Del più e del meno

Di fronte alla morte, uno potrebbe anche parlare di cose serie, serie nel senso di profonde, quelle cose che “solo chi ha conosciuto il dolore, allora…”. Ed eccolo lì il dolore: sulle ferite, i lividi d’un volto caro, un figlio, un fratello, una madre.

Invece di fronte alla morte si parla della vita v minuscolo, cose così, niente di speciale. Di fronte al dolore che ti si appiccica addosso non sai bene come ma, se conti, sai da quanto, di fronte al dolore inghiottito e non ancora digerito, si parla del tragitto del tram, il due, che fa un giro enorme (pare), si parla del caffé della macchinetta (zuccherato non è male), si parla di chi è il medico di turno stanotte (se ha gli occhiali allora non può che essere, eh no, l’altro è nettamente più giovane), si parla di quanto ha fatto il Toro, della marca delle sigarette, di come sono belli i pantaloni della ragazza (c’è una piccola macchia, mi spiace, ma si figuri, forse sono stata io), si parla di cose come “hai mangiato”, “hai dormito”, “mettiti il pigiama adesso”, “non vedi che stai sudando”, si parla del taglio di capelli (ah, ma guarda che è sempre lo stesso), si osservano le orecchie intatte, piccole e ben disegnate, attaccate alla testa come se niente fosse. Si prova sollievo e invidia allo stesso tempo (beate quelle orecchie).

Poi, quando una voce ti chiede: “Cosa posso fare?”, si sta zitti, pensando a qualcosa, ma niente. “Una passeggiata, signora, cammini fino al fondo del corridoio” oppure, e forse è peggio: “Pazienza, signora, porti pazienza”.

Arianna

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

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