Il cantico dei drogati

Perché non hanno fatto 
delle grandi pattumiere 
per i giorni già usati 
per queste ed altre sere.

Cade lieve la neve, sui nostri cuori. La neve che cade, nel suo candore, affranca gli esseri dalla pesantezza del giorno. Così la sera si mostra in una luce diversa, immacolata e per tutti leggera. Alla panchina c’è calma e dio scende dal cielo. Tocca terra e si scioglie nell’anima degli ultimi, prima del rientro nei dormitori.

Le parole che dico 
non han più forma né accento 
si trasformano i suoni 
in un sordo lamento. 


Arrivi, ti riconosco dal passo e da come ti richiudi nelle spalle, da come ti rintani dentro al piumino smanicato. Alla luce del lampione i tuoi occhi castani brillano di vacuo, di sostanza mancata, eppure mi affascinano. Parli di te, della tua pazzia, delle tue droghe, del carcere. Parli anche di Dio. Mi chiedi: credi in Dio?

Quando scadrà l’affitto 
di questo corpo idiota 
allora avrò il mio premio 
come una buona nota. 

Pensi al suicidio. Vuoi morire. Non riuscendo a cambiare, è comprensibile che tu voglia morire. Quando il futuro è divorato alla radice, nella mente, dal tarlo ossessivo dell’assenza di prospettiva, della stasi, la morte è una soluzione plausibile. Ci hai già provato, in carcere, ma ti hanno sollevato quando la corda già stringeva. Infatti, sei qui che me ne parli.

Chi mi riparlerà 
di domani luminosi 
dove i muti canteranno 
e taceranno i noiosi.

Prima di andartene mi fai ascoltare una canzonetta. Mi passi l’auricolare e mi dici “l’ascolto anche dieci volte al giorno, mi mette allegria”. Ascolto quelle note elettroniche, quelle note dance semplici, eppure allegre e per un istante mi immergo, sprofondo dentro di te, nelle tue carni, nella tua mente rovinata dalle dipendenze. Io sono te e ascolto quella musichetta dieci volte al giorno, quando sono malinconico e senza speranza, quando i problemi mi schiacciano. Mi torna un po’ di buon umore.

Tu che m’ascolti insegnami 
un alfabeto che sia 
differente da quello 
della mia vigliaccheria. 

Vorrei dirti: provaci. Prova a fare un solo passo, prova solamente a muoverti. Vorrei giurarti che basterebbe quel passo per redimere ogni tuo peccato, che Dio sentendo la tua suola muovere da terra si volterà verso di te e ti eleverà al di sopra dei giusti. Vorrei dirti che non hai peccato, che è solo accaduto. Che non hai colpa. Pacatamente, te lo dico.

Hai davvero un sorriso ampio, oltrepassa il confine della tua sofferenza.

Giulio

Parole da “Il cantico dei drogati” di De Andrè, che ho cantato rincasando.

Immagini dal sito http://www.nasa.gov

 

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4 thoughts on “Il cantico dei drogati

  1. Com’è difficile trovare il giusto equilibrio tra sim-patia, il patire con, e distanza, quel distacco dal dolore altrui necessario per non farsene risucchiare, come in un buco nero. Solo un equilibrio tra questi due elementi, infatti, può far affiorare le parole che guariscono. Per un attimo.
    Mi sembra che tu abbia saputo camminare su questo filo teso tra l’identificazione con l’altro e la freddezza… bravo!

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