Ho già l’età

Trent’anni. Anno più, anno meno.
Chi si sposa, chi fa un figlio, chi compra casa, chi si realizza professionalmente.
E poi ci sono quelli in attesa: del lavoro, del periodo, dell’incontro, della guarigione.
“Alla mia età si dovrebbe… Ho trent’anni eppure… Gli altri già…”.
E’ difficile non cedere al sentimento di aver fallito, perché una vita “non ancora” sembra indegna, se misurata con il metro del successo sociale. Ma c’è un pensiero più doloroso del “non ancora”, ed è il “per ora”: per ora, sopravvivo. Per ora.

Arianna

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6 pensieri su “Ho già l’età

  1. E’ vero.
    “E’ difficile non cedere al sentimento di aver fallito”, se il metro è il successo sociale. Ma cosa è il successo sociale? Tante persone si sposano perchè ci si deve sposare, fa figli perchè bisogna fare figli, compra casa perchè si deve comprar casa. Con quali danni, però, o semplicemnte con quale grado di infelicità, o se vogliamo apparente felicità, se quello che si è fatto non lo si è fatto per scelta ma per necessità, perchè richiesto dal metro sociale?
    La ricerca di ciò che si desidera è cammino verso la propria autenticità. E quello che tu ci fai sulla terra, per come ti sei risposta,Ari, è un bel cammino di ricerca e di vita, “dell’ora, del qui e ora”, e non del “per ora”!!

    • Come spesso capita, ho dato voce a racconti altrui, che riflettono anche alcune mie paure, ma che non condivido in pieno su un piano più razionale e cosciente. Mi sembrava importante riportare questi discorsi senza giudizio, perché mi è capitato di sentirne diversi ultimamente, da persone intorno ai trent’anni, per varie ragioni insoddisfatte della propria vita. “Successo sociale” è un termine volutamente conformista, che ho scelto per rendere conto delle pressioni esterne – sociali, appunto – che alcuni (forse tutti?) si sentono addosso.
      Il “non ancora” e il “per ora” fanno riferimento all’interpretazione che Miguel Benasayag e Gérard Schmit danno dell’epoca attuale definita “delle passioni tristi”, in cui si assisterebbe al passaggio dall’idea di futuro come promessa al futuro come minaccia. Consiglio tra l’altro il loro libro L’epoca delle passioni tristi.
      In questo post non ho messo niente di più (a livello di giudizio, di opinione, di critica…) di quello che mi è arrivato, internamente (mie paure) ed esternamente (racconti altrui). A volte credo sia utile sospendere il giudizio e osservare.
      In ogni caso, speravo di suscitare commenti come il tuo! 🙂

  2. Arianna, il tuo post mi fa venire in mente che successi e fallimenti, sono pur sempre facce della stessa medaglia. Categorie socialmente apprese, ma non solo. Talvolta insite innatamente nella persona. Non sono poi molto dissimili, ne le vedo come opposte.
    Per me sono contigue e susseguenti.
    Fallimento, infatti, è solo di chi ha cercato, non trovandolo, il successo..
    E tutti quei successi, apparentemente raggiunti, -famiglia, casa, lavoro – sempre così fragili ed esposti a rischio di fallimento.
    Le pressioni esterne si possono magari anche combattere; sono quelle tutte nostre, con cui fare veramente i conti, che ci fanno più male.
    Io a 30 anni, anni qui presi in considerazione, non avevo ancora conosciuto cos’era un bacio – quale miglior esempio di fallimento affettivo? – eppure non mi sono mai sentito tale, dentro di me.
    Da lì, da quella solitudine di quel “non ancora” sofferto di quei tempi lontani, ho imparato, magari anche solo un poco, a prendere le distanze dai successi e dai fallimenti.
    Annibale

    • Grazie del commento, Annibale. Condivido quel che scrivi, anch’io penso che le categorie di “successo” e “fallimento” non aiutino ad evolvere, bensì ingabbino in percorsi tracciati da altri (e probabilmente utili al riprodursi dello status quo, oltretutto). Però non sempre si riesce e non tutti riescono ad adottare la tua postura critica nei confronti di quelli che possono essere giudicati “fallimenti” sulla base degli “standard” sociali. Questa postura è auspicabile e salutare ma penso che a volte sia anche utile osservare le dinamiche esterne e interne, dinamiche che purtroppo non sempre vanno nella direzione sperata. Poi però, naturalmente, è importante cercare di cambiare qualcosa e assumere un maggior distacco!

  3. Concordo anch’io appieno con quel che dici e che, poi, bisogna anche osservare le dinamiche “esterne” (immagino ti riferisci agli standards sociali ).
    Il dubbio che mi viene è se questo confronto sociale debba spaziare a tutto campo.
    Per esempio, se possiamo includere qualche altro miliardo di persone, che so, dell’Africa, dell’India o della Cina o se invece lo teniamo ristretto a “standards occidentali” di un periodo di vacche grasse (ultimi 40 anni?) che per una serie di benefiche concause ( non tutte cristalline: eufemismo! ) sarà certamente irripetibile.

    • D’accordissimo!
      Infatti il problema è che bisognerebbe proprio cambiare gli standards sociali, perché la realtà straborda da tutte le parti. Il periodo di transizione è inevitabilmente difficile perché noi tutti siamo cresciuti interiorizzando (chi più, chi meno) un modello che non è più valido (purtroppo o per fortuna). In questa fase di passaggio, alcune vite riescono ancora ad adeguarsi a quegli standards, altre non possono, altre ancora non vogliono. Le vite adeguate non hanno bisogno di giustificazione, ed è questo a mio avviso il vantaggio, la “facilità” del seguire la corrente. Se ti presenti a un colloquio di lavoro e il tuo cv è coerente, nessuno ti fa domande scomode; se invece per qualche motivo ti discosti da quel che ci si aspetta da te, devi giustificare (e quindi devi essere proporzionalmente molto più convinto delle tue scelte, per non andare in crisi).
      La decrescita è una bella sfida, ma finché sarà una scelta minoritaria, comporterà una grande dose di fatica/coraggio. Che non tutti hanno la voglia (o la forza) di tirar fuori, e non sempre.

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