Insospettabili felicità

Osservo il mio coinquilino, studente di ingegneria di 21 anni, e mi rattristo.
Partenza al mattino alle otto precise, sessanta minuti di metro nell’ora di punta (quindi gomitate, caldo afoso anche d’inverno, lamentele continue e sbuffi), dieci minuti a piedi in una zona industriale alla periferia di Parigi, lavoro al computer per otto-dieci ore, dieci minuti a piedi nella stessa zona industriale alla periferia di Parigi, sessanta minuti di metro (sempre nell’ora di punta), una cena frugale a base di scatolette e schifezze surgelate, poi di nuovo davanti al computer, giochi di ruolo in 3D, sfide con nemici virtuali fino a mezzanotte, poi a dormire.
“Come va?”, gli chiedo quando lo incrocio in cucina.
“Benissimo!”, risponde lui raggiante.
“Davvero?”
“Ma certo, sto benissimo! E tu?”

Insomma, il mio coinquilino si reputa felice.
Chi l’avrebbe mai detto.

Arianna

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

14 thoughts on “Insospettabili felicità

  1. infatti lo è! Ho voluto appunto evidenziare l’assurdità (e l’arroganza) del mio atteggiamento, perché ho applicato il mio modo di vedere alla vita di un’altra persona, pretendendo di sapere che non poteva essere felice. Ma per fortuna nessuno può stabilire la felicità altrui: il mio coinquilino si considera felice, dunque lo è! 🙂

  2. C’è un proverbio veneto che aiuta sempre in questi casi: “Gusti xe gusti: anca el gato el se leca el cul”. Mi preme sottolineare la consueta efficacia della nostra cultura popolare unita ad un particolare gusto lirico nella scelta delle immagini evocate!

  3. E’ anche vero, però, che l’essere umano si abitua a tutto. E l’abitudine spesso diventa la nostra piccola felicità, il nostro microcosmo in cui stiamo bene.

    Secondo me è del tutto lecito rattristarsi nel vedere esseri umani (proprio come noi!) rinchiusi in gabbie che loro stessi hanno scelto. Non ho (più) la pretesa di voler mettere una persona di fronte alle proprie gabbie – in effetti meglio occuparsi delle proprie – tuttavia penso che questo tipo di tristezza possa mantenerci in contatto con quelli che sarebbero i bisogni profondi della natura umana e di noi stessi.

    Se il gatto si lecca il culo non mi da fastidio, ma se è un essere umano a farlo, sento la distanza che ci separa.

    G.

    • Mi ritrovo pienamente quando parli di “distanza” che provi nei confronti di persone che vivono in modo molto (troppo?) diverso dal tuo, la sperimento anch’io, e la provo nei confronti del mio coinquilino, per esempio.
      Però devo prendere atto che i bisogni profondi della natura umana a cui alludi non sono percepiti da tutti. Le persone non intraprendono un cammino interiore se non lo desiderano, se non ne sentono la necessità. E non tutti la sentono. Per questo, secondo me, è auspicabile che vi siano dei cambiamenti “macro” senza aspettare l’avvento di molteplici rivoluzioni individuali. Altrimenti possiamo aspettare e sperare davvero molto a lungo, temo…

      • L’atteggiamento che critico è anche mio: pensare di saperla lunga o perlomeno più lunga degli altri, di sentire una certa qual superiorità nei confronti degli inconsapevoli e così via… è puro snobismo ed è l’atteggiamento speculare di chi ci legge per caso e si chiede che seghe mentali ci facciamo su questo blog; per altri occhi quelli in una gabbia autocostruita siamo proprio noi. Ora scusate ma devo andare a leccarmi le chiappe.

  4. Ho letto con interesse anche i commenti che reputo centrati ed interessanti; considerato che è giusto non pensare di sapere cosa serve agli altri per essere felici, considerato che è anche giusto avere una propria idea rispetto a chi sta tutto il giorno chiuso nella sua gabbia, giusta o sbagliata che sia, il tuo coinquilino potrebbe anche pensare di essere felice non sapendo che potrebbe esserlo molto di più in altri modi.

    Un saluto

  5. I bisogni profondi della natura umana non sono proprio percepiti da nessuno, è proprio questo il problema! Tirarsi fuori dalla caverna di Platone da soli è cosa davvero per pochi. Ed è proprio per questo che chi vede le necessità profonde dell’essere umano è in dovere di proporre queste necessità a chi non se le sente affatto, in modo da potergli fornire un dubbio sul proprio stato delle cose.

    A mio avviso una visione completamente relativistica diventa quasi ridicola, in un certo senso. Si giustifica tutto perché ognuno ha una visione altra da sé. Niccolò sai molto meglio di me che anche i diritti umani possono essere visti come una visione snobistica dell’occidente, eppure non per questo non li promuovi nel quotidiano. Forse al banchetto passa gente che ti pensa un segaiolo mentale, ma non per questo ha senso smettere.

    Io non vedo nulla da criticare a questo atteggiamento, che chiamerei più volentieri esigenza o bisogno di dire come stanno, secondo noi, le cose. Poi per carità, ognuno può cogliere quel che vuole.

    Condivido anche quanto scritto da Mr. Loto, dato che la felicità non è un traguardo ma una questione di approssimazioni successive, ci si può sentire felici anche in gabbia.

    G.

    • Due cose:
      1. “Ci si può sentire felici anche in gabbia”. Vero. Ma allora il problema è la definizione di felicità, perché se la intendiamo come uno stato emotivo interno al soggetto, quest’ultimo è l’unico giudice della propria felicità. Se invece la definiamo come qualcosa di “oggettivo”, esterno al soggetto (uno stato di illuminazione superiore, per esempio), allora mi ritrovo nel tuo ragionamento. Io però sono più propensa a intendere la felicità nella prima accezione.
      2. Non difendo il relativismo, bensì il carattere situato delle prese di posizione. Rompo le scatole (termine tecnico) al mio coinquilino ogni volta che non fa la raccolta differenziata e gli ho già proposto più volte di andare a vedere qualche mostra ecc. Sul primo atteggiamento (non fare la raccolta differenziata) mi permetto di rompere le scatole perché la libertà individuale non è esente da responsabilità, sul secondo aspetto invece (non uscire) non me la sento di rompere, precisamente perché il mio coinquilino si percepisce come felice.
      Penso sia legittimo difendere le proprie posizioni e lottare per imporre (a chi non le riconosce) cause che si ritengono giuste, e per impedire pratiche che avrebbero conseguenze negative su altre persone o sull’ambiente. Eventualmente, anche sul soggetto stesso. Però io preferisco farlo assumendo la mia posizione situata: sì, sono convinta di aver ragione, e quindi mi gioco la mia partita e cerco di far in modo che la mia visione prevalga. Però non invoco Dio, né un’illuminazione in qualche modo “oggettiva” al mio fianco. Potrei sbagliarmi, insomma.
      In ogni caso, credo che nelle azioni “esterne” le nostre visioni conducano a pratiche molto simili, è la qualità interna all’azione che cambia.
      Grazie per tutti i commenti, comunque, c’è un bel po’ di materiale su cui riflettere 😉

    • I diritti umani però sono una questione politica, non di ricerca del senso della vita, si tratta di opinioni e non di Verità. Ritenere di vedere le necessità profonde dell’essere umano e di avere il dovere di proporle a chi è addormentato… ragazzi, è autonominarsi bodhisattva!

  6. Volevo replicare a Nick sopra ma non posso quindi lo quoto e seguo qui con un mio commento:
    “L’atteggiamento che critico è anche mio: pensare di saperla lunga o perlomeno più lunga degli altri, di sentire una certa qual superiorità nei confronti degli inconsapevoli e così via… è puro snobismo ed è l’atteggiamento speculare di chi ci legge per caso e si chiede che seghe mentali ci facciamo su questo blog; per altri occhi quelli in una gabbia autocostruita siamo proprio noi. Ora scusate ma devo andare a leccarmi le chiappe.”

    Nick, c’hai proprio ragione. Mi ha fatto riflettere molto questo tuo commento. Vista da angoli diversi ogni cosa può assumere il significato opposto di quello che ha, e questo lo dico per esperienza personale. Forse la chiave di svolta non sta nelle parole né nella logica, nelle argomentazioni ecc. Forse sta in quel che non si vede e che forse, forse, se abbiamo tanta fortuna, e se il post scritto è con grande qualità e passione, passa sotto o attraverso le nostre parole comunicando al di là dei concetti quello che intendevamo in principio. Altrimenti siamo fregati, tutto è interpretabile, e su questo non ci piove.

  7. Mi inserisco in questo appasionante simposio, riprendendo alcuni spunti emersi, e facendoli dilogare con la tradizione cristiana.
    Per prima cosa constatre con stupore (abitando lo stupore da cima a fondo) ciò che razionalmente ci è chiaro: siamo diversi. E la diversità non è un limite umano da superare, anzi! L’uomo (e la donna appunto!) nasce plurale, perchè in primis Dio è plurale (Trinità). In questa diversità, in questa alterità, quindi, ogni relazione è una relazione del tipo: io (secondo me) – io (secondo lui/lei). E in questo una forma di sidtanza è sempre e comunque irriducibile. Concretamente, a questo livello, come dice Ari, “non me lasento di di rompere, (insistere a uscire) precisamente perché il mio coinquilino si percepisce come felice”.
    Tale diversità, poi, si esplica ancora nella differente percezione della realtà che ognuono di noi ha, come si dice nei due ultimi commenti.
    Seconda cosa. L’uomo e la donna non nascono solo plurali, ma anche relazionali. Sempre perchè a immagine e somiglianza del Dio che è relazione (Trinità). E qui entra in gioco la resposabilità che chiamava in causa sempre Ari. Non siamo soli su questa terra. Ogni nostra azione ha quindi una conseguenza su di noi, oltre che su ciò e su chi ci circonda. Non possiamo non tenerene conto. E allora, citando nuovamente Ari ” mi permetto di rompere le scatole (sulla raccolta differenziata) perché la libertà individuale non è esente da responsabilità”.
    Se non teniamo debitamente conto dei due poli, di volta in volta, prevarrà la dittatura dell’egemonia culturale o l’individualismo.

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