Web 2.0

Più pericoloso ancora è il clamoroso deficit di attenzione verso questi temi (l’impatto sociologico-antropologico del Web 2.0) da  parte dei media e soprattutto della comunità intellettuale. Lodevole eccezione, il pamphlet di Jaron Lanier (“You are not a gadget”) sul corso attuale dell’evoluzione di Internet.

Inventore informatico, filosofo, saggista, scenziato, pioniere del Web, tra i protagonisti indiscussi della rivoluzione informatica e autorità riconosciuta nella SIlicon Valley, Lanier ha assunto un atteggiamento critico non tanto verso la “cultura digitale” in sé, quanto verso gli sviluppi e le ultime direzioni che ha imboccato.  Fino a ieri del tutto organico alla comunità degli informatici d’avanguardia, ora Lanier è considerato quasi alla stregua
di un apostata.

Provo a riassumere qui la sua riflessione (NB: sto chiaramente e deliberatamente sproloquiando).
Negli ultimi dieci anni la struttura di Internet si è notevolmente modificata: l’utente, inizialmente confinato in una veste puramente passiva – in origine la fruizione della  Rete si riduceva alla navigazione tra le pagine Web – ha finito con l’assumere un ruolo molto più partecipativo: interagisce in tempo reale con gli altri utenti (ad esempio attraverso i social network ) e con la rete stessa, contribuendo a modificarla. Sebbene il cambiamento sia stato graduale, la notevole differenza qualitativa tra le due fasi ha spinto alcuni guru della Rete ad tracciare un’ideale cesura tra due stadi evolutivi del Web: la prima fase è stata chiamata “Web 1.0”, la seconda “Web 2.0”, (secondo una nomenclatura correntemente usata per indicare le versioni successive dei programmi). Facebook e Twitter, ma anche Gmail, Youtube, Wikipedia sono fenomeni tipicamente “2.0”.

La scuola di pensiero attualmente egemone nella Silicon Valley ha costruito, e continua a costruire Internet basandosi su alcune idee fondamentali, ad esempio:
– che la Rete sia una vera e propria entità che trascende gli individui che vi partecipano
– che la massa degli utenti sia sempre più saggia e produttiva dei singoli (crowd wisdom)
– che la cultura aperta (open culture) non possa che favorira la curiosità e la creatività
-che la privacy sia impossibile e soprattutto non abbia utilita’.
Questi presupposti sono falsi:  non hanno alcun riscontro empirico, e anzi, sono ampiamente smentiti dai fatti. Ma soprattutto, sono pericolosi: stanno infatti  orientando la struttura dei nuovi media in un modo che deprime lo sviluppo dell’individuo.

Come Lanier argomenta, occorre fare molta attenzione perché il cambiamento informatico è irreversibile: una volta che certe strutture diventano troppo grandi o troppo usate diventa impossibile modificarle.
Ad esempio, il formato MIDI, usato per far collegare strumenti elettronici (es. tastiere ecc.)
con un computer, contempla solo alcuni intervalli precisi di note riducendo drasticamente
la possibile varietà di suoni. In teoria sarebbe possibile creare alternative a MIDI, ma esso
e’ ormai presente nei callulari, negli ascensori, ecc., ed é di fatto impossibile eliminarlo in favore di formati che permettano una maggiore ricchezza espressiva.
Secondo Lanier questa è una metafora dei rischi che si corrono a progettare strutture infromatiche rigide che possono imbrigliare la fantasia e restringere la varietà.
Ad esempio, la videata di Facebook tende a ridurre l’identità di una persona a un
insieme predefinito di gusti e scelte, impostato secondo la mentalità da matricola
di un’università americana.  Oppure, You tube non favorisce affatto l’originalità
musicale ma incoraggia il meshup, cioè l’amalgama scomposto di brani
preesistenti.
Sul lungo periodo, la cristallizzazione di strutture rigide, l’esposizione continua all’osservazione altrui, la prevarivazione della Rete sul singolo utente rischiano di
inibire fortemente lo sviluppo e l’espressione individuali. Questo è il rischio più grande del Web 2.0. Come chiosa Lanier, “you must be someone before you can share yourself”.

Naturalmente il Web racchiude anche un’infinità di potenzialità positive, per esempio
per comunicare con persone a distanza, per condividere passioni con altri anche sconosciuti, per diffondere conoscenze…

Michele

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3 thoughts on “Web 2.0

  1. Benvenuto, Michi! 🙂
    Grazie per queste due riflessioni, che personalmente condivido.
    “you must be someone before you can share yourself”… proprio vero! Ma, allo stesso tempo, per me che non vivo vicino ai miei amici più cari, internet – e questo blog in particolare – si rivelano precisamente un’occasione per “diventare”, cioè per crescere, imparare, coltivare e curare le relazioni che contano.
    Un abbraccio,

    Ari

  2. Ciao Michele, felice delle tue riflessioni perchè mi hanno fatto riflettere parecchio su un tema sul quale non avevo mai ragionato. Mi trovi però in disaccordo con le tue opinioni.
    Sono favorevole alla blogosfera e alla sua libertà al 100%.
    Siamo esseri umani innanzitutto, e come tali abbiamo il pieno diritto di esprimerci. E, sì, anche con parolacce ed espressioni pessime. Anzi, ben venga che ci sia questa trasparenza perchè proprio dalla blogosfera, siccome non abbiamo maschere ed etichette da proteggere, emerge realmente chi siamo, e proprio grazie alla totale libertà del web 2.0 possiamo avere un quadro quantomeno il più esatto possibile della nostra società, e quindi uno zep tepi, un primo passo dal quale partire e costruire-ricostruire. In questo modo vediamo meglio le nostre mancanze, e possiamo lavorarci su. Diventiamo più realisti, e meno utopisti. Prendiamo atto della nostra bassezza. E questo lo trovo meraviglioso, in quanto contiene la possibilità del miglioramento. Se non ne fossimo consapevoli sarebbe peggio no? Quale miglior modo del web per vedere chi realmente sta sotto la maschera delle persone che ogni giorno incontriamo? Poi io sono favorevole a dare la libertà agli individui per quel buono che ne può emergere, sono disposto a trovare vedere sopportare venire a contatto il lato basso e più basso dell’umanità per poter permettere a chi ha qualcosa da dire di buono e positivo e costruttivo di potersi esprimere. Non tutti siamo giornalisti, ma senza la blogosfera non avremmo mai potuto esprimerci. Nemmeno te con il tuo post. Riguardo al fatto che tutto questo collettivismo invece possa essere dannoso, in termini di cultura, creatività, arte… ti rispondo che non è dimostrato, come non è dimostrato che le leggi-idee che tu enunci e su cui si basa facebook e tutta la silicon valley siano vere o false.
    Quando avremo dismostrazioni VERE, torneremo sull’argomento. Per intanto restano solo un mare di ipotesi, spesso in contrasto le une con le altre, e non dismostrate. A questo punto tutto si riassume ad una questione di fede. Chi ci crede, e chi no. Chi pensa e vuole credere che internet sta prendendo una strada, che seppur con i suoi innegabili difetti, porti ad uno sviluppo di qualche tipo, e chi pensa e vuole credere l’opposto.
    Scusa la lunghezza della risposta ma hai sollevato un argomento caldo che meritava qualche parola in più dei soliti commenti rosicati.
    Grazie ancora del contributo,
    Giacomo

  3. Sul discorso del formato MIDI non vedo in realtà grande pericolo per la creatività: anche il numero di linguaggi al mondo si è molto ridotto dalla notte dei tempi, ma tutto sommato preferisco poter comunicare con la popolazione mondiale piuttosto che non capire il dialetto del paese a 100km da dove vivo.

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