La Piana – 1/2

Io sono figlio della Piana Padana. Quando la attraverso in treno, questa piana, a volte, non sempre, penso a Borghezio e al concetto di bellezza. Vedete, ho imparato a riconoscere la bellezza anche in Borghezio. A 27 anni direi che è un traguardo invidiabile. Nel suo doppio mento unto, crasso, con la C, la C di luogo comune, c’è, a ben vedere, un po’ di bellezza. A lato, probabilmente, come i peli sul labbro superiore di una ragazza così così. O qualcosa del genere. Mi ricorda, quel mento, l’unto che fa la pelle sciolta del pollo in quelle vetrine dei girarrosti arabi che ci sono a Porta Palazzo. È rossiccia, bruciacchiata, fa chiazze marron che riempiono il cuore. Mentre sei o sette polli sono lì a girare da tempi in cui Averroé si faceva ancora le pippe, io sono capace di fissare quelle chiazze di unto per venti minuti buoni. E senza fumare. Non ho un cazzo da fare, direte voi. Bene. Ma il punto qui è un altro: il punto è che c’è bellezza anche nel mento ovino di Borghezio.

Una volta l’ho visto, sul treno. Il treno che attraversa la piana. La piana di cippi romani, di fiori ai lati delle provinciali, di cambi di mais e allevamenti suini. La piana Pirelli. La piana di quei paesi da quattrocento persone con due centri commerciali e il Trony, è ovunque il Trony. Che non ci sono proprio paragoni. Comunque, l’ho visto, a Borghezio. All’altezza di Rho. Era là, tre sedili più avanti dei miei. Sì, ero in prima classe. Ma non ditelo in giro, potreste rovinare la mia immagine di figlio d’operaio che legge il manifesto, ha le All Star scassate ai piedi e fuma solo tabacco rollato. Era là, quindi, con la sua camicia grigia, aperti i bottoni del collo, peli a venir giù come uno di quei terroni di Sila, e l’immancabile fazzolettino. Verde, è chiaro. E che faceva, il Borghezio? Che faceva, direte voi? Dormiva. Sì! Proprio come facciamo tutti noi, la domenica, quando torniamo a casa, ci sediamo sui seggiolini sfondati del regionale e iniziamo prima a scorreggiare lentamente – begli aloni caldi e soffici dallo sfintere (che bella parola, tra l’altro, sfintere, così musicale) – poi un lieve tepore ci accarezza la testa, emettiamo ancora un breve ruttino come un buffo a un bambino e iniziamo infine a ciondolare. Benedicendo così le lasagne di mammà. Ora, io non so se Borghezio avesse, allora, mangiato lasagne, né se chiama sua madre mammà – dubito, ma non ne ho la certezza – e non mi è neppure dato sapere di che colore scoreggia. Ciò che conta è che Borghezio, sul treno, ciondola come tutti noi. Io lo guardavo, rimasi sveglio apposta a guardarlo.  […continua…]

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