Lettera di un giovane laureato espatriato.

Il blog Pistole di flanella ha ricevuto una lettera di un giovane cervello in fuga, che ci ha prontamente girato e che noi pubblichiamo senza indugi.

Mi sono laureato in Teologia con 110 e lode. Non essendo parente di alcun barone non ho potuto fermarmi a fare ricerca all’Università. D’altro canto i concorsi per diventare prete sono bloccati da 5 anni e così ho abbandonato l’idea di trovare lavoro nel pubblico, così mi sono buttato sul privato e dopo 3 mesi di colloqui ho trovato un posto da stagista nella parrocchia di Riganzuolo Vicentino, dove piegavo i bigliettini dei canti da fare a messa per un rimborso spese di 3 euro al giorno, senza buoni pasto. Successivamente ho fatto il confessore presso la diocesi di Castelpuzzolo di Argonna, con un contratto a chiamata.Esasperato da questa vita che non mi forniva prospettive me ne sono andato in cerca di un impiego in Laos. Appena sceso all’aeroporto di Vientiane mi sono piombati addosso una decina di missionari con contratti precompilati da firmare. Volevo mostrare loro la mia laurea ma mi hanno risposto che non serviva e che offrivano lavori dirigenziali a tempo indeterminato senza badare al curriculum. Ho accettato la prima proposta che mi hanno messo in mano ed ora sono l’amministratore delegato di una missione nella selva laotiana e prendo cinquemila euro al mese. L’Italia è una merda, il futuro dei giovani è in Indocina. Lettera firmata.

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13 thoughts on “Lettera di un giovane laureato espatriato.

  1. Mi dispiace fare la guastafeste ma a me la lettera non è piaciuta. Mi spiego: capisco perfettamente la rabbia nei confronti di un Paese che non valorizza le persone che ha formato (leggi: la disoccupazione o sotto-occupazione dei laureati) ma non condivido il finale del testo.
    Anzitutto, personalmente non mi pongo come obiettivo quello di guadagnare 5000 euro al mese, anche perché trovo immorale che vi siano grosse disuguaglianze salariali e, in secondo luogo, mi pare che l’espressione l’Italia è una merda sia una generalizzazione che non prende le distanze dal (comprensibile) sentimento di rabbia e delusione derivanti dalla propria personale vicenda. L’Italia è una realtà complessa, e al suo interno convivono i peggiori esempi di sfruttamento e casi edificanti di persone che si impegnano al massimo per migliorare le cose, e che non chiedono altro di essere sostenute e appoggiate (anche economicamente).
    E qui vengo al punto principale che mi preme sottolineare: capisco l’esigenza di espatriare alla ricerca di condizioni di lavoro migliori, ma credo importante essere consapevoli che si tratta di una soluzione biografica a contraddizioni sistemiche, per dirla con U. Beck. Ok, tu guadagni 5000 euro al mese, buon per te: ma cosa stai facendo per chi in italia (per scelta o per destino) ci deve rimanere, subendo le condizioni di sfruttamento che hai tu stesso conosciuto, e/o oppressioni di altra natura? Cosa stai facendo per far sì che la tua personale soluzione possa diventare una soluzione sistemica a problemi che sono lungi dall’essere tuoi personali? Magari puoi cercare di migliorare le cose là dove ti trovi, ma per farlo – secondo me – dovrai porti il problema della posizione privilegiata che occupi, e del modo in cui cerchi (o non fai nulla per cercare) di ridurre, nel tuo piccolo, le disuguaglianze che determinano il soccombere di molti sommersi, sotto lo sguardo indifferente dei pochi salvati.

    • senza offesa, ma questo non è il paese dei balocchi. Ti viene dato uno stipendio se produci reddito o rendi un servizio alla società, pretendere di fare ricerca teologica e lamentarsi che non si trova posto mi sembra un tantino presuntuoso. Chi studia i processi industriali o cose simili non è che proprio si diverta, ma trova lavoro perchè ha acquisito competenze e conoscenze utili e produttive. In altre parole: se studi teologia, antropologia e simili, sappi che lo fai per interesse personale. Una volta laureato vai a fare il panettiere (e ti pagano perchè produci e vendi pane), e filosofeggia la sera a casa tua…

  2. Ok, mi era venuto il dubbio, ma in ogni caso continua a non piacermi, e non mi fa ridere perché rispecchia dei ragionamenti abbastanza frequenti (o, almeno, che io ho ascoltato di frequente). Forse è un mio limite, ma non mi è piaciuta… de gustibus non disputandum est! 😉

  3. Mi è piaciuta molto la lettera di un fine umorismo (specialmente se è sua, come credo, e non un copia ed incolla ) ma mi è piaciuta, forse anche di più, la risposta di Arianna.
    Ritengo che sia facoltà rara trarre ragionamenti seri da un pezzo scherzoso.
    Se la satira ha un suo senso di esistere che va “oltre” il momento di divertimento, penso che anche uno scritto come quello di Nicola possa essere ulteriormente nobilitato da una risposta così “riflettuta”.
    Complimenti ad entrambi.
    Annibale

    • Fantastico, Annibale ha ottenuto la sintesi!
      Questa lettera l’ho scritta ricalcando le innumerevoli testimonianze lette sui giornali negli ultimi anni, a me piace scrivere e disegnare pescando dal reale per passare al surreale, poi ognuno ci legge un po’ quel che vuole: da una risata gratuita e senza conseguenze alle riflessioni sociologiche su “il privato è politico”.

  4. Concordo… grazie, Annibale, per la sintesi!
    E grazie Nicc per lo spunto, non avevo colto l’ironia, ma credo davvero per limite mio, perché è un tema “caldo” per me, in quanto mi rattristo quando sento discorsi reali che purtroppo non si discostano molto dalla tua finzione 😉
    Un abbraccio!

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