Come l’acqua sulla Luna

C’è un motivo per cui la cultura dell’ecosostenibile fatica a decollare, e non ha a che fare semplicemente con la forza del connubio capitalismo-consumismo. L’ecosostenibilità ha fatto breccia nelle nostre case con una legge che ha vietato l’uso delle buste di plastica della spesa, ad esempio,  sostituendole con quelle in materiale biodegradabile, come già si era fatto con il mater-bi, che poteva essere gettato nell’organico o abbandonato nella terra destinato  a diventare humus. Non mettiamo in dubbio sulla giustezza del volgersi al comportamento “a impatto zero” o comunque sensibile al futuro del pianeta, vogliamo solo considerare un fattore che forse può spiegare la difficoltà che si incontra a diffondere tale comportamento.
Quello che noi vediamo e associamo all’ecosostenibilità o al comportamento ecologicamente positivo è qualcosa di fondamentalmente fragile. La sporta di carta si rompe e se piove devi correre a casa. Quella in mais spesso si rompe, battuta dal peso dei nostri consumi. La carta igienica ci irrita. L’ecosostenibilità ha costruito la sua immagine sulla fragilità, contrapponendola alla resistenza, tipica della società dei consumi: i prodotti, le cose della società capital-consumistica, sono oggetti che durano nel tempo, garantiscono l’eterna utilità, anche se poi, liberandocene, rimarranno a eterno residuo inutile in qualche discarica (nel migliore dei casi, potremmo dire). La società dei consumi si è sviluppata intorno a un’idea di persempre, non mettendo mai in dubbio la sostenibilità del percorso. Quando mangiamo qualcosa, lasciamo un involucro vuoto. Possiamo riutilizzarlo nella nostra quotidianità, affidarlo al circuito del riciclaggio – quando possibile, o anche solo liberarcene: rimarrà comunque un residuo del consumo avvenuto, una testimonianza. Il residuo è la prova della resistenza del consumo. Noi siamo affascinati dalle cose che durano nel tempo, perché abbiamo un’ambizione di eternità, che deriva forse dalla nostra natura, alimentata dall’avvento dei monoteismi e dal radicamento di una cultura concordataria (il metodo capitalistico di soddisfare il bisogno di persempre è così legittimato dal riconoscimento del primato religioso nella soddisfazione dello stesso bisogno: un trompe-l’oeil).
La cultura dell’ecosostenibile ha così fatto della fragilità un valore, un paradigma: predica il ritorno a una modalità lenta, vulnerabile di vivere il rapporto con l’ambiente che ci circonda; ridona dignità a ciò che si trova fuori di noi, in altre parole gli ridà potere; ma nella cultura della resistenza, il potere è prima di tutto umano, individuale e pone l’Ego cartesiano al centro di ogni processo decisionale e di ogni mutamento: io ho il controllo sul resto, sull’ambiente, posso decidere cosa farne e come. Non valgono discorsi sul futuro del pianeta: finiranno le risorse? Troveremo l’acqua sulla luna, prenderemo il gas dagli anelli di Saturno e il petrolio, che ne so, da Mercurio. Lo faremo noi, che abbiamo il controllo, il potere. Che viaggiamo veloci, fisicamente e virtualmente.
Non è contemplata la fine del consumo in senso capitalistico, l’idea di fine, di termine o di limite è solo un’idea provvisoria. D’altra parte il grande nemico del nostro tempo non sono le malattie, la morte? L’ecosostenibilità presenta l’idea di fine come un’idea presente nella natura delle cose, unendola a quella di rigenerazione, sconosciuta a noi capitalconsumisti: tutto ha un solo inizio e prosegue su una curva infinita che si perde nell’orizzonte della discarica, perché la rigenerazione, il ritorno sotto altre forme, necessita di tempo che è la risorsa scarsa per eccellenza, l’unica che non siamo stati in grado di controllare e che non potremo trovare da nessun altra parte nell’Universo.
Quello che l’approccio ecosostenibile potrebbe provare a fare è mutuare l’ambito della resistenza e sposare, in un matrimonio di pura convenienza e facciata, i valori di cui è impregnato (essendo figlio della cultura dei consumi, come il vegetarianismo…) e ribaltare le prospettive, offrendo un’alternativa dello stesso orizzonte, non orizzonti alternativi. Prima che anche l’acqua sulla Luna finisca.

Gianmarco

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2 thoughts on “Come l’acqua sulla Luna

  1. Non ho capito il finale “offrendo un’alternativa dello stesso orizzonte, non orizzonti alternativi”. E’ interessante il discorso delle cose che “durano”, perché io lo vedo al contrario: è proprio perché le cose non durano che le continuiamo a buttare e a cambiarle. Ed è piuttosto naturale sentire dire (o pensare in prima persona) che una maglietta va cambiata perché ha tanti anni, non perché è rovinata. Secondo me il nocciolo del consumo non è la robustezza ma la comodità dell’avere a disposizione tante cose a basso costo che possono essere buttate. A me non piace il mater-bi, preferisco i sacchetti in cotone, che sono più robusti sia di quelli di mais che di quelli di plastica, però te li devi portare appresso quando vai a fare la spesa ed è indubbiamente più scomodo che prenderli ogni volta al supermercato. Ecco, credo che il mondo di domani sarà più scomodo di quello di oggi, e più rattoppato pure, e credo che ciò avverrà non per nostra scelta. Ciao Giammi!

  2. Meravigliosa analisi! Solo non concordo sul fatto che la societa’ dei consumi si basi sul concetto del “per sempre” …..il residuo come dici tu potra’ essere per sempre, ma l’oggetto in se” e’ fatto per durare poco ed essere cambiato !
    Il consumo asseconda la nostra voglia di novita’ e cambiamento, ed il consumismo ha quindi come presupposto lo spreco.
    Lo spreco e’ simbolo della nostra ricchezza, potenza ed arroganza: la possibilita’ di avanzare cibo, spendere denaro in cose non necessarie, gettare un computer ancora funzionante etc etc .. ci fa sentire onnipotenti.

    Credo che una crescita sostenibile non debba essere basata sulla fragilita’… anzi, tutt[‘altro! Pensiamo piuttosto ad un nuovo modo di ridurre i consumi, di riconvertire attraverso la tecnologia molti sperechi e riutilizzare tutte le cose.

    Mi spiego… per quanto io stesso preferisca i libri in versione cartacea, oggi si puo’ eliminare la carta con la “stampa digitale” e-book e e-journal … possiamo ridurre il packaging attraverso il riutilizzo dei contenitori (pensate un po’ se doveste pagare 5 euro in piu’ ogni bottiglia di birra, ogni bottiglia di detersivo per i piatti…la gettereste o la riciclereste?)
    Se vi dessero indietro un buono sconto di X euro per ogni componente elettronico che restituite all’azienda produttrice, che fareste? E’ qui che dobbiamo arrivare… Forse come dice Niccolo’ sara’ un futuro un po’ piu’ scomodo, ma questa e’ la direzione … e forse la tecnologia trovera’ il modo di limitare questa scomodita’ (come nel caso dei libri sopracitato… sto viaggiando con 4 libri e 2 guide nello zaino quando potrei avere tutto cio’ in un tablet da poche centinaia di grammi…)
    e ancora.. parlando del “vegetarianesimo”… e’ uno strumento potentissimo per un futuro ecosostenibile!

    sapete l’impatto che ha sull’ambiente un onnivoro rispetto ad un vegetariano? Nella Pianura Padana ci sono piu’ porci che umani (no, non mi sto riferendo ai leghisti anche se…) e questi porci prosciugano le acque del Po’ , consumano granaglie e antibiotici (mentre altri umani in giro per il mondo muoiono di fame e per assenza di medicine) e producono una quantita’ di merda che e’ impossibile smaltire senza provocare danni permanenti all’ambiente.
    Pensate ad un secondo quando Cinesi e Indiani vorranno mangiare carne ogni giorno, che succedera’ ? Dove troveremo la terra per coltivare tutte le granaglie per alimentare tutte ‘ste bestie e lo spazio fisico per allevare tutti ‘sti animali? Li comprimeremo ancora di piu in condizioni disumane negli allevamenti, dove si cagheranno e pisceranno addosso ancora di piu di quanto lo facciano ora…infettandosi a vicenda e trasmettendoci nuove aviarie, influenze suine o morbi della mucca pazza?

    Credo che ancora l’idea di crescita sostenibile non sia ben definita e piano piano stiamo iniziando a capire di che cosa si tratti… ma andiamo un po’ alla cieca, forse perche’ non sentiamo una vera necessita’ di perseguirla o forse perche’ nel nostro eterno egoismo pensiamo che tanto NOi, saremo gia’ morti quando questo sara’ veramente un problema….

    Concordo con Niccolo’…e credo che prima o poi dovremo fare i conti con cio’ che stiamo seminando… e il cambiamento sara’ necessario…. e concordo anche nel dire che il problema sta nel fatto che le cose durino troppo poco e aggiungo che siano poco riconvertibili.

    Qua in Indonesia ogni giorno mi trovo a fare i conti con le fogne a cielo aperto, con i rifiuti gettati nei canali di scolo e nei fiumi… con citta’ maleodoranti che rincorrono la chimera dello sviluppo ad ogni costo fottendosene dell’ambiente. Ma allo stesso tempo questa realta’ fetida e maleodorante ha dato vita a progetti piu’ che lodevoli, di comunita’ rurali energeticamente autosufficienti e ad impatto zero… forse proprio quando la merda stara’ per affogarci faremo concretamente qualcosa per salvarci dalla catastrofe e poterci compiacere ancora una volta della nostra capacita’ di sopravvivenza.

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