Grazie di esistere, con fatica

Ci sono persone la cui esistenza è di conforto per gli altri, e per gli altri soltanto. Ci sono persone il cui cammino è in salita, una salita ripida, persone che fanno fatica e tuttavia riescono a dare agli altri quel coraggio, quella consolazione e bellezza che, a volte, non sanno dare a se stesse.
Sarebbe naturalmente auspicabile che l’esistenza fosse per loro più leggera, che gli eventi concedessero un attimo di respiro e che, per quanto riguarda le sofferenze evitabili, queste persone riuscissero a viversi “dall’esterno”, dispensando sulle loro ferite quel balsamo così prezioso sulle ferite altrui.
Nel frattempo, però, vorrei ringraziarle, perché fanno lo sforzo di mantenersi vive.
Grazie, davvero.

Arianna

Foto: Eva Munter

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

5 thoughts on “Grazie di esistere, con fatica

  1. A me piacerebbe molto se ognuno di noi cominciasse da se stesso, iniziasse a pensare alle proprie ferite, a curare quelle prima degli altri. Secondo la mia personale visione chi non supera le proprie difficoltà interne difficilmente potrà aiutare davvero chi soffre. Magari potrà dargli conforto momentaneo, potrà essere balsamo, ma non aiutare quelle persone a rimarginare la ferita.

    E’ un’arte, quella di curare davvero, che si impara sperimentando su se stessi e poi è possibile utilizzare anche altrove…

    Un abbraccio, G.

    • Sì, hai ragione. Ma credo che le cose siano un po’ più complesse perché è improbabile che prima uno curi se stesso e soltanto successivamente gli altri, anzitutto perché la cura di sé è un progetto che dura e deve durare tutta la vita e poi perché i piani s’intrecciano. Nella mia esperienza ci sono state persone che hanno svolto un ruolo fondamentale nell’aiutarmi a rimarginare alcune ferite e che però conducono una vita molto dura, faticosa, di sofferenza. In linea di principio la penso come te, però credo che l’esperienza di vita sia più complessa.

  2. La persona che attualmente mi aiuta a crescere e che si prende cura di me ha già lenito le proprie ferite è già stato medico di se stesso, almeno per il livello a cui aiuta me. Su altri piani invece anch’egli chiede aiuto a chi possiede una conoscenza maggiore della sua.

    Ma non voglio con questo dire che chi soffre non possa essere d’aiuto ad altri, solo che a mio avviso farebbe meglio e emanciparsi dalla propria sofferenza prima, per quanto sia possibile.

    Leggevo qualche tempo fa un aforisma di un maestro Zen di nome Dogen. Egli diceva che “se proprio vogliamo comprendere la mente di qualcuno, dovremmo cercare di comprendere la nostra”. Allo stesso modo possiamo dire della sofferenza: “se davvero vogliamo sollevare qualcuno dalla sofferenza, sarebbe meglio sollevare innanzitutto noi stessi”!!

    Io penso che questo principio di autocompassione sia più difficile di tutte le compassioni rivolte all’altro e non più semplice, a livello profondo.

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