Crisostomo

Crisostomo nascette in quei perduti secoli, bui qual notte fonda senza elettrica corrente, quando lo mondo intero era in attesa et in paura della ignomignosa fine sua: e questo paventava di giorno in giorno avegna che non dimostrasse, il mondo istesso, di dispregiare il mercatare, l’arte dell’azzardo, il correre dietro a soldarelli o a posterior di donne, il proferir menzogna, le partite a bigliardino nella sera, il buono e lauto cibo e i lieti conversari di sotto grate di donzelle (da marito o no).

Crisostomo ne nacque in quel di Alicarnazzo, cittade quant’ altre mai lubrica e crogiolata in crassa atmosfera di porcile, etico et animale, sede d’istituti insigni nel creditare; snodo carrettario non fra i minori d’Anatolia tutta e sì ricca e densa di boulevards e bottegucce di stilisti che passava, fra la schiera dei bohemiens avvinazzati dell’epoca come cittadina di lusso e di lussuria.

Tuttaciò codesto non sembrava affatto menomare il giovine Crisostomo, d’agile e prestante portamento, piacevolezza del gentil sesso, peste e guai degli avventori di caffè chantants, gioia di mamma sua (purtroppo già buon anima) dispregiator del volgo e dei carciofi d’ogni maniera cucinati, addottoratosi da sé medesimo in meccaniche celesti e sdipanamento di grovigli esistenziali, al servizio del popolo tutto (baracchetta fuori porta n°13) alla merdosa e miserabile compensa di 1000 vecchi bizanti per lettura d’acido futuro, filtraggi d’ogni tipo e ad ogni uopo, fossero essi d’amore, di dispregio o di lussuria.

Crisistomo di Alicarnazzo, residente in quel di Antiopia grande, meglio mentovato fra le genti col patronimico di Babila di Babilonia, Mago d’Egitto e Trebisonda, disvolgeva dunque la sottile e penetrante arte dell’alchimia a prezzolamento, della mantica a domicilio, della divinazione lucrativa, della risoluzione magica (com’era scritto sul bigliettino) d’ogni qualsivoglia faccenduola del sentimento, del travagliare o di salute corporale.

In quei tempi bui e disadorni, fra l’aspettar della catastrofe imminente e dell’arrivo su due pie’ dell’Anticristo e de’ quattro cavalieri d’Apocalisse (già si udivano i rintocchi degli zoccoli fra un cirro e l’altro) con già nel cavo auricolare il suon di tromba del preannuncio, come squillo che richiami all’opra giocator di futbal, in quei secoli lì dunque, genti sconosciute e fere e rie, più similanti nell’allarmato cerebro del popolame a demoni sulfurei che a discendenti dell’umana razza, erano disbordati dai limes dell’impero e andavane facendo razzie e depredaggi da per tutto il sacro suolo della romanità senescente e disdentata e disgozzando vergini e pulzelli.

A prestar fede al vocìo delle genti in sul mercato, lì, nella lucente e impavesata Antiopia aleggiava nell’aire lussurioso e stanco, come leggenda popolare però, favolosa e orrenda.

Già le mamme de’ marmocchietti ne andavano sgridandoli con minaccia di farli diportar via dagli Unni o dal nero e orripilante Vandalo; già fra i circoli dei cafè chantants si intercalava, fra amaro e brandy, di codesta gente ria venente da ghiacciai dove il mondo finisce: i fatidici iperborei dei quali mentovava Plato e secolui il sommo: l’ipse dixit. Si concionava, com’è d’uso al volgo, ciascuno credendosi d’aver in bocca (disdentata o meno) la Verità in persona, fatta verbo, ché “affede mia se ne verranno tosto ad Alicarnazzo e passeranno il Bosforo e poscia Antiopia. E le donnette timide ne andavano in un “Oh, Dio ce ne guardi”.

Ma non per questo il carrettiere d’omnibus la dismetteva di profferir scalogne, accompagnate a debita bestemmia che: “Già dissemi mio zio di Lidia, sul limitar del limes, che ci ha un piedaterre d’ogni evenienza lì, per la pensione… dissemi che gl’Unni dirigonsi ver’ noi”. Quasi il facesse a posta a maltrattar l’animo timido e delicato delle vecchiette sui sedili rannicchiate, come bagaglio smentovato. E queste, misere, volgevan gli occhi esterrefatti, in cerca di un appiglio, di salvifica manopola, e rara era la volta che non accozzavansi in quelli timidi del giovine Crisostomo , entrato lì per straforo o per raggiunger botteghetta di lavoro. E andavano allora domandandogli – cogli occhi – “E’ vero, E’ vero, messere, ditelo voi, che gl’Unni ci lasceran discosto.”

“Ma certamente, su!” sembravan dire le facelle del giovine veggente. Ed esse rincuoravansi non ostante il carrettiere andasse viepiù sbavando che stava scritto nell’Apocalisse, che desso Attila era proprio colui, l’Anticristo. Che era omai spacciato tutto il baldraccume e il lercio mucchio suo di seguitor di Sodoma (nomati ghei) e insieme a lor mucchio sarà anche dei borghesucci dei quartieri alti, con lor villette dannunziane (che dio li fulmini), e tutti i maialoni dei boulevards (che li possino anche loro) e l’amministrazione ladronesca dei comunali omnibus (“Che ne potrei dir di quelle…) e che il Signore s’era finalmente sbalordito i maroni di questa disgraziata genìa di peccatori e libidinosi e guasti al cerebro, per via dei troppi soldi, degni delle cariate fauci ed affilate del demonio immondo.

Crisostomo, imperturbato, ne andava ascoltandoli, sorbendo il magro pasto di panino al burro con un bicchier di latte. E dentro sé diceva: “Ma cosa sanno costoro del futuro? In verità parlano solo per discacciar di dentro l’animo loro certe magagnette familiari, certi ben assestati calci della Sorte sul l’adiposo loro culo. Che parlan mai se non con scopo di fedire gli altri o di scusar sé stessi, fedire come essi stessi furono dalla micragnosa Vita? A chè salivare tanto su questa fin del Tutto? S’essa è già decisa (dal Signore o chi ne fa le veci) non l’avrebbe certo allontanata quel concionar atrabiliare e amaro, quel bestemmiare gli Unni non avrebbe certo valso la salvezza. Preconizzar la fine forse che puote allontanarla? Pentirsi, semmai… ecco tutto! Pentirsi e smetterla una buona volta di fastidiare lo sguardo del Signore con tutte codeste insulse balordaggini da besticiole impertinenti, con codesto vociare esacerbato e timoroso.”

La gente, lui, la conosceva quando andavano a sedersi dinanzi al tavolino dei tarocchi e ne domandano, ansiosi gli occhi e le parole, quale futuro (oh, quale futuro, ditemelo voi Mago d’Egitto!) avesse atteso loro all’angolata della via. E soprattutto soldi, soldi… e il cuore che credevano aver ancora in petto che battesse.

“E sogni, sogni, più melensi che pazzi, sogni di seconda mano, pari a saldi di fine stagione, roba rimasticata da novelle di trobadori, dolce stil novo dei miei coglioni… azzurri o rossi o bianchi che bussano alla porta della casa e soldarelli in tasca e… puah! Lasciamo stare che non val la pena mentovarlo.”

 

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