scrutare costantemente l’orizzonte alla ricerca di eventuali intrusi.
Queste persone hanno paura di esporsi. Temono il confronto. Preferiscono avere tutto sempre e comunque sotto il loro (illusorio) controllo. E anche per questo cercano di proteggersi, tessendo alleanze machiavelliche in giro per l’azienda.
Ma torniamo ai primi e più interessanti soggetti. Coloro che lavorano sodo e diventano spesso facile bersaglio o capro espiatorio in tutte quelle situazioni aziendali nelle quali qualcosa è andato storto. E stranamente nessuno ha responsabilità. Questi guerrieri del lavoro devono allora affrontare l’ira funesta di temibili responsabili e feroci titolari. Le loro spade vibrano sotto i violenti colpi che impattano come onde oceaniche sul proprio corpo emotivo.
Tuttavia procedono a testa alta, perché fieri e nobili sono di cuore.
Apparentemente sono dei perdenti, ma in realtà è solo un’illusione perché rimangono integri di fronte a loro stessi. Incuranti di avere sempre e comunque la strada in salita.
Questo per allacciarmi ad un’importante questione su cui si dovrebbe riflettere con vigore.
Il lavoro è importante perché mette uomini e donne nell’azione. Procura quel pane quotidiano di cui si parla tanto, e che comunque troppi uomini su questo pianeta ancora non hanno…
Il lavoro dovrebbe essere in primis un’opportunità di crescita umana, oltre che professionale. Perché tutte le volte che confondiamo la persona con la professione non vediamo più l’uomo o la donna che veste quel mantello. Ed è proprio questa confusione, questa identificazione con la propria professione o il proprio ruolo che conduce ai problemi. Ciò può portare a stati di disagio, frustrazioni, stress. Tutte forme di sofferenza che si riversano con violenza sulla vita privata.
Sono solo belle parole quelle che descrivono i lavoratori, i giovani in particolare, come risorse. Le risorse umane per la precisione.
In realtà troppe realtà aziendali trattano i propri lavoratori e dipendenti alla stregua di un fattore produttivo che va solamente minimizzato nella sua natura di costo. E cosa porta questa politica? All’aumento del profitto, fine supremo di ogni attività economica?! La mia risposta è no.
Tutte le volte che un’azienda non è in grado di gestire “saggiamente” le proprie risorse umane provoca un calo di efficienza. Perché l’uomo e la donna non sono macchine. Una persona vive innanzitutto di emozioni. Tutti ricercano “disperatamente” emozioni per “colorare” la propria vita. E chi riuscirà a esprimere al meglio le proprie capacità e competenze all’interno di un ambiente nel quale vengono create per la maggior parte della giornata lavorativa emozioni basse, pesanti e negative?!
Alla lunga le pressioni, gli stimoli eccessivi, i carichi di lavoro e le tensioni create per stimolare quell’efficienza tanto agognata porta solamente a enormi onde emotive negative. Queste creano una qualità dell’ambiente di lavoro scadente che, seppur inconsapevolmente, impatta sulla dimensione emotiva delle persone che di conseguenza lavoreranno proporzionalmente peggio, e quindi renderanno meno.
E’ un discorso semplicistico. Ovvio. Non pretendo certo di fare un’analisi economica degna del New York Times. E’ solo un punto di vista soggettivo, alimentato da alcune esperienze personali, e dall’osservazione degli altri.
Ma porta alla luce un tema a mio avviso fondamentale per ogni società, dato forse per scontato, ma che in pratica viene sempre trascurato. Questa società non è concepita per l’uomo e la donna. Nello stato attuale delle cose l’uomo e la donna servono solamente per farla funzionare. C’è ormai la necessità di invertire il processo: la società deve diventare solo uno strumento per migliorare la vita delle persone.
Ora la struttura sociale contiene l’uomo. E’ tempo che l’uomo contenga la struttura sociale.
L’uomo e la donna devono prendere velocemente coscienza di essere dei grandi contenitori…

Demetrio

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5 thoughts on “work in progress

  1. Stupendo post Amico mio.
    Cosa che condivido appieno.
    So per certo, perchè è una realtà che ho toccato con mano, che molti dirigenti di grandi società americane e canadesi fanno corsi di psicologia del dipendente, per valorizzarlo, farlo sentire parte integrante dell’industria, per rendere meglio!
    E indovina cosa scoprono?
    che bisogna trattarli bene, coi guanti, ‘sti dipendenti!!

  2. Grazie della riflessione, Deme.
    Anch’io ho avuto esperienza di tensioni sul luogo di lavoro, che avrebbero potuto essere evitate facilmente. Ci sono dei rapporti di potere e disuguaglianze ingiuste, e contro queste credo si debba lottare (non condivido l’idea che lavoratori e datori di lavoro siano accomunati dagli stessi interessi). Però spesso le tensioni, delusioni e frustrazioni peggiori derivano da comportamenti poco attenti, empatici ed equilibrati, che potrebbero essere evitati, perché dipendono dai singoli e non dal sistema economico, politico e sociale in cui s’inseriscono.

  3. Mi hanno detto che per fortuna non è così ovunque.. in molti paesi, soprattutto nel nord europa, il lavoratore è rispettato. L’Italia, ovviamente, ha una mentalità tra le più arretrate su questo argomento.. qui c’è ancora l’idea del rapporto servo-padrone, dove il datore di lavoro ti sta facendo un gran favore a farti lavorare e dove il giovane è il meno valorizzato di tutti.
    Evviva l’Italia e tanti auguri a tutti. Amen

  4. Non vorrete mettere i bastoni fra le ruote alla nostra classe imprenditoriale eh? Così non li lasciamo lavorare scusate. Del resto i nostri altissimi tassi di crescita convalidano la politica degli imprenditori per cui (poche mosche bianche escluse) un dipendente è un COSTO. Il prodotto/servizio poi sembra un opzional a queste menti illuminate. C’è da essere orgogliosi di questi imprenditori.

  5. I primi soggetti sono bersagli, ma possiedono qualcosa che molti altri non hanno: integrità ma soprattutto libertà.
    Prezzo alto da pagare ma ne vale la pena. Quando la sera ti chiudi la porta alle spalle alzi lo sguardo e i tuoi occhi vedono la gioia sul volto delle persone che ami. Questo ti da la forza di continuare e ti ricarica per affrontare la battaglia di domani.
    Mi spiace non avere più accanto il guerriero che c’è in te, ma la battaglia continua e prima o poi la saluta finirà.
    Un abbraccio

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