Tutti i ciò che ero

Tutti i ciò che ero

ora sono morti.

Piango i cadaveri

dei me stessi perduti

come fossero

i più cari compagni

di questa mia vita.

Vedo innumerevoli me

uno in fila all’altro

sulla coda del tempo;

in fila distesi

come cadaveri.

Anzi cadaveri,

ne sono certo,

di me stessi che ora non sono,

dalle mie scelte spenti.

Ogni attimo un omicidio

ed una foglia

che prende commiato

dalla realtà.

Mi mancano quei me stesso che ero,

come l’aria li penso,

li frugo e li cerco

dentro di me.

Eppure mi accorgo

che sono morti

– semplicemente morti –

e che ora io

sono tutt’altro.

Ora sono me stesso,

un me stesso fugace

che già crepa

schiacciato da me

– lo stesso

un verso più in là –

già radicalmente io

diverso dai prima

dai quando

dai giorni che sono

e più non saranno.

Rimane il peso

di questo eterno

morire;

di questo crescere

scartare, acquisire,

trovare, scoprire,

vivere, essere

sempre nuovo;

di questo nuovo

che accomiata

mette all’uscio

esclude

ciò che è stato,

senza ritorno.

Mi manco

mi manco in ogni squisito frangente

irripetibile attimo

di ciò che sono stato.

Amo il mio passato

ne amo i dettagli

che molti affiorano

alla mia mente

(quanti sono?)

(hanno limite?)

In questo eterno morire

sento grande vecchiaia,

come un trapasso continuo

di migliaia di vite

rapidissime

una aggrappata all’altra

senza pausa.

Mi sento

un vecchio

nel cimitero dei propri se stessi.

(Quante lapidi!)

(Quante storie diverse!)

Ecco:

io sono quel vecchio

che porta i fiori

su ogni tomba

e s’inchina profondo

e prega

e mentre prega

muore e muta ancora

nella speranza

che quelle morti

non siano vane.

Forse dovrei

allontanarmi dalle tombe,

eppure indugio poiché

tra quei sentieri a grani bianchi

trovo la traccia

di un senso

come una storia

che trapela dalle foto ingiallite

e che è la mia storia.

La storia di questo

che è il mio presente.

Sull’altra non so,

ma su questa sponda

del mio sentire

ogni respiro

è un trapasso

ed una foglia

che prende commiato.

 

Questa poesia è dedicata a tutte le persone che ho incontrato in questa parte della mia vita, a tutte quelle persone che ho sfiorato anche solo per una frazione di me stesso o di secondo, che in fondo è la stessa cosa.

Giulio

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16 thoughts on “Tutti i ciò che ero

  1. Erano mesi che dovevo buttare fuori questa cosa e non riuscivo a definirla, mesi che cercavo di strutturare questa sensazione che a volte mi prende e mi ferma lì dove sono, a guardarla. Poi l’altra sera è venuta fuori, una vera fortuna.

    Avevo selezionato un’altra trentina di fotografie da inserire, tuttavia le parole erano meno delle immagini, che sono infinitamente meno delle sensazioni che mi sono rimaste di questa vita!

  2. Bella Giulio, mi ha colpito particolarmente in questi giorni dove mi scopro estraneo (ancora una volta) nella città dove ho vissuto appena 4 mesi fa… dove le esigenze, le percezioni e la vita sono cambiate, o meglio dove il mio io è mutato e ha lasciato il posto ad un nuovo me stesso.

    a presto

    Rob

  3. Sai, rileggendo, mi viene in mente la metafora della scultura come “arte a levare” di Michelangelo. Nel blocco di marmo c’è già l’opera d’arte, ma per renderla visibile bisogna togliere (non aggiungere!) materiale, potare possibilità che resteranno e devono restare inespresse, per permettere l’espressione di quell’unica possibilità che diventerà noi, per un attimo.
    Grazie per aver condiviso con noi questa poesia, Giulietto, e anche le foto!

  4. Giulio! Penso che sia la poesia che mi piace di più tra quelle che hai scritto. Mi piacciono le parole, mi piace la sensazione “spezzata” che trasmettono i versi, mi piace il fatto che tu abbia affiancato alla poesia foto legate alla tua vita (così sembra quasi che la poesia sfoci nel mondo del cinema, sai?), mi piace… Tutto! 😉
    Un abbraccio!

    • Grazie Lucio, ho molto apprezzato questo tuo commento. In effetti le immagini legate alla poesia sono molto potenti…devo pensarci su! Un abbraccio, G.

  5. Riflettevo tra l’altro sul significato etimologico del termine esperire, ex-perire e cioè “morire attraverso”. Attraverso cosa? Morire attraverso il tempo, oppure attraversando. Come se la meta fosse la morte, in qualche modo.

    Questa morte attraverso mi accompagna nei versi, è la morte continua delle immagini riflesse di me stesso.

    Giulio

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